03/06/2009

Il Cuore di un Incubo (I)

 Le genti della costa, soprattutto i pescatori, guardano sempre con rispetto al mare. Le navi, le barche e i battelli sono parte della loro sopravvivenza e spesso capita che ciascuno costruisca la sua con il sudore della fronte, sentendo quella creatura quasi come un figlio, come fosse parte della natura che ha generato il legno e le corde con cui essa è costruita. Si tratta di esseri quasi vivi, ibridi tra un uccello e un pesce, trascinati a volte dal vento e altre dalle correnti del mare e guidati dalla mente dell'uomo.
 
Finché tali forze restano in equilibrio, il controllo è facile. Ma ogni mese, spinta dagli astri, una diventa troppo forte e se ci si è andati troppo a largo può nascere la tragedia...


***


Rag'Anyev si guardò attorno. Una strana sensazione lo stava assalendo. Credeva di essere osservato. Non gli era mai accaduto prima.
 La foresta silenziosa attorno a lui faceva da cornice alla pietra su cui guardava riflessa la luce della sera.
 Il volto della luna era pieno e fissava le terre nord della costa occidentale con sguardo impietoso. La prima decade del mese stava per terminare e la sua tortura, la sua maledizione segreta doveva trovare il suo periodico sfogo.
 «Dobbiamo sbrigarci».
 Daria era l'unica a conoscenza del segreto di Rag'Anyev. Era anche l'unica a non considerarlo un diverso, a non far caso alla sua “malattia”. Ed era anche la donna che Gaart, capo di coloro che si facevano chiamare vigilanti, desiderava ardentemente.
 Nel villaggio, ormai grande quasi quanto una città, ciascuno contribuiva al benessere comune, soprattutto chi aveva il coraggio di sfidare il mare. A Rag'Anyev non era permesso neppure questo.
 Gli occhi costantemente arrossati dalla luce del sole, la pelle scura, quasi cinerea, le unghia sempre sproporzionatamente lunghe, lunghi capelli neri e nodosi. Anche se gli sciamani e i sapienti del villaggio non avevano trovato forma di contagio nel suo stato, nessuno osava avere contatti con lui. Soltanto la legge lo tutelava da chi invece lo avrebbe messo alla forca con estremo e sadico gusto.
 «Sta iniziando». Rag'Anyev strinse la mano di Daria fermandole il passo. «Non mi sento sicuro... oggi non voglio che tu venga».
 «Non se ne parla nemmeno. Non puoi superare la crisi senza di me» Daria fissò Rag'Anyev con sguardo severo.
 «Allora facciamolo lì, su quella pietra».
 «Ma siamo ancora troppo vicini al villaggio» obiettò Daria.
 «Non c'è tempo... non posso controllarla». Rag'Anyev si guardò le mani. Le unghia erano già diventate nere e dure come pietra, gli occhi avevano perso il loro colore umano e lacrimavano sangue scuro. L'erba su cui cadevano le sue lacrime appassiva istantaneamente.
 Daria si guardò indietro, poi si voltò di nuovo verso Rag'Anyev. Estrasse delle robuste corde dal suo zaino, quindi si avvicinò al masso e ne saggiò la pesantezza con un piede.
 «Va bene, dammi il tuo coltello». Rag'Anyev diede la lama alla ragazza, in realtà un pezzo di metallo grezzo modellato affinché fosse pungente e affilato.
 Daria tagliò la corda in due pezzi e cominciò ad assicurarla sul masso. Rag'Anyev poggiò la schiena su di esso e portò le braccia dietro di sé.
 «Lega più stretto stavolta... non sappiamo se il masso resisterà». Daria annuì e arrotolò la corda più volte sui polsi dell'amico.
 Uno spasmo seguito da un urlo strozzato stroncarono la quiete della radura. Rag'Anyev cominciò a contorcersi. Daria finì di annodare la corda e si allontanò, tenendo ancora in mano il coltello.
 Due protuberanze ossee si allargarono dai gomiti, come fossero uncini, la mascella si indurì e denti e gengive cominciarono a sanguinare. Attorno al masso si formò un piccolo lago nero. Urlando, Rag'Anyev cominciò a dimenarsi, sentì il cuore sbalzargli fuori dal petto, vibrò e tentò di liberarsi. La sua pelle divenne nera come la notte, gli occhi si illuminarono di un rosso demoniaco. Il petto e i muscoli si gonfiarono strappando dal torace parte dei vestiti, lacerandoli contro la pietra e contro le corde. Daria guardò impassibile ma, come sempre, impaurita.
 «Da quella parte! Sono sicuro che il reietto ha portato Daria nei boschi... non è la prima volta». Voci giunsero dal sentiero.
 «Gli uomini di Gaart» sussurrò Daria guardandosi attorno con ansia. «Se ti trovano così ti uccideranno». La ragazza sapeva che Rag'Anyev non poteva udire le sue parole e cominciò a sentire il panico crescere in lei.
 «Se lo trovo a inseminare quella puttanella...»
 «Non parlare così della donna del capo»
 «Non è la sua donna!»
 «In ogni caso non possiamo permettere che quel mostro diffonda la sua malattia... piuttosto lo uccido prima con le mie mani».
 Quel dialogo, con il sottofondo del respiro affannoso di Rag'Anyev mandò in confusione Daria. Abbassò lo sguardo. Vide il coltello nelle sue mani.
 «Rag... devi stare tranquillo», si avvicinò lenta. «Ora ti libererò ma tu non devi fare nulla», protese le mani in avanti, avvicinando la lama alle corde. «Devi scappare perché se ti trovano ti...» le parole le morirono in gola.
 Rag'Anyev cominciò a contorcersi convulsamente. Daria si allontanò solo un attimo spaventata, poi si riavvicinò. Lo sguardo demoniaco sembrava implorarla di lasciarlo stare, legato e immobile, ma Daria non si fermò. I movimenti si fecero sempre più rapidi e sempre più pericolosi.
 La corda si spezzò sotto la lama affilata. Il braccio di Rag'Anyev colpì Daria, scaraventandola a terra, priva di sensi. Si alzò in piedi e per un istante sentì l'impulso di saltare addosso alla vittima, inerme, e trucidarla. Si abbassò lentamente.
 «Di qua!»
 La voce di uno degli inseguitori lo fermò. Il cuore sbalzò quasi fuori dal petto. Rag'Anyev corse a nascondersi dietro i cespugli. Il respiro era sempre più affannoso.
 «Guarda Tan, è Daria» disse uno dei due scagnozzi di Gaart.
 «E questo è il pugnale di quel reietto» replicò l'altro prendendole dalla mano l'arma.
 Tan si guardò attorno. Fissò per un attimo il compagno e si abbassò sul corpo della ragazza.
 «Cosa fai?» domandò preoccupato.
 «La uccido... è l'arma del reietto... è la nostra occasione di farlo diventare un fuori legge». Gli occhi di Tan si illuminarono.
 «Tu sei pazzo»
 «No. Solo opportunista» rispose Tan. «Le farò solo un taglio e tu porterai il pugnale di Rag'Anyev dagli sciamani. Con i loro incantesimi interrogheranno gli spiriti e scopriranno che il sangue sulla lama è suo. Dirai che hai visto il reietto uccidere me e la donna e abbandonare i cadaveri al mare e che per paura di finire ucciso come noi, non sei intervenuto. Dirai che non hai trovato i resti... io andrò alla vecchia torre abbandonata a sud e ogni settimana mi dovrai portare i rifornimenti. Quando sarà morto potrò venire fuori e raccontare come ho salvato all'ultimo istante la ragazza»
 «Tu sei un genio» disse Joen con espressione meravigliata.
 «Cosa avete trovat...» intervenne un terzo scagnozzo, interrompendosi subito nel vedere Tan affondare leggermente la lama sul fianco della ragazza.
 Un ringhio terribile giunse dal cespuglio. I tre estrassero le loro spade e si misero in guardia.
 «Una bestia feroce... Gareb tienila a bada».
 Il più giovane dei tre si avvicinò al cespuglio con la mano tremante e si fermò a pochi metri. Deglutì a fatica mentre sentiva il ringhio cupo e gutturale che lo minacciava. Si voltò un attimo, giusto il tempo di vedere Tan scomparire in una direzione con il corpo della ragazza in spalla, e Joen tornare verso il villaggio. Quando si voltò non trovò davanti a sé un cespuglio, ma due occhi rossi e terribili che lo fissavano dall'alto in basso.
 Un artiglio sibilò tagliando aria e gola allo stesso tempo. Un fiotto di sangue sgorgò dal collo di Gareb. Il ragazzo lasciò cadere la spada e strinse la ferita, rotolando al suolo. Il dolore era immenso, il taglio era abbastanza profondo da essere mortale ma non troppo da farlo perire sul colpo. Con passo lento Rag'Anyev si avvicinò a Gareb e gli mise un piede sul torace. Schiacciò lentamente come spremesse un acino d'uva. Il sangue scolò fuori dalla ferita spinto dai battiti sempre più veloci del cuore. I due occhi demoniaci fissarono lo sguardo di terrore del ragazzo mentre moriva.
 La pelle tornò più chiara, lentamente, gli artigli divennero unghia solo un po' più lunghe e gli occhi smisero di sanguinare, tornando neri come la notte, umani, solo un po' arrossati.
 Rag'Anyev cadde in ginocchio accanto al ragazzo. Non sapeva come l'aveva fatto, ma sapeva che l'aveva fatto. C'era un'altra vittima sulla sua coscienza, come era accaduto già altre due volte, pochi anni prima, quando il suo Incubo si era risvegliato.
 Il reietto si guardò attorno. Cercò Daria ma vide solo una pozza di sangue vicino al masso, l'ultima cosa che ricordava. Si disperò e versò lacrime, limpide questa volta, sul terreno, mescolando il suo volto con il fango. Nulla era rimasto nella sua memoria. Della lama che affondava nel corpo della ragazza non c'era più alcun ricordo.
 Qualcosa di terribile era successo e Daria era sparita. Rag'Anyev desiderò dal profondo di poter controllare la bestia che c'era dentro di lui, il demone che ogni mese, alla fine della prima decade veniva fuori bramando sangue. Barcollando, l'espressione distrutta, si diresse verso il villaggio. La sete del suo cuore di Incubo era stata sedata, e adesso aveva solo un obiettivo: assicurarsi che Daria stesse bene.
 Come la sensazione che aveva provato mentre si allontanava dal villaggio, anche avvicinandosi e sentendo folle in subbuglio, percepì che qualcosa non era al suo posto. Arrestò il suo passo. Si guardò indietro. Corse a nascondersi. Era cosciente che non avrebbe potuto sapere ciò che desiderava, almeno non facendo una semplice domanda.
 Rag'Anyev non ricordava nulla di ciò che era successo durante la crisi, ma l'altra parte di sé sapeva tutto... e agli Incubi piace divenire ricorrenti.

24/05/2009

L'Assassino Silente (V)

 Era soltanto un'altra sera di un lungo susseguirsi di giorni vuoti, vissuti in maniera meccanica. Arendel trascorreva il tempo preparandosi da mangiare lentamente e consumando il cibo altrettanto lentamente. Dopo un anno di solitudine, era ormai diventato un'artista nello sbucciare le mele. Era capace di impiegare anche ore, specialmente durante la notte, per pulire alla perfezione un singolo frutto e poi mangiarlo.
 Bussarono alla porta. Arendel cessò ogni movimento. Smise di respirare per qualche istante. Non riceveva visite da mesi. Con agilità estrema fece roteare il coltello e lo nascose nella manica. Si alzò e silenziosamente si diresse verso la porta. Guardò dallo spioncino. Non c'era nessuno. Si chinò e osservò sotto la porta. Sembrava che qualcosa fosse stato lasciato davanti alla sua porta. Si avvicinò alla finestra, oscurata da una tenda, discostò il tessuto e guardò fuori. Non vide nessuno nei paraggi.
 Arendel aprì la porta lentamente. Finse indifferenza ma i suoi sensi erano in stato di allerta come se fosse in battaglia. Sull'uscio era poggiato un piccolo tubo metallico. Lo raccolse cautamente e lo esaminò. Guardò un'ultima volta tutto attorno alla casa, quindi rientrò e chiuse la porta dietro di sé.
 La mano destra strinse il tappo del tubo lo svitò. Dentro il contenitore c'era un piccolo foglio di una pergamena molto particolare, legato con un filo dorato e sigillato con una lacca scura e profumata.
 Arendel aprì la pergamena. Dentro c'erano solo delle indicazioni per giungere in un posto piuttosto isolato appena fuori dalla città di Corman. La lettera gli cadde dalle mani mentre leggeva l'ultima frase: Vieni stanotte stessa se vuoi rivedere tua figlia Juleen.
 Il respiro di Arendel si fece più affannoso. Si chinò e raccolse la pergamena con la mano tremante. La fissò ancora e memorizzò ogni indicazione, quindi arrotolò la pergamena e la infilò nuovamente nel tubo. Richiuse il contenitore e lo pose nella borsa attaccata alla sua cintura. Con un movimento rapido estrasse il coltello e lo mise nel fodero attaccato allo stivale. Prese un mantello e null'altro e si diresse verso il luogo indicato.
 Il buio della notte rendeva difficile distinguere persino il sentiero sopra cui stava camminando. Le indicazioni lo avevano portato sin fuori dalle mura in un luogo che non era illuminato se non dai riflessi del cielo. Arendel sentì i suoi sensi prepararsi al peggio e i suoi muscoli tendersi come se fosse in attesa di un agguato.
 Vicino a delle radure, immersa tra gli alberi del limitare della foresta, si scorgeva una casa abbandonata. Era piccola e sporca e la porta ondeggiava scricchiolando, sospinta da pochi aliti di vento.
 Arendel si avvicinò ed entrò. Le istruzioni gli ordinavano di entrare in quella piccola costruzione. Fece pochi passi e riconobbe la sagoma di un riflesso che mai avrebbe potuto dimenticare. Era lo stesso pugnale che aveva trovato sul cadavere di Ambra.
 «Benvenuto» salutò una voce maschile molto gutturale.
 Arendel rimase immobile e in silenzio. Voltò lo sguardo nella direzione da cui aveva udito parlare. Cercò di focalizzare sul suo interlocutore e al tempo stesso di percepire quanta altra gente ci fosse nella stanza.
 «Chi sei?»
 «Per te io sono il mandante, chiunque io sia» rispose con tono calmo. La voce era volutamente alterata, probabilmente con misture d'erbe o altre soluzioni alchemiche poco conosciute.
 «Che significa tutto ciò? Dov'è mia figlia?»
 «Calma, uomo. Ogni cosa a tempo debito. Risponderò alle tue domande nell'ordine corretto». Nell'ombra, colui che stava parlando si sedette su di una poltrona, in un angolo ancora più scuro dove soltanto qualche raggio di luna creava ombre incomprensibili.
 «Tu sei un abilissimo combattente, forse il migliore di tutto Mytel» seguì una breve pausa. «Ma ti manca ancora l'intelligenza, la perfezione e l'arguzia del vero maestro d'armi». Il mandante fece un'altra pausa. «Ciò che raggiungerai lavorando per me, nell'ombra».
 «Dov'è mia figlia?»
 Arendel strinse i pugni con fare impaziente e parlò come se non avesse ascoltato né intendesse farlo.
 Si udì un colpo alla parete. La luce di una piccola fiamma si accese in un altra stanza che comunicava attraverso una finestra a vetro spesso con quella in cui Arendel e il mandante stavano parlando.
 Lentamente emerse dal buio una figura legata a una sedia il cui capo era coperto da un cappuccio. Aveva la fisionomia di una bambina e Arendel cominciò a temere il peggio. Una mano afferrò la punta del cappuccio e scoprì il volto del prigioniero. Era Juleen. I loro occhi si incrociarono e all'uomo parve che la bambina gli chiedesse aiuto.
 Arendel Fece un passo verso il vetro ma immediatamente si fermò quando la punta di un pugnale si avvicinò repentina al collo di sua figlia.
 «Sta bene come puoi vedere, e continuerà a stare bene» affermò colui che si faceva chiamare il mandante. «Dovrai solo fare qualche lavoretto per me» concluse.
 Arendel scattò verso il mandante ma questi lo fermò immediatamente. «Se ti avvicini di solo un passo tua figlia non starà più tanto bene».
 L'uomo nascosto nel buio espresse il suo disappunto schioccando la lingua e ostentando una pomposa sicurezza. Arendel percepì che l'uomo si era alzato in piedi. La luce della fiamma svanì.
 «Resta qui per un po'», il mandante sussurrò all'orecchio dell'uomo.
 «Da oggi questa è la tua nuova casa e tu sei un uomo nuovo. Ti contatterò io stesso quanto prima possibile».
 Si udirono passi leggeri dirigersi verso l'uscita. Arendel si voltò lentamente e vide la sagoma del mandante sull'uscio. Vide ancora una volta il pugnale uguale a quello usato per uccidere sua moglie. Strinse i denti e irrigidì la mascella.
 «Presto mi ringrazierai». Con quelle ultime parole il mandante scomparve nel buio della radura.
 Un inquietante silenzio circondò Arendel. Rimase immobile fino a quasi l'alba ripensando a quell'incontro e all'urlo di disperazione che avrebbe Juleen, se non con la bocca almeno con i pensieri, gli aveva lanciato.
 Al primo raggio di sole Arendel si piegò sulle gambe fino a poggiare le ginocchia per terra. Sorrise e pianse. Sua figlia era viva. Ma era nelle mani di uno sconosciuto. Non tutto era perduto.


***


 Arendel cacciò via dalla sua mente quei pensieri con i quali era giunto sino a casa. Erano trascorsi cinque anni dal primo incontro e, in un modo o in un altro, quindici persone erano sparite per mano sua, nella speranza di ottenere la libertà di sua figlia. Già dopo il sesto omicidio Arendel aveva smesso di implorare il mandante. Ogni volta gli aveva risposto sempre nella stessa maniera e l'assassino aveva capito che non c'era verso di far mutare quella risposta.
 Ogni cosa a tempo debito, pensò. Non ho più forze, Arendel sentì l'animo rabbuiarsi come se si fosse rassegnato alla triste realtà. Si lasciò cadere sopra la poltrona ormai indurita dal tempo e dall'usura. Restò seduto solo pochi attimi, come se volesse raccogliere le energie. Si alzò in piedi e si diresse verso un piccolo armadietto, lo aprì e prese un piccolo barattolo di vetro. Tolse il tappo e portò il contenitore alla bocca. Dentro c'era un frullato di mele misto a succo di vari frutti. Deglutì rapidamente, cambiò il mantello, afferrò una piccola sacca, quella che usava per le sue missioni, e si diresse verso la radura dove solitamente gli venivano consegnati i messaggi.
 Devo partire per Sarradun, pensò Arendel tra sé sperando di non trovare nessun messaggio. Discostò le foglie e qualche ramo e osservò rapidamente. Erano passati più due mesi dall'ultima missione.
 Nascosto in un piccolo tubo c'era qualcosa che Arendel non avrebbe voluto trovare, ma il suo sgomento non fu causato solo dalla necessità di rimandare la partenza con Bazam per via della nuova missione.
 Arendel aveva sperato di non dover mai vedere scritto sulla pergamena un nome amico. Forse sarebbe stato più facile far sparire quella persona senza ucciderla, ma il solo pensiero di non poterlo fare lo terrorizzava. E leggendo il nome sulla pergamena tremò.

07/05/2009

L'Assassino Silente (I)

 Il cappuccio del mantello gli occultava il volto, mentre con movimenti lenti le sue mani sbucciavano una mela, verde, dura, probabilmente acerba. Il tessuto grigio scurissimo scendeva fino a terra, libero di svolazzare leggermente ogni volta che qualcuno apriva la porta di legno della taverna.
 
L'uomo seduto al tavolo ignorava la musica attorno a sé, e con essa tutti coloro che erano andati in quel luogo per bere, divertirsi e rilassarsi. Non diede attenzione neppure alle donne, né le locandiere né le prostitute che si avvicinavano. Proseguì soltanto a tagliare con perfezione chirurgica la buccia del frutto che teneva in mano. Il movimento si fermò per qualche istante. Fissò l'anello che portava sull'indice della mano destra. Era una semplice fascetta, piccola e argentata. Su di essa era inciso un nome, Juleen. Era il nome di sua figlia. La mano si strinse attorno al coltello e tremò per qualche istante, poi tornò immobile. Tolse anche l'ultimo pezzetto della buccia e guardò la mela, ormai quasi una sfera perfettamente liscia. Incisione dopo incisione ne tagliò piccoli pezzi e cominciò a mangiarli, ignorando sempre tutti coloro che gli stavano attorno.
 
Si fece tardi, la taverna cominciò a svuotarsi. La lama del coltello era ancora umida e la mela, dopo ore, non era ancora finita. L'uomo incappucciato attese fino a che tutti gli ospiti della locanda, tranne uno, non fossero andati via.
 
La mezzanotte era passata da un pezzo e nel locale rimaneva un uomo quasi ubriaco che barcollando continuava a insistere di volere un'altra pinta. Allegro e baldanzoso per la proficua serata, l'oste dietro il bancone si rifiutò. Volse lo sguardo verso l'uomo che per tutta la sera non aveva ballato o dato retta a nessuno e che, dopo aver bevuto d'un fiato un bicchiere di vino pregiato, aveva mangiato solo una mela, “la più verde che hai” aveva detto con tono pacato.
 
Incuriosito, l'oste si avvicinò verso il tavolo. L'ubriacone approfittò dell'assenza dell'oste per versare un altro po' di birra nel suo boccale, “alla tua” urlò, prima di sedersi sullo sgabello, rivolto verso la scena che nessuno avrebbe sperato di vedere da lucido.
 
«Ehi tu», esordì l'oste, «non è tardi per stare ancora qui?»
 
«Sei tu il mercante di informazioni?» domandò l'uomo a voce bassa, con tono controllato e glaciale.
 
«Non so di che stai parlando». L'oste dipinse sul suo volto un'espressione contrita, ma palesemente falsa. Agitò le mani e rise nervosamente.
 
La testa dell'uomo si alzò leggermente. Dal cappuccio si intravedevano due occhi neri brillanti e un accenno di barba incolta copriva un viso giovane ma segnato da una profonda cicatrice orizzontale appena sotto l'occhio sinistro. L'espressione in quel volto era seria e gelida.
 
«Ehi amico...» l'oste provò a spezzare la tensione del momento «perché quella faccia?»
 
«Che faccia pensi che avresti se il tuo lavoro fosse uccidere uomini?»
 
La voce divenne quasi una terribile vibrazione che gli fece tremare persino le labbra. «Non ti rifarò la domanda un'altra volta».
 
«S...si... sono io» balbettò l'oste.
 
«Qualcuno dice che hai comprato qualcosa che non era in vendita». Il tono si fece velatamente minaccioso.
 
«Io... io...»
 
«Non hai bisogno di giustificarti. Però prima di morire potresti dirmi dove si trova l'Occhio di Krark»
 
«Non so cosa sia» disse l'oste terrorizzato.
 
«Andiamo» lo esortò «la famigerata torre nascosta. Uno che traffica con le informazioni deve averla sentita almeno una volta nella sua vita» continuò.
 
«Giuro che non so di cosa parli... ti prego non uccidermi» si guardò a destra e a sinistra. L'uomo incappucciato percepì che cercava qualcuno. Ma egli sapeva già chi.
 
«Le tue guardie personali sono impossibilitate ad agire in questo momento. Devi scusarmi ma ho bisogno di calma per fare il mio lavoro».
 
«N... non conosco l'occhio... quel posto lì» concluse deglutendo a fatica.
 
Con un balzo improvviso l'uomo incappucciato si alzò dalla sedia, roteò vistosamente il pugnale e lo accompagnò velocemente verso il fianco dell'oste. Contemporaneamente l'altra mano raggiunse la gola della vittima stringendola e bloccandogli il fiato e con esso ogni possibilità di movimento. L'oste chiuse le mani sul polso del suo carnefice ma non riuscì a liberarsi sebbene avesse una corporatura ben più robusta.
 
La lama affondò impietosa e fiotti di liquido rosso sgorgarono sporcando il pavimento. L'ubriaco vide la scena, lasciò cadere il boccale che si frantumò in mille pezzi e corse fuori urlando.


***


La mente dell'assassino volò indietro di qualche giorno, quando per l'ultima volta, dopo innumerevoli volte, aveva parlato con il suo mandante.
 
«Dovresti ringraziarmi»
 
«Per cosa? Per avere ucciso mia moglie e per avere rapito mia figlia?»
 
«Ascoltami. Tu sei uno dei migliori guerrieri di tutte le terre che conosco. Così facendo ti costringo a imparare a essere il combattente perfetto, colui che è capace di uccidere senza traccia e in ogni condizione, colui che sa sfruttare ogni occasione...». Arendel rimase ad ascoltare in silenzio. «Dovresti ringraziarmi perché io ti sto insegnando tutte queste cose».
 
«Puoi insegnarmi a essere il più grande guerriero su questa terra, ma se io sono per la pace, ucciderò solo finché mi servirà per sopravvivere». Il tono si fece sottile e la voce quasi impercettibile.
 
«Tu ucciderai finché la tua vita», fece una pausa, «e finché la sua vita, saranno legate alla mia».
 
«Sfiorala soltanto e...»
 
«Calma», lo interruppe con estrema semplicità, «non hai potere di contratto. Ora va e compi il tuo dovere, sai bene che non avrai altro modo di assicurarti che non accada nulla di brutto».
 
Arendel si voltò, srotolò la pergamena e lesse la descrizione e la locazione della sua prossima vittima. Era un semplice oste.


***


«Un testimone ti ha visto morire. Confido che tu creda nel fatto che la seconda volta non sarò un attore. Fuori dalla porta del retro c'è una sacca con dei trucchi per camuffarti. Dipingiti il volto, incollati la barba, indossa i vestiti che troverai lì a fianco e prendi il cavallo legato al palo di fronte l'uscita. Corri e vai a Nord. Lascia Teril Moonshade e vai verso le terre di Esilio. Sparisci da queste terre e crea una nuova vita laggiù».
 
Arendel allontanò il braccio dal fianco dell'uomo e tolse i brandelli del cuore di maiale che aveva usato per simulare l'omicidio. Erano apparsi come dal nulla, tanto che l'oste si era sentito morire prima ancora che la lama affondasse in quelle carni. L'uomo indietreggiò terrorizzato. Gli occhi di Arendel lo fissavano, vacui e severi allo stesso tempo. Inciampò su uno sgabello e cadde. Strisciò indietro senza mai voltare le spalle al suo potenziale carnefice. Imboccò la strada per l'uscita secondaria ed eseguì alla lettera ciò che gli era stato detto con frenetica precisione.
 
L'uomo incappucciato uscì dalla porta principale. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno ancora fosse giunto in soccorso o avesse chiamato la guardia cittadina. Svanì nel buio come se fosse tale, niente più che ombra.
 
Vagò la mente di Arendel. La schiena scivolò sulla parete fredda e umida del vicolo. Sentì la disperazione assalirlo. Voleva urlare, ma non poteva. Voleva piangere ma il suo cuore era ormai incapace di provare quella sensazione liberatoria. La mano gli tremò. Lasciò cadere il suo pugnale. Desiderava qualcosa e vedeva che ciò era sempre più difficile da raggiungere. Nel silenzio mise la testa tra le mani e si rassegnò. Ogni volta che doveva uccidere qualcuno per salvare la vita di sua figlia, egli si sentiva morire sempre di più. E si disperò perché, come già in passato, non tutte le vittime avrebbero avuto una seconda possibilità.