03/06/2009
Il Cuore di un Incubo (I)
Le genti della costa, soprattutto i pescatori, guardano sempre con rispetto al mare. Le navi, le barche e i battelli sono parte della loro sopravvivenza e spesso capita che ciascuno costruisca la sua con il sudore della fronte, sentendo quella creatura quasi come un figlio, come fosse parte della natura che ha generato il legno e le corde con cui essa è costruita. Si tratta di esseri quasi vivi, ibridi tra un uccello e un pesce, trascinati a volte dal vento e altre dalle correnti del mare e guidati dalla mente dell'uomo.
Finché tali forze restano in equilibrio, il controllo è facile. Ma ogni mese, spinta dagli astri, una diventa troppo forte e se ci si è andati troppo a largo può nascere la tragedia...
***
Rag'Anyev si guardò attorno. Una strana sensazione lo stava assalendo. Credeva di essere osservato. Non gli era mai accaduto prima.
La foresta silenziosa attorno a lui faceva da cornice alla pietra su cui guardava riflessa la luce della sera.
Il volto della luna era pieno e fissava le terre nord della costa occidentale con sguardo impietoso. La prima decade del mese stava per terminare e la sua tortura, la sua maledizione segreta doveva trovare il suo periodico sfogo.
«Dobbiamo sbrigarci».
Daria era l'unica a conoscenza del segreto di Rag'Anyev. Era anche l'unica a non considerarlo un diverso, a non far caso alla sua “malattia”. Ed era anche la donna che Gaart, capo di coloro che si facevano chiamare vigilanti, desiderava ardentemente.
Nel villaggio, ormai grande quasi quanto una città, ciascuno contribuiva al benessere comune, soprattutto chi aveva il coraggio di sfidare il mare. A Rag'Anyev non era permesso neppure questo.
Gli occhi costantemente arrossati dalla luce del sole, la pelle scura, quasi cinerea, le unghia sempre sproporzionatamente lunghe, lunghi capelli neri e nodosi. Anche se gli sciamani e i sapienti del villaggio non avevano trovato forma di contagio nel suo stato, nessuno osava avere contatti con lui. Soltanto la legge lo tutelava da chi invece lo avrebbe messo alla forca con estremo e sadico gusto.
«Sta iniziando». Rag'Anyev strinse la mano di Daria fermandole il passo. «Non mi sento sicuro... oggi non voglio che tu venga».
«Non se ne parla nemmeno. Non puoi superare la crisi senza di me» Daria fissò Rag'Anyev con sguardo severo.
«Allora facciamolo lì, su quella pietra».
«Ma siamo ancora troppo vicini al villaggio» obiettò Daria.
«Non c'è tempo... non posso controllarla». Rag'Anyev si guardò le mani. Le unghia erano già diventate nere e dure come pietra, gli occhi avevano perso il loro colore umano e lacrimavano sangue scuro. L'erba su cui cadevano le sue lacrime appassiva istantaneamente.
Daria si guardò indietro, poi si voltò di nuovo verso Rag'Anyev. Estrasse delle robuste corde dal suo zaino, quindi si avvicinò al masso e ne saggiò la pesantezza con un piede.
«Va bene, dammi il tuo coltello». Rag'Anyev diede la lama alla ragazza, in realtà un pezzo di metallo grezzo modellato affinché fosse pungente e affilato.
Daria tagliò la corda in due pezzi e cominciò ad assicurarla sul masso. Rag'Anyev poggiò la schiena su di esso e portò le braccia dietro di sé.
«Lega più stretto stavolta... non sappiamo se il masso resisterà». Daria annuì e arrotolò la corda più volte sui polsi dell'amico.
Uno spasmo seguito da un urlo strozzato stroncarono la quiete della radura. Rag'Anyev cominciò a contorcersi. Daria finì di annodare la corda e si allontanò, tenendo ancora in mano il coltello.
Due protuberanze ossee si allargarono dai gomiti, come fossero uncini, la mascella si indurì e denti e gengive cominciarono a sanguinare. Attorno al masso si formò un piccolo lago nero. Urlando, Rag'Anyev cominciò a dimenarsi, sentì il cuore sbalzargli fuori dal petto, vibrò e tentò di liberarsi. La sua pelle divenne nera come la notte, gli occhi si illuminarono di un rosso demoniaco. Il petto e i muscoli si gonfiarono strappando dal torace parte dei vestiti, lacerandoli contro la pietra e contro le corde. Daria guardò impassibile ma, come sempre, impaurita.
«Da quella parte! Sono sicuro che il reietto ha portato Daria nei boschi... non è la prima volta». Voci giunsero dal sentiero.
«Gli uomini di Gaart» sussurrò Daria guardandosi attorno con ansia. «Se ti trovano così ti uccideranno». La ragazza sapeva che Rag'Anyev non poteva udire le sue parole e cominciò a sentire il panico crescere in lei.
«Se lo trovo a inseminare quella puttanella...»
«Non parlare così della donna del capo»
«Non è la sua donna!»
«In ogni caso non possiamo permettere che quel mostro diffonda la sua malattia... piuttosto lo uccido prima con le mie mani».
Quel dialogo, con il sottofondo del respiro affannoso di Rag'Anyev mandò in confusione Daria. Abbassò lo sguardo. Vide il coltello nelle sue mani.
«Rag... devi stare tranquillo», si avvicinò lenta. «Ora ti libererò ma tu non devi fare nulla», protese le mani in avanti, avvicinando la lama alle corde. «Devi scappare perché se ti trovano ti...» le parole le morirono in gola.
Rag'Anyev cominciò a contorcersi convulsamente. Daria si allontanò solo un attimo spaventata, poi si riavvicinò. Lo sguardo demoniaco sembrava implorarla di lasciarlo stare, legato e immobile, ma Daria non si fermò. I movimenti si fecero sempre più rapidi e sempre più pericolosi.
La corda si spezzò sotto la lama affilata. Il braccio di Rag'Anyev colpì Daria, scaraventandola a terra, priva di sensi. Si alzò in piedi e per un istante sentì l'impulso di saltare addosso alla vittima, inerme, e trucidarla. Si abbassò lentamente.
«Di qua!»
La voce di uno degli inseguitori lo fermò. Il cuore sbalzò quasi fuori dal petto. Rag'Anyev corse a nascondersi dietro i cespugli. Il respiro era sempre più affannoso.
«Guarda Tan, è Daria» disse uno dei due scagnozzi di Gaart.
«E questo è il pugnale di quel reietto» replicò l'altro prendendole dalla mano l'arma.
Tan si guardò attorno. Fissò per un attimo il compagno e si abbassò sul corpo della ragazza.
«Cosa fai?» domandò preoccupato.
«La uccido... è l'arma del reietto... è la nostra occasione di farlo diventare un fuori legge». Gli occhi di Tan si illuminarono.
«Tu sei pazzo»
«No. Solo opportunista» rispose Tan. «Le farò solo un taglio e tu porterai il pugnale di Rag'Anyev dagli sciamani. Con i loro incantesimi interrogheranno gli spiriti e scopriranno che il sangue sulla lama è suo. Dirai che hai visto il reietto uccidere me e la donna e abbandonare i cadaveri al mare e che per paura di finire ucciso come noi, non sei intervenuto. Dirai che non hai trovato i resti... io andrò alla vecchia torre abbandonata a sud e ogni settimana mi dovrai portare i rifornimenti. Quando sarà morto potrò venire fuori e raccontare come ho salvato all'ultimo istante la ragazza»
«Tu sei un genio» disse Joen con espressione meravigliata.
«Cosa avete trovat...» intervenne un terzo scagnozzo, interrompendosi subito nel vedere Tan affondare leggermente la lama sul fianco della ragazza.
Un ringhio terribile giunse dal cespuglio. I tre estrassero le loro spade e si misero in guardia.
«Una bestia feroce... Gareb tienila a bada».
Il più giovane dei tre si avvicinò al cespuglio con la mano tremante e si fermò a pochi metri. Deglutì a fatica mentre sentiva il ringhio cupo e gutturale che lo minacciava. Si voltò un attimo, giusto il tempo di vedere Tan scomparire in una direzione con il corpo della ragazza in spalla, e Joen tornare verso il villaggio. Quando si voltò non trovò davanti a sé un cespuglio, ma due occhi rossi e terribili che lo fissavano dall'alto in basso.
Un artiglio sibilò tagliando aria e gola allo stesso tempo. Un fiotto di sangue sgorgò dal collo di Gareb. Il ragazzo lasciò cadere la spada e strinse la ferita, rotolando al suolo. Il dolore era immenso, il taglio era abbastanza profondo da essere mortale ma non troppo da farlo perire sul colpo. Con passo lento Rag'Anyev si avvicinò a Gareb e gli mise un piede sul torace. Schiacciò lentamente come spremesse un acino d'uva. Il sangue scolò fuori dalla ferita spinto dai battiti sempre più veloci del cuore. I due occhi demoniaci fissarono lo sguardo di terrore del ragazzo mentre moriva.
La pelle tornò più chiara, lentamente, gli artigli divennero unghia solo un po' più lunghe e gli occhi smisero di sanguinare, tornando neri come la notte, umani, solo un po' arrossati.
Rag'Anyev cadde in ginocchio accanto al ragazzo. Non sapeva come l'aveva fatto, ma sapeva che l'aveva fatto. C'era un'altra vittima sulla sua coscienza, come era accaduto già altre due volte, pochi anni prima, quando il suo Incubo si era risvegliato.
Il reietto si guardò attorno. Cercò Daria ma vide solo una pozza di sangue vicino al masso, l'ultima cosa che ricordava. Si disperò e versò lacrime, limpide questa volta, sul terreno, mescolando il suo volto con il fango. Nulla era rimasto nella sua memoria. Della lama che affondava nel corpo della ragazza non c'era più alcun ricordo.
Qualcosa di terribile era successo e Daria era sparita. Rag'Anyev desiderò dal profondo di poter controllare la bestia che c'era dentro di lui, il demone che ogni mese, alla fine della prima decade veniva fuori bramando sangue. Barcollando, l'espressione distrutta, si diresse verso il villaggio. La sete del suo cuore di Incubo era stata sedata, e adesso aveva solo un obiettivo: assicurarsi che Daria stesse bene.
Come la sensazione che aveva provato mentre si allontanava dal villaggio, anche avvicinandosi e sentendo folle in subbuglio, percepì che qualcosa non era al suo posto. Arrestò il suo passo. Si guardò indietro. Corse a nascondersi. Era cosciente che non avrebbe potuto sapere ciò che desiderava, almeno non facendo una semplice domanda.
Rag'Anyev non ricordava nulla di ciò che era successo durante la crisi, ma l'altra parte di sé sapeva tutto... e agli Incubi piace divenire ricorrenti.
22:02
Scritto da: immortalbard
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24/05/2009
L'Assassino Silente (V)
Era soltanto un'altra sera di un lungo susseguirsi di giorni vuoti, vissuti in maniera meccanica. Arendel trascorreva il tempo preparandosi da mangiare lentamente e consumando il cibo altrettanto lentamente. Dopo un anno di solitudine, era ormai diventato un'artista nello sbucciare le mele. Era capace di impiegare anche ore, specialmente durante la notte, per pulire alla perfezione un singolo frutto e poi mangiarlo.
Bussarono alla porta. Arendel cessò ogni movimento. Smise di respirare per qualche istante. Non riceveva visite da mesi. Con agilità estrema fece roteare il coltello e lo nascose nella manica. Si alzò e silenziosamente si diresse verso la porta. Guardò dallo spioncino. Non c'era nessuno. Si chinò e osservò sotto la porta. Sembrava che qualcosa fosse stato lasciato davanti alla sua porta. Si avvicinò alla finestra, oscurata da una tenda, discostò il tessuto e guardò fuori. Non vide nessuno nei paraggi.
Arendel aprì la porta lentamente. Finse indifferenza ma i suoi sensi erano in stato di allerta come se fosse in battaglia. Sull'uscio era poggiato un piccolo tubo metallico. Lo raccolse cautamente e lo esaminò. Guardò un'ultima volta tutto attorno alla casa, quindi rientrò e chiuse la porta dietro di sé.
La mano destra strinse il tappo del tubo lo svitò. Dentro il contenitore c'era un piccolo foglio di una pergamena molto particolare, legato con un filo dorato e sigillato con una lacca scura e profumata.
Arendel aprì la pergamena. Dentro c'erano solo delle indicazioni per giungere in un posto piuttosto isolato appena fuori dalla città di Corman. La lettera gli cadde dalle mani mentre leggeva l'ultima frase: Vieni stanotte stessa se vuoi rivedere tua figlia Juleen.
Il respiro di Arendel si fece più affannoso. Si chinò e raccolse la pergamena con la mano tremante. La fissò ancora e memorizzò ogni indicazione, quindi arrotolò la pergamena e la infilò nuovamente nel tubo. Richiuse il contenitore e lo pose nella borsa attaccata alla sua cintura. Con un movimento rapido estrasse il coltello e lo mise nel fodero attaccato allo stivale. Prese un mantello e null'altro e si diresse verso il luogo indicato.
Il buio della notte rendeva difficile distinguere persino il sentiero sopra cui stava camminando. Le indicazioni lo avevano portato sin fuori dalle mura in un luogo che non era illuminato se non dai riflessi del cielo. Arendel sentì i suoi sensi prepararsi al peggio e i suoi muscoli tendersi come se fosse in attesa di un agguato.
Vicino a delle radure, immersa tra gli alberi del limitare della foresta, si scorgeva una casa abbandonata. Era piccola e sporca e la porta ondeggiava scricchiolando, sospinta da pochi aliti di vento.
Arendel si avvicinò ed entrò. Le istruzioni gli ordinavano di entrare in quella piccola costruzione. Fece pochi passi e riconobbe la sagoma di un riflesso che mai avrebbe potuto dimenticare. Era lo stesso pugnale che aveva trovato sul cadavere di Ambra.
«Benvenuto» salutò una voce maschile molto gutturale.
Arendel rimase immobile e in silenzio. Voltò lo sguardo nella direzione da cui aveva udito parlare. Cercò di focalizzare sul suo interlocutore e al tempo stesso di percepire quanta altra gente ci fosse nella stanza.
«Chi sei?»
«Per te io sono il mandante, chiunque io sia» rispose con tono calmo. La voce era volutamente alterata, probabilmente con misture d'erbe o altre soluzioni alchemiche poco conosciute.
«Che significa tutto ciò? Dov'è mia figlia?»
«Calma, uomo. Ogni cosa a tempo debito. Risponderò alle tue domande nell'ordine corretto». Nell'ombra, colui che stava parlando si sedette su di una poltrona, in un angolo ancora più scuro dove soltanto qualche raggio di luna creava ombre incomprensibili.
«Tu sei un abilissimo combattente, forse il migliore di tutto Mytel» seguì una breve pausa. «Ma ti manca ancora l'intelligenza, la perfezione e l'arguzia del vero maestro d'armi». Il mandante fece un'altra pausa. «Ciò che raggiungerai lavorando per me, nell'ombra».
«Dov'è mia figlia?»
Arendel strinse i pugni con fare impaziente e parlò come se non avesse ascoltato né intendesse farlo.
Si udì un colpo alla parete. La luce di una piccola fiamma si accese in un altra stanza che comunicava attraverso una finestra a vetro spesso con quella in cui Arendel e il mandante stavano parlando.
Lentamente emerse dal buio una figura legata a una sedia il cui capo era coperto da un cappuccio. Aveva la fisionomia di una bambina e Arendel cominciò a temere il peggio. Una mano afferrò la punta del cappuccio e scoprì il volto del prigioniero. Era Juleen. I loro occhi si incrociarono e all'uomo parve che la bambina gli chiedesse aiuto.
Arendel Fece un passo verso il vetro ma immediatamente si fermò quando la punta di un pugnale si avvicinò repentina al collo di sua figlia.
«Sta bene come puoi vedere, e continuerà a stare bene» affermò colui che si faceva chiamare il mandante. «Dovrai solo fare qualche lavoretto per me» concluse.
Arendel scattò verso il mandante ma questi lo fermò immediatamente. «Se ti avvicini di solo un passo tua figlia non starà più tanto bene».
L'uomo nascosto nel buio espresse il suo disappunto schioccando la lingua e ostentando una pomposa sicurezza. Arendel percepì che l'uomo si era alzato in piedi. La luce della fiamma svanì.
«Resta qui per un po'», il mandante sussurrò all'orecchio dell'uomo.
«Da oggi questa è la tua nuova casa e tu sei un uomo nuovo. Ti contatterò io stesso quanto prima possibile».
Si udirono passi leggeri dirigersi verso l'uscita. Arendel si voltò lentamente e vide la sagoma del mandante sull'uscio. Vide ancora una volta il pugnale uguale a quello usato per uccidere sua moglie. Strinse i denti e irrigidì la mascella.
«Presto mi ringrazierai». Con quelle ultime parole il mandante scomparve nel buio della radura.
Un inquietante silenzio circondò Arendel. Rimase immobile fino a quasi l'alba ripensando a quell'incontro e all'urlo di disperazione che avrebbe Juleen, se non con la bocca almeno con i pensieri, gli aveva lanciato.
Al primo raggio di sole Arendel si piegò sulle gambe fino a poggiare le ginocchia per terra. Sorrise e pianse. Sua figlia era viva. Ma era nelle mani di uno sconosciuto. Non tutto era perduto.
***
Arendel cacciò via dalla sua mente quei pensieri con i quali era giunto sino a casa. Erano trascorsi cinque anni dal primo incontro e, in un modo o in un altro, quindici persone erano sparite per mano sua, nella speranza di ottenere la libertà di sua figlia. Già dopo il sesto omicidio Arendel aveva smesso di implorare il mandante. Ogni volta gli aveva risposto sempre nella stessa maniera e l'assassino aveva capito che non c'era verso di far mutare quella risposta.
Ogni cosa a tempo debito, pensò. Non ho più forze, Arendel sentì l'animo rabbuiarsi come se si fosse rassegnato alla triste realtà. Si lasciò cadere sopra la poltrona ormai indurita dal tempo e dall'usura. Restò seduto solo pochi attimi, come se volesse raccogliere le energie. Si alzò in piedi e si diresse verso un piccolo armadietto, lo aprì e prese un piccolo barattolo di vetro. Tolse il tappo e portò il contenitore alla bocca. Dentro c'era un frullato di mele misto a succo di vari frutti. Deglutì rapidamente, cambiò il mantello, afferrò una piccola sacca, quella che usava per le sue missioni, e si diresse verso la radura dove solitamente gli venivano consegnati i messaggi.
Devo partire per Sarradun, pensò Arendel tra sé sperando di non trovare nessun messaggio. Discostò le foglie e qualche ramo e osservò rapidamente. Erano passati più due mesi dall'ultima missione.
Nascosto in un piccolo tubo c'era qualcosa che Arendel non avrebbe voluto trovare, ma il suo sgomento non fu causato solo dalla necessità di rimandare la partenza con Bazam per via della nuova missione.
Arendel aveva sperato di non dover mai vedere scritto sulla pergamena un nome amico. Forse sarebbe stato più facile far sparire quella persona senza ucciderla, ma il solo pensiero di non poterlo fare lo terrorizzava. E leggendo il nome sulla pergamena tremò.
17:46
Scritto da: immortalbard
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20/05/2009
L'Assassino Silente (IV)
L'assassino silente camminava cauto per i vicoli che lo avrebbero condotto in quel luogo che ormai doveva chiamare casa.
Nel silenzio della notte, il rumore di un barattolo che tintinnava sui ciottoli, spezzò il suo flusso di pensieri. Guardò le varie strade davanti a sé. Non imboccò la solita ma si diresse verso un luogo più remoto. Una vecchia costruzione abbandonata, fatta di mattoni rossi e travi di legno antico. Era stata una bellissima abitazione un tempo, quella di un valoroso guerriero.
Erano passati cinque anni da quando aveva visto l'ultima volta la sua vera casa. Ebbe nostalgia e si fermò davanti al luogo della tragedia che gli aveva cambiato la vita, e si perse nei ricordi.
***
Aprendo la porta di casa, sentì un odore diverso dal solito. Non era la fragranza delle pietanze cotte per la cena, bensì un fastidioso odore di bruciato.
Arendel si avvicinò alla grossa pentola posta sul fuoco. Il brodo era tutto evaporato e la carne stava bruciando attaccata alle pareti metalliche. La fiamma avrebbe dovuto essere spenta da diverse ore. Scostò con la spada i tizzoni e il legno ancora incandescente, quindi la fece scemare lentamente.
Uno strano silenzio regnava in casa. Il guerriero avanzò verso i gradini che portavano al piano superiore. Guardò la porta sul giardino. Era chiusa. Non v'erano segni di scasso. La mano si avvicinò all'elsa.
Gradino dopo gradino raggiunse il secondo piano. Una fioca luce di candela ondeggiava nel corridoio subito dopo le scale e sembrava provenire dalla stanza matrimoniale. D'improvviso la luce si spense. Nessun rumore e buio. Arendel cominciò a sentire il cuore battergli e rimbombare tra le mura della sua casa. Ridusse al minimo i suoni cercando di non far neppure frusciare i vestiti. Slegò il mantello e lo adagiò per sulla scala. Avanzò lento fino alla porta della stanza, quindi appoggiò le spalle al muro e si affacciò quel tanto che bastava per guardare con un occhio solo.
Poca luce filtrava dalla finestra aperta. Erano i raggi di luna che facevano scintillare qualcosa nel buio. La tenda seguiva i movimenti della brezza. Arendel entrò nella stanza, facendo attenzione a rimanere nascosto nelle ombre e a non far rumore.
La stanza non era molto grande. La vista dell'uomo si abituò velocemente al buio. Osservò ogni angolo e vide che nulla sembrava fuori posto. Ebbe un brivido nel vedere una figura umana distesa sul letto. Il petto era fermo, non sembrava respirare. Il riflesso della luna toccava qualcosa di metallico vicino al corpo. Arendel sentì un brivido lungo la schiena. La mano ferma del guerriero cominciò a tremare. Raccolse dal tavolo al centro della stanza un fiammifero e, rimanendo allerta, accese la candela. Inorridì.
Arendel sentì i suoi muscoli divenire pietra. Spalancò la bocca e fissò il letto. Una pozza di sangue imbrattava le lenzuola. Sua moglie era distesa in maniera scomposta. I polsi erano legati alla struttura del letto e gli occhi erano aperti in un'espressione di terrore. Il metallo che aveva scintillato dei raggi lunari era un pugnale conficcato sul suo petto. I capelli erano diventati rossi per il sangue e non erano più dello stesso colore dei suoi occhi, cioé quello da cui i suoi genitori le avevano dato il nome...
***
«Ambra». Arendel pronunciò il nome di sua moglie e, rivivendo queli attimi drammatici, sentì le sue gambe irrigidirsi e subito dopo rammollirsi.
Per un anno era rimasto confinato in quella casa, uscendo solo per gli allenamenti, suo unico sfogo, convinto di avere perso tutto. Ambra era morta e sua figlia Juleen era svanita. Inizialmente non si era parlato d'altro nella città di Corman e nei suoi villaggi vicini. Poi la notizia aveva perso di importanza tra le bocche dei bardi, superata dagli avvenimenti politici e dalle notizie delle guerre di assestamento tra vari domini. Infine l'evento era rimasto solo nella mente di Arendel e nessuno se ne era più occupato. Gente senza storia, senza passato. Senza presente e senza futuro, pensò Arendel fissando un ultimo istante la sua vecchia casa.
Voltò le spalle alla vecchia casa, quindi si incamminò verso la nuova. Un fiume di pensieri e di ricordi inondò la sua mente e non poté fare a meno di ripensare all'incontro che, al termine di quell'anno di isolamento, gli aveva cambiato la vita, giusto nel luogo dove si stava recando.
08:44
Scritto da: immortalbard
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18/05/2009
L'Assassino Silente (III)
La voce di Dana echeggiava nelle sale vuote del tempio. La melodia non aveva bisogno di essere accompagnata da strumenti perché il canto da solo bastava a trasmettere leggiadria. La sacerdotessa stava completando gli esercizi quotidiani. Soleva fermarsi più degli altri al tempio. Era l'unica della sua congregazione a essere coinvolta anche in aspetti politici.
Occhi azzurrissimi e capelli color oro emergevano nella tenue luce prodotta da poche candele accese tra le colonne del tempio. Il canto si fermò. Passi lenti echeggiarono nella sala. Il rumore di tacchi metallici non poteva essere confuso.
«Qual buon vento porta qui Sor Bahuen, del dominio di Mytel?»
«Forse il canto della sacerdotessa di Kyrion. O forse la sua bellezza. Di sicuro qualcosa di lei che mi ha attirato in questo luogo» replicò l'uomo.
«Non ti aspettavo». Dana assunse un sorriso misto tra sorpresa e felicità.
«Hai degli impegni?»
«No». La donna si avvicinò a Bahuen, che nel frattempo aveva raggiunto l'altare rituale. «A dir la verità si. Attendo il bibliotecario. Gli ho commissionato una ricerca e mi porterà ciò che gli ho chiesto direttamente qui al tempio».
Sor Bahuen protese un braccio in avanti e avvolse il fianco della sacerdotessa. Fece attenzione a non stropicciare il delicato abito di seta bianca che essa indossava. Era la veste rituale delle dame pure, le più alte nei riti della Forte Fede. Lunga e leggera, aderente ai fianchi e larga sulle gambe, la veste copriva tutto il corpo, anche le braccia con lunghe maniche decorate di ricami.
«Sai che per il rito della sera non si porta nulla sotto la veste?»
L'uomo rimase immobile. Osservò ogni singolo movimento del viso di Dana, cercando di scrutarne i sentimenti e soprattutto le voglie.
«Il nano non ha le chiavi della porta». La donna indietreggiò lentamente, volgendosi verso l'altare e trascinando per un braccio Bahuen. Con agilità e al tempo stesso sensuale leggiadria, balzò sulla struttura di marmo e vi si sedette. Le sue braccia abbracciarono il collo del Sor e lo avvicinarono.
«Penso che perderà ancora un po' di tempo» disse Dana, parlando del bibliotecario.
«Dana, qui? Nel tempio? Questo è un atto blasfemo». Sor Bahuen parlò con poca convinzione, mentre si liberava della cintura.
«Credi ancora negli Dei... e nelle favole?»
«No».
Quella risposta decretò il silenzio nella sala. Condizione che durò per ben poco tempo.
La finestra si chiuse silenziosa. Dall'alto del corridoio sopraelevato dei passi silenziosi si confusero con i blasfemi gemiti di piacere di Dana. Come un'ombra nel buio, il predatore osservava la sua vittima. L'uomo si chinò e si concentrò. Doveva attendere. C'era una persona di troppo e non poteva permettersi di lasciare testimoni.
Arendel aveva già ucciso in battaglia, ma in quel preciso istante realizzò che stava per diventare un assassino.
Dana e Bahuen si lasciarono quando ormai la notte era inoltrata. Arendel attese che la porta fosse chiusa e le serrature bloccate dalla sacerdotessa per entrare in azione.
La donna ritornò al suo posto, depose la veste rituale nell'armadio e indossò abiti più comuni. Sedette su di una sedia di legno dietro un tavolo pieno di appunti e libri. Attendeva che il bibliotecario le portasse qualcosa. Arendel seppe di avere poco tempo per agire.
Le delicate dita di Dana sfogliavano varie pergamene. Le dita dell'altra mano reggevano una penna d'oca con la quale aggiungeva le sue note su qualcosa che sembrava uno spartito musicale.
Arendel chiuse gli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena. Rimase immobile e incapace di reagire per diverso tempo. La sua mano stringeva il pugnale affilato e appuntito, sottile pezzo di metallo che presto si sarebbe macchiato del sangue di una donna innocente. Il tremore si fece più intenso. La lama toccò una ringhiera e risuonò nel tempio.
Dana alzò lo sguardo. Osservò attorno a sé ma non vide nulla. Non fece caso più di tanto al rumore. Poteva essere un animale o semplicemente il vento. Ricominciò a scrivere. Ma quel rumore non aveva destato solo la sua attenzione, bensì aveva richiamato in un attimo tutta la freddezza di Arendel.
La mano della donna cadde sul tavolo urtando il calamaio e facendo versare l'inchiostro sulla carta. Il nero si confuse lentamente con il rosso del sangue di Dana. I due colori non si mischiarono. L'inchiostro rimase una terribile cornice della firma dell'assassino. Il pugnale era penetrato preciso sulla nuca della donna.
Dana divenne una statua di pietra con il petto poggiato sul tavolo e la testa che pendeva in avanti. Il sangue gocciolava sempre più copioso. Era morta sul colpo. Almeno non ha sofferto, si disse Arendel cominciando a realizzare ciò che aveva appena compiuto.
Arendel discese dalla balconata interna del tempio e raggiunse il cadavere. Sentì il cuore salirgli in gola. Ebbe un conato di vomito. Aveva visto mille altri cadaveri ma quello era il primo che lo faceva sentire veramente un assassino. Sollevò lentamente la mano e raccolse il pugnale. Un piccolo spruzzo di sangue fuoriuscì insieme alla lama. Ripulì l'arma con un panno quindi la infoderò.
L'uomo piegò le gambe e appoggiò le spalle al tavolo. Si portò le mani al viso e sentì le lacrime sgorgargli dagli occhi. Gli bruciavano e gli pareva che stessero sanguinando. Trattenne a stento i gemiti, e non udì la porta secondaria del tempio aprirsi.
«C'è nessuno?»
Arendel si alzò sentendo il panico crescere dentro di sé. Vide la porta sul lato del tempio chiudersi e un nano entrare con passo discreto. I loro occhi si incrociarono. Il nano spostò lentamente il suo sguardo verso il cadavere della donna e realizzò subito l'accaduto, ma non si scompose.
Bazam, il bibliotecario osservò attentamente gli occhi di Arendel e percepì le sue sensazioni.
«Che cosa hai visto?»
Arendel fece la prima domanda che gli venne in mente. Avanzò rapido verso il nano ed estrasse l'arma.
«Tu non hai ucciso quella donna». Le parole del nano suonarono in modo strano all'orecchio di Arendel che non ne colse la sottigliezza.
L'uomo aveva il volto coperto dal cappuccio e il corpo dal mantello. Pensò rapidamente a cosa fare e agì d'istinto. Non voleva uccidere un altro innocente così balzò lateralmente e con l'impugnatura colpì forte alla nuca del nano tramortendolo.
L'assassino svanì nel buio della notte, terrorizzato da ciò che era accaduto ma soprattutto da se stesso.
La vista annebbiata dalle lacrime si schiarì. Guardò il nome di sua figlia inciso sull'anello e ripensò agli strani disegni incisi sul pugnale con cui era stata uccisa sua moglie. Non appena fosse giunta la mattina sarebbe dovuto andare in biblioteca a cercarne l'origine.
***
Arendel entrò nella biblioteca. Era impregnata di uno strano fascino, come se l'antichità di quei libri riempisse l'aria. L'uomo rimase assorto nell'atmosfera del luogo e non si accorse di null'altro attorno a lui.
«Io posso aiutarti». La voce di Bazam riportò Arendel alla realtà.
«Può darsi» esordì l'uomo. «Stavo cercando...» il nano lo interruppe subito.
«La mia non era una domanda. Io so di poterti aiutare».
«Cosa vuoi dire?»
«Dana Daneir, sacerdotessa del tempio di Kyrion ormai in rovina. Infedele al suo Dio e impegnata in intrighi politici affinché possa fregiarsi di titoli e ricchezze. Nessuno si accorgerà della sua scomparsa. Ormai sono troppo pochi i sacerdoti e ancor meno i fedeli. Un fatto del genere non farebbe altro che far traballare ancora la loro posizione». Arendel rimase attonito.
«Lord Bahuen, Sor della città di Corman e aspirante al dominio di Mytel, su cui pende l'accusa di blasfemia dovuta a una fantomatica relazione con la sacerdotessa, non né parlerà perché farlo porterebbe all'attenzione di tutti questo evento e la sua posizione politica ne risentirebbe fortemente». L'uomo continuò ad ascoltare.
«Un omicidio organizzato a regola d'arte, nella sua incomprensibile semplicità. E un uomo che piange per ciò che ha fatto non ha tutta questa arguzia dei particolari. L'ho letto nei tuoi occhi, assassino silente». Il nano concluse con espressione seria e pacata. «Io posso e voglio aiutarti».
Arendel non disse nulla. Accettò quello che il nano aveva visto. Si instaurò istantaneamente un empatia tra i due. Bazam dimostrò subito di essere il genere di persona che non tollera quel genere di soprusi.
L'assassino silente, così l'aveva chiamato, seppe che poteva fidarsi.
***
«...questo è il motivo per cui ho deciso di aiutarti». Bazam rispose con poche parole alla domanda di Arendel, tirando fuori quei pochi elementi che gli ricordavano la sua volontà di far vincere il bene e di porre fine a inutili spargimenti di sangue.
Arendel rimase sovrappensiero per qualche istante, immerso in immagini che gli ricordavano tutte le missioni che aveva compiuto.
La gente dimentica troppo velocemente chi scompare. Anche se muore una persona ogni mese, o addirittura ogni dieci giorni, dopo una breve lamentela tutto svanisce. Questo è assurdo. Arendel strinse i pugni. Sembra quasi che il mandante sappia perfettamente come non smuovere le acque e abbia solo bisogno di un braccio esecutivo.
«Devo scoprire di più su questo Occhio di Krark», ribadì Arendel.
«Se non vuoi seguire i miei suggerimenti, perché non provi a chiedere a...» le parole gli morirono in gola.
«No. Il mercante di informazioni era la mia ultima vittima. Non posso raggiungerlo ora». L'assassino silente si fermò sull'uscio. «Partiremo domani. Grazie Bazam».
Arendel uscì dalla biblioteca facendo attenzione a non farsi notare. Aveva raccolto poche informazioni. Sarebbe tornato da Bazam per prepararsi alla partenza ma prima doveva essere sicuro di non avere altri lavori da fare.
09:59
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17/05/2009
L'Assassino Silente (II)
Le tozze dita della mano di Bazam continuavano a sfogliare le pagine di un tomo vecchio e impolverato. La tonda faccia coperta dal grigio di lunghi capelli e folta barba, faceva sembrare piccolo l'antico libro. In realtà Bazam aveva una fisionomia molto particolare. Era basso la metà di un uomo comune ma pesava quasi il doppio. Aveva mani e piedi sproporzionati e un testone tanto grosso quanto buffo. Anche se gli stessi libri della sua biblioteca lo dipingevano con il nome di nano, Bazam preferiva farsi definirsi solo uno diversamente uomo.
Il bibliotecario era affascinato dalla storia e dalla cultura delle persone con cui viveva e nei suoi studi aveva imparato a conoscere anche la razza dei nani in cui non riusciva proprio a identificarsi.
«Interessante...»
Il nano passava le sue giornate lavorando nella sua biblioteca e il resto del tempo lo trascorreva studiando e facendo ricerche. Nella sua vita aveva alternato lunghi periodi di viaggio ad altri di completa clausura. Era innamorato della conoscenza.
«No, un nano non capirebbe. Piuttosto spaccherebbe il leggio con un'ascia...»
Bazam era solito paragonare quello che avrebbe fatto un nano con quello che avrebbe fatto un uomo, mentre leggeva dagli archivi della storia locale. Nonostante continuasse a dire di non saper pensare come un nano, sapeva sempre dare la risposta su cosa avrebbe fatto uno della sua razza.
«A cosa potrà mai servire un anello magico che ti rende sordo e muto per qualche secondo appena lo tocchi? Non vedo neppure il perché debba essere catalogato», disse armeggiando con un bizzarro anello rosso tra le mani.
Khaled Bazam, chiamato solo Bazam da amici e clienti, non che fossero molti, era un tipo notoriamente bizzarro, un po' goffo per la sua mole, sicuramente un po' ingenuo e ogni tanto avventato, e, secondo i racconti di molti, dalla memoria corta per le cose che il suo cervello riteneva poco importanti.
Di sicuro Bazam era un tipo estremamente curioso e questo suo modo di essere lo aveva spesso condotto in situazioni dove la mancanza totale di paura gli aveva fatto rischiare la vita. In tanti lo credevano pazzo, pochi si fidavano ciecamente di lui, convinti che fosse illuminato dagli stessi Dei.
«Noooo... questo non è vero. Sono sicuro di aver letto il contrario da qualche altra parte». E sebbene continuasse a negarlo, soleva parlare da solo.
Bazam sollevò di scatto la testa e si guardò indietro. Gli era parso di aver sentito un rumore. Guardò in fondo al corridoio centrale della biblioteca. Le candele erano quasi tutte spente. Non vide nulla. Dalle finestre passava solo poca luce riflessa dalla luna.
La biblioteca non era molto grande, ma al suo interno Bazam possedeva migliaia di tomi sui più disparati argomenti, dalla storia alla magia, dalla geografia alle commedie e così via.
Il nano crucciò la fronte, scosse un po' il capo, quindi si chinò di nuovo sul libro che stava leggendo. Voltò pagina e fece ondeggiare un po' le gambe sospese a mezzaria. Vivendo in una città di uomini non era facile trovare sedie per la sua misura, e dopo aver rotto con il suo peso quella che si era fatto costruire apposta, non aveva più voluto perderci tempo.
Due candele si spensero. Bazam alzò ancora il capo e guardò indietro. Sollevò un sopracciglio in un espressione perplessa. Estrasse una piccola bottiglia da una tasca cucita sul cinturone. Stappo coi denti il tappo di sughero e lo lasciò cadere sul suo grosso palmo. Bevve un corposo sorso di un amaro di erbe, quindi richiuse la bottiglia. Discese dalla sedia.
«Sta cambiando il tempo... soffia il vento».
Bazam giunse sotto la finestra. Era a misura d'uomo. La biblioteca l'aveva ricevuta in eredità dal vecchio proprietario, un anziano uomo che non l'aveva chiusa solo perché quel giovincello che era un tempo il nano, ogni giorno stava lì a studiare. Mi fai rivivere i vecchi tempi, gli aveva detto il vecchio bibliotecario poco prima di morire e di lasciargli tutti i suoi beni. Il rapporto che Bazam aveva avuto con Norman, il precedente proprietario, era stato molto particolare perché l'uomo aveva rivissuto grazie al nano i migliori viaggi della sua vita. I due erano diventati veri amici in poco tempo. Bazam non soffrì per la morte di Norman, ma non perché non gli dispiacesse, ma semplicemente perché i libri gli avevano insegnato tante cose belle sulla morte e sapeva che l'uomo aveva vissuto tante esperienze da non dover patire prima di approdare su lidi migliori. Sebbene ne sentisse la mancanza, Bazam era riuscito ad andare avanti con allegria, solarità e la promessa che avrebbe mantenuta viva l'attività della biblioteca. Almeno finché gli fosse stato possibile.
Il nano provò ad allungare un braccio verso la finestra. Ci provava sempre, come se si aspettasse di essere diventato di colpo più alto. Mosse la testa con disappunto. Si guardò attorno. Prese una sedia e la pose sotto la finestra aperta. Inspirò e trattenne il respiro, in modo da lasciare più spazio alle sue corte gambe per sollevarsi. Si arrampicò con difficoltà sulla sedia. Aveva il fiatone come se avesse scalato un monte. Protese il braccio in alto e con la punta dell'indice riuscì a spingere la finestra e quindi a chiuderla. Un'altra candela si spense.
Il rumore di passi echeggiò tra gli scaffali. Bazam si voltò e si guardò attorno. Discese lentamente dalla sedia. L'enorme pancia sfidò la resistenza della cintura... e vinse.
«Dovresti usare un bastone per chiudere le finestre».
«Hiic!»
Bazam cadde per terra, inciampando sui suoi stessi calzoni. Il suono che emise fu stridente. Il nano tirò al petto le braccia tremanti con i pugni sollevati e chiusi.
«Bazam». Dall'ombra apparve un mantello scuro. Anche se ci fosse stata più luce il volto non sarebbe stato visibile. Ma il bibliotecario sapeva benissimo di avere dinnanzi a sé l'assassino silente.
«Bazam Khaled... per gli Dei, copriti». Arendel fece un passo verso la sua destra, estrasse un fiammifero e accese una candela. «Dovresti tenerne di più accese. La porta d'ingresso ne spegne molte quando qualcuno entra».
«Non che io aspettassi visite». Bazam rispose alzandosi goffamente e sollevando i pantaloni.
«Ti ho spaventato?»
«Tu? Nooooo. Affatto». Il bibliotecario scosse le mani e il capo. I pantaloni caddero ancora. «Mi stavi solo facendo venire un attacco di cuore!» Bazam urlò mentre con una mano si reggeva i calzoni e con l'altra puntava un dito verso l'uomo.
«Ben tornato ragazzo». Concluse sorridendo.
«Perdonami Bazam, ma sai che non voglio farmi vedere qui con te. Non voglio metterti in pericolo. E sono sicuro che se qualcuno sapesse che sono qui, lo saresti. Non mi stupirei nemmeno di vederti apparire nella mia lista». Arendel abbassò il cappuccio.
«Come è andato il tuo ultimo lavoro?» Bazam camminò fino al tavolo dove stava leggendo, aprì un cassetto ed estrasse un nuovo cinturone.
«Come speravo. L'ho mandato...» la frase rimase in sospeso. Bazam si intromise.
«Non voglio saperlo. Mi basta sapere che il mio vecchio cavallo abbia salvato una vita».
«Si. E sicuramente il suo fantino sarà più facile da trasportare», sorrise Arendel.
Il nano finì di sistemarsi il cinturone, quindi prese una teiera e versò del the verde in una tazza. Aprì un altro cassetto e prese un'altra tazza. Vi soffiò dentro, quindi usò la strofinò con una manica e vi versò dentro la bevanda.
«Bene», iniziò a sorseggiare. Arendel prese la tazza e la avvicinò al naso. Il the profumava di un aroma delizioso. Ormai l'uomo era abituato a quelle scene che ad altri sarebbero sembrate disgustose. Sorseggiò. «Ho trovato qualcosa», continuò il nano.
Arendel osservò il tavolo. C'erano diversi libri aperti e altri chiusi. Uno di questi aveva un particolare segnalibro: la daga d'argento con cui era stata assassinata sua moglie.
«Oh... scusami», Bazam chiuse rapidamente alcuni libri. «C'è un po' di confusione. Stavo leggendo libri su oggetti magici e artefatti caduti dal cielo... niente di importante». Il nano tolse di mezzo due tomi e riaprì quello in cui c'era il pugnale.
«Ho trovato il simbolo che cercavamo in un altro libro».
«Di che cosa parla?»
«Parla dei forgiatori di Krark», rispose seccamente il nano, prima di buttar giù un altro sorso di the. Sfogliò rapidamente un paio di pagine, quindi si fermò su di una in particolare.
«L'Occhio di Krark. Mi avevi già mostrato quel disegno». Arendel osservò un'immagine dipinta sulla pagina del tomo. Bazam gli aveva già mostrato quel disegno la prima volta che si erano incontrati. L'Occhio di Krark era l'unico indizio che aveva Arendel per sapere da dove provenisse l'assassino di sua moglie e, informazione ancora più importante, il suo mandante.
«Si ma questa volta c'è di più».
«Hai scoperto dove si trova la torre che mi avevi mostrato?»
«No», Bazam chinò il capo come fosse una sconfitta, ma lo risollevò subito assumendo un'espressione contenta. «Però ho trovato buone notizie storiche su chi sia Krark e chi siano i suoi seguaci. La torre resta ancora avvolta nel mistero della leggenda. I più famosi storici affermano che non esista e che sia solo frutto della fantasia».
«Non importa, dimmi cosa hai trovato», Arendel sorrise al bibliotecario e sorseggiò il the.
«Qui dice...», l'indice di Bazam corse lungo le righe della pagina successiva. «Krark era un condottiero. Le sue armi traevano potere magico dalla gemma che egli aveva infilato al posto del suo occhio», il nano assunse un'espressione schifata. «Sacrificò il suo occhio agli Dei in cambio della capacità di forgiare armi molto particolari».
«C'è altro?»
«Si. I forgiatori erano i seguaci di Krark, coloro che gli obbedivano ciecamente in cambio di parte del potere che egli conquistava con le sue armi». Bazam chiuse il tomo.
«Non capisco come ciò possa aiutarmi», Arendel si portò il volto tra le mani e si grattò gli occhi come se volesse scrollarsi di dosso la stanchezza.
«Nella pagina seguente uno storico fa riferimento al tomo dei quattro rintocchi, un arcano libro che si dice contenga gli incantesimi di guerra più antichi e dimenticati e all'interno del quale forse potremo trovare il segreto di Krark».
Arendel rimase in un silenzio riflessivo.
«Questo potrebbe farci capire che legame c'è tra colui che cerchi e l'Occhio di Krark».
«Potrebbe essere solo una coincidenza, dannazione!»
L'assassino silente diede un pugno sul tavolo e si alzò in piedi in uno scatto di disperazione. Bazam sentì il respiro dell'uomo farsi più pesante.
«Io sono sicuro che invece sei sulla pista giusta. Questo pugnale è solo il punto di partenza ma ti indica la via da seguire. Me lo dice il mio istinto». Bazan poggiò una mano sul fianco dell'uomo. Avrebbe voluto metterla sulla spalla ma non aveva modo di arrivarci.
«Se almeno mi dicessi come hai trovato questo pugnale o perché cerchi di raggiungere il suo possessore, forse potrei aiutarti di più».
Arendel rimase ancora in silenzio. Poi si voltò e si chinò sulle ginocchia.
«Non l'ho trovato per caso. Era piantato come firma dell'assassino di mia moglie». Tutto fu d'improvviso più chiaro per Bazam. Il nano si morse le labbra per un istante e abbassò lo sguardo. Poi sorrise e poggiò le sue mani grassocce sulle ginocchia dell'uomo.
«Potremmo andare insieme, in incognito alla gilda dei maghi di Sarradun, la capitale, a dare una sbirciatina ai libri proibiti... quelli tra i quali si annovera il tomo dei quattro rintocchi». Bazam scosse un po' Arendel. «Magari così mi racconterai tutta la tua storia», parlò ancora con il sorriso sulle labbra. «Finalmente», aggiunse.
«Meno sai della mia storia e meno sarai in pericolo, mio piccolo amico». Arendel si alzò in piedi, si sedette nuovamente con calma e riprese a sorseggiare il the. Bazam si arrampicò nuovamente sulla sua sedia e ricominciò a sfogliare i suoi libri.
«Troveremo qualcosa, sta tranquillo».
Arendel sollevò lo sguardo e fissò il nano. Un sorriso naturale gli nacque sul volto.
«Non sai nulla di me e di ciò che sto cercando, di quale sia il mio lavoro. Sei una brava persona», fece una pausa. «Eppure aiuti un assassino come se fosse il tuo migliore amico». Bazam sorrise di rimando con gli occhi. «Perché?»
Bazam discese dalla sedia e cominciò a passeggiare lungo i corridoi della biblioteca. Arendel lo seguì a breve distanza, in religioso silenzio.
«Perché quando ci siamo incontrati per la prima volta io non ti ho visto soltanto uccidere...»
11:45
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07/05/2009
L'Assassino Silente (I)
Il cappuccio del mantello gli occultava il volto, mentre con movimenti lenti le sue mani sbucciavano una mela, verde, dura, probabilmente acerba. Il tessuto grigio scurissimo scendeva fino a terra, libero di svolazzare leggermente ogni volta che qualcuno apriva la porta di legno della taverna.
L'uomo seduto al tavolo ignorava la musica attorno a sé, e con essa tutti coloro che erano andati in quel luogo per bere, divertirsi e rilassarsi. Non diede attenzione neppure alle donne, né le locandiere né le prostitute che si avvicinavano. Proseguì soltanto a tagliare con perfezione chirurgica la buccia del frutto che teneva in mano. Il movimento si fermò per qualche istante. Fissò l'anello che portava sull'indice della mano destra. Era una semplice fascetta, piccola e argentata. Su di essa era inciso un nome, Juleen. Era il nome di sua figlia. La mano si strinse attorno al coltello e tremò per qualche istante, poi tornò immobile. Tolse anche l'ultimo pezzetto della buccia e guardò la mela, ormai quasi una sfera perfettamente liscia. Incisione dopo incisione ne tagliò piccoli pezzi e cominciò a mangiarli, ignorando sempre tutti coloro che gli stavano attorno.
Si fece tardi, la taverna cominciò a svuotarsi. La lama del coltello era ancora umida e la mela, dopo ore, non era ancora finita. L'uomo incappucciato attese fino a che tutti gli ospiti della locanda, tranne uno, non fossero andati via.
La mezzanotte era passata da un pezzo e nel locale rimaneva un uomo quasi ubriaco che barcollando continuava a insistere di volere un'altra pinta. Allegro e baldanzoso per la proficua serata, l'oste dietro il bancone si rifiutò. Volse lo sguardo verso l'uomo che per tutta la sera non aveva ballato o dato retta a nessuno e che, dopo aver bevuto d'un fiato un bicchiere di vino pregiato, aveva mangiato solo una mela, “la più verde che hai” aveva detto con tono pacato.
Incuriosito, l'oste si avvicinò verso il tavolo. L'ubriacone approfittò dell'assenza dell'oste per versare un altro po' di birra nel suo boccale, “alla tua” urlò, prima di sedersi sullo sgabello, rivolto verso la scena che nessuno avrebbe sperato di vedere da lucido.
«Ehi tu», esordì l'oste, «non è tardi per stare ancora qui?»
«Sei tu il mercante di informazioni?» domandò l'uomo a voce bassa, con tono controllato e glaciale.
«Non so di che stai parlando». L'oste dipinse sul suo volto un'espressione contrita, ma palesemente falsa. Agitò le mani e rise nervosamente.
La testa dell'uomo si alzò leggermente. Dal cappuccio si intravedevano due occhi neri brillanti e un accenno di barba incolta copriva un viso giovane ma segnato da una profonda cicatrice orizzontale appena sotto l'occhio sinistro. L'espressione in quel volto era seria e gelida.
«Ehi amico...» l'oste provò a spezzare la tensione del momento «perché quella faccia?»
«Che faccia pensi che avresti se il tuo lavoro fosse uccidere uomini?»
La voce divenne quasi una terribile vibrazione che gli fece tremare persino le labbra. «Non ti rifarò la domanda un'altra volta».
«S...si... sono io» balbettò l'oste.
«Qualcuno dice che hai comprato qualcosa che non era in vendita». Il tono si fece velatamente minaccioso.
«Io... io...»
«Non hai bisogno di giustificarti. Però prima di morire potresti dirmi dove si trova l'Occhio di Krark»
«Non so cosa sia» disse l'oste terrorizzato.
«Andiamo» lo esortò «la famigerata torre nascosta. Uno che traffica con le informazioni deve averla sentita almeno una volta nella sua vita» continuò.
«Giuro che non so di cosa parli... ti prego non uccidermi» si guardò a destra e a sinistra. L'uomo incappucciato percepì che cercava qualcuno. Ma egli sapeva già chi.
«Le tue guardie personali sono impossibilitate ad agire in questo momento. Devi scusarmi ma ho bisogno di calma per fare il mio lavoro».
«N... non conosco l'occhio... quel posto lì» concluse deglutendo a fatica.
Con un balzo improvviso l'uomo incappucciato si alzò dalla sedia, roteò vistosamente il pugnale e lo accompagnò velocemente verso il fianco dell'oste. Contemporaneamente l'altra mano raggiunse la gola della vittima stringendola e bloccandogli il fiato e con esso ogni possibilità di movimento. L'oste chiuse le mani sul polso del suo carnefice ma non riuscì a liberarsi sebbene avesse una corporatura ben più robusta.
La lama affondò impietosa e fiotti di liquido rosso sgorgarono sporcando il pavimento. L'ubriaco vide la scena, lasciò cadere il boccale che si frantumò in mille pezzi e corse fuori urlando.
***
La mente dell'assassino volò indietro di qualche giorno, quando per l'ultima volta, dopo innumerevoli volte, aveva parlato con il suo mandante.
«Dovresti ringraziarmi»
«Per cosa? Per avere ucciso mia moglie e per avere rapito mia figlia?»
«Ascoltami. Tu sei uno dei migliori guerrieri di tutte le terre che conosco. Così facendo ti costringo a imparare a essere il combattente perfetto, colui che è capace di uccidere senza traccia e in ogni condizione, colui che sa sfruttare ogni occasione...». Arendel rimase ad ascoltare in silenzio. «Dovresti ringraziarmi perché io ti sto insegnando tutte queste cose».
«Puoi insegnarmi a essere il più grande guerriero su questa terra, ma se io sono per la pace, ucciderò solo finché mi servirà per sopravvivere». Il tono si fece sottile e la voce quasi impercettibile.
«Tu ucciderai finché la tua vita», fece una pausa, «e finché la sua vita, saranno legate alla mia».
«Sfiorala soltanto e...»
«Calma», lo interruppe con estrema semplicità, «non hai potere di contratto. Ora va e compi il tuo dovere, sai bene che non avrai altro modo di assicurarti che non accada nulla di brutto».
Arendel si voltò, srotolò la pergamena e lesse la descrizione e la locazione della sua prossima vittima. Era un semplice oste.
***
«Un testimone ti ha visto morire. Confido che tu creda nel fatto che la seconda volta non sarò un attore. Fuori dalla porta del retro c'è una sacca con dei trucchi per camuffarti. Dipingiti il volto, incollati la barba, indossa i vestiti che troverai lì a fianco e prendi il cavallo legato al palo di fronte l'uscita. Corri e vai a Nord. Lascia Teril Moonshade e vai verso le terre di Esilio. Sparisci da queste terre e crea una nuova vita laggiù».
Arendel allontanò il braccio dal fianco dell'uomo e tolse i brandelli del cuore di maiale che aveva usato per simulare l'omicidio. Erano apparsi come dal nulla, tanto che l'oste si era sentito morire prima ancora che la lama affondasse in quelle carni. L'uomo indietreggiò terrorizzato. Gli occhi di Arendel lo fissavano, vacui e severi allo stesso tempo. Inciampò su uno sgabello e cadde. Strisciò indietro senza mai voltare le spalle al suo potenziale carnefice. Imboccò la strada per l'uscita secondaria ed eseguì alla lettera ciò che gli era stato detto con frenetica precisione.
L'uomo incappucciato uscì dalla porta principale. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno ancora fosse giunto in soccorso o avesse chiamato la guardia cittadina. Svanì nel buio come se fosse tale, niente più che ombra.
Vagò la mente di Arendel. La schiena scivolò sulla parete fredda e umida del vicolo. Sentì la disperazione assalirlo. Voleva urlare, ma non poteva. Voleva piangere ma il suo cuore era ormai incapace di provare quella sensazione liberatoria. La mano gli tremò. Lasciò cadere il suo pugnale. Desiderava qualcosa e vedeva che ciò era sempre più difficile da raggiungere. Nel silenzio mise la testa tra le mani e si rassegnò. Ogni volta che doveva uccidere qualcuno per salvare la vita di sua figlia, egli si sentiva morire sempre di più. E si disperò perché, come già in passato, non tutte le vittime avrebbero avuto una seconda possibilità.
22:14
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29/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (V)
Ali sbiadite volteggiavano in un cielo azzurrissimo. Le nubi parevano fatte di piume eppure l'aria era triste e si respirava dolore e sofferenza. Heléna si sentì cadere. Aprì gli occhi d'improvviso. Giaceva su qualcosa di soffice come bambagia e a stento riusciva a muovere la testa. Il corpo le pareva immobile e per quanto si sforzasse di alzare le braccia non si mosse di un centimetro. Sentì degli occhi poggiare lo sguardo su di lei. Si sentiva osservata. La sensazione crebbe a dismisura. Heléna provò a urlare ma solo un lieve gemito uscì dalla sua bocca.
Una creatura apparve dal nulla. Sembrava una donna ma sue erano le ali che aveva visto pochi istanti prima. Tutto il mondo attorno era irreale eppure le sembrava di aver già visto qualcosa di simile, come fosse un misto tra il suo mondo onirico e la realtà di molti anni prima. Come fosse l'ombra di anni che la sua mente aveva dimenticato perché vissuti quando era ancora troppo giovane per poterli comprendere.
«Il martello è Antozh, e tu ne sei la custode».
Heléna udì la voce rimbombarle nella testa. Era soave e dolce ma al tempo stesso le riempiva di dolore il cranio. La creatura parlò ancora, ripetendo le stesse parole, e poi ancora e ancora. Heléna non riuscì a muovere le braccia, era inerme di fronte a quella donna alata, bellissima ma che le infondeva uno strano timore reverenziale. Non riuscì a parlare, non poteva gridare. Chiuse gli occhi e urlò nella mente. Tutto il mondo attorno prese a girare ma adesso v'era solo uno strano ronzio che le occludeva le orecchie. Il fastidioso rumore svanì lentamente lasciando posto a una delicata melodia che si interruppe nell'esatto istante in cui Heléna aprì gli occhi. Era nella sua tenda.
«Era solo un sogno». Heléna scoppiò quasi in una risata isterica prima di cascare giù dalla branda, impaurita da una presenza vicino a lei.
«Buongiorno Heléna, stai meglio? Sei stata inquieta per tutta la notte». La voce di Xander la tranquillizzò. «Devo scoprire chi è riuscito a calmarti con le sue melodie fuori dalla tenda. Qualcuno dei soldati ha suonato per te tutta la notte». Il comandante sorrise alla ragazza.
«Sei... rimasto qui tutta la notte?»
«Si». Xander rispose con un leggero sorriso e lo sguardo di chi non ha chiuso occhio per tutta la giornata. «Come va adesso? Sono finiti gli effetti del vino?»
«Mi gira un po' la testa... ti prego... non voglio che mi vedi in questo stato» improvvisamente lampi della sera appena trascorsa tornarono alla mente di Heléna e il rossore dell'imbarazzo le coprì il volto.
«Ieri sera io... tu... Xander...»
«Ieri sera non è accaduto nulla di importante. Eri ubriaca e ti sei sentita male. Ti ho accompagnata qui e ho vegliato su di te». Il sorriso di Xander fu disarmante.
«Si... capitano». Heléna sentì tornare il legame formale che c'era tra lei e Xander, il comandante della sua unità di soldati.
«Adesso datti una rinfrescata e rimettiti in sesto». L'uomo si alzò in piedi e lanciò un panno umido e fresco verso la ragazza. Heléna lo afferrò al volo, dimostrando prontezza di riflessi anche in uno stato non ottimale.
Xander uscì dalla tenda e si diresse verso il cortile. Guardò attorno a sé e vide che nessuno dei musici si trovava nei paraggi. Eppure la musica è finita pochi minuti fa, pensò. Cercò con attenzione, incuriosito da chi dei suoi uomini avesse potuto fare qualcosa del genere, ma non trovò nessuno.
A poca distanza di cammino, piedi feriti e sanguinanti si trascinavano sul terreno, ricoperti di piaghe. Le corde dello strumento vibravano ancora ma all'uomo incappucciato, ormai giunto lontano dall'accampamento, mancavano le forze per creare ancora altre melodie. E ancora una piaga si aprì sulla sua pelle.
***
Xander aveva lasciato una tinozza d'acqua fresca poggiata sul tavolo. Heléna si sciacquò il viso. Passò le mani sul volto. Teneva gli occhi chiusi mentre l'acqua le rinfrescava le guance e la fronte. Si asciugò con il panno che le aveva lanciato il suo comandante. Aprì gli occhi e inspirò profondamente. Vide la spada di Albert poggiata con cura sul tavolo. Ricordò la sfuriata della sera precedente. Si avvicinò lentamente al bordo del tavolo con lo sguardo fisso sulla spada. Protese la mano destra e sfiorò l'elsa. Alzò la testa e guardò in alto. Sentì che il dolore era passato, seppur forse solo temporaneamente.
La mente di Heléna corse di nuovo alla sera precedente. Si sentì stupida e provò un terribile senso di imbarazzo, tuttavia provò anche gratitudine verso Xander, suo capitano ma soprattutto suo amico, che l'aveva aiutata a superare quella difficile sera. Raccontargli ciò che era successo sarebbe stato il minimo per ringraziarlo. Indossò il mantello sopra i soliti abiti che metteva sotto l'armatura e uscì dalla tenda.
«Capitano, il Signore di Pietra non è morto».
All'udire quelle parole, Heléna si bloccò. Rimase fuori dalla tenda, a origliare, come se non avesse il permesso di entrare.
«L'abbiamo visto vicino alle porte del suo palazzo, dove è crollato il muro, abbiamo udito le sue grida mentre si proclamava invincibile e nuovo sovrano di queste terre». La voce del soldato si fece preoccupata.
Xander parve più stupito che preoccupato. «Nonostante i suoi soldati siano tutti morti o dispersi?»
«Si». La risposta del soldato fu secca. «Ma è solo... possiamo catturarlo».
«Avete perlustrato la zona? Se possiamo essere certi che sia solo e che sia un atto di follia, allora manderemo una squadriglia, ma non spedirò nessuno senza cognizione di causa contro colui che ha disseminato morte e distruzione su una moltitudine di terre». Xander parlò con il suo tipico tono rassicurante. Lo stupore iniziale aveva lasciato immediatamente spazio al comandante capace di guidare con fermezza i suoi uomini in battaglia.
«Lo abbiamo visto da solo... era armato solo di un martello». Heléna sentì un brivido congelarla.
«Non possiamo rischiare». Xander fu deciso.
«Manderò subito una squadra di esploratori». Il soldato non obbiettò oltre e si avvicinò all'uscita della tenda. Heléna si nascose, come cercasse ancora tempo per riflettere su ciò che aveva ascoltato.
«Molto bene. Attenderò queste notizie, intanto allerta solo gli uomini pronti a combattere... ma fallo con discrezione». Xander diede gli ordini con calma, cercando di non infondere inutili allarmismi tra i suoi soldati.
«Sarà fatto capitano».
Heléna fece qualche passo veloce per allontanarsi dalla tenda e non essere vista dal soldato. Tornò rapidamente nella sua tenda. Lasciò cadere il mantello e si poggiò sul tavolo. Il respiro divenne affannoso. Sentì come una lama lacerarle il petto. Il Signore di Pietra era ancora vivo e brandiva Antozh, il suo martello.
La mano si mosse lenta, tremando, sulla superficie del tavolo. Le unghia graffiarono il legno. Le dita sfiorarono l'elsa della spada. Il pugno si chiuse sul freddo metallo. L'altra mano scivolò sulla lama e il dito indice ne saggiò il filo. Un lieve gemito di dolore la fece sussultare e un piccolo rivolo di sangue le macchiò la pelle in superficie. Era un piccolo taglio che però le ricordava quello con cui Albert, molti anni prima, aveva bagnato di sangue la stessa spada.
***
«Cosa hai fatto alla mano?»
«Nulla». Albert passò vicino a Heléna nascondendo la mano sinistra ma lasciando dietro di sé una scia di sangue.
«Albert...» La ragazza corse dietro di lui e lo raggiunse. «Cosa hai fatto alla mano? Sanguini». Heléna vide un profondo taglio sul palmo e sulle dita ma notò anche qualcos'altro che la fece sorridere.
«Quella è la spada di Larke».
«Si... è lei». Sul volto di Albert apparve un sorriso, spezzato solo da una lieve smorfia di dolore.
Proseguirono verso l'infermeria. Heléna camminò accanto ad Albert. L'espressione era mista tra agitazione ed eccitazione. La copiosa perdita di sangue dell'uomo la preoccupava ma al tempo stesso la spada di uno dei più valorosi guerrieri, stretta dalle mani di Albert la esaltava perché ciò poteva significare solo due cose: o Albert aveva sconfitto Larke in un duello oppure tale duello sarebbe arrivato presto a causa del furto.
Heléna entrò di soppiatto nella tenda, curandosi che nessuno li vedesse, quindi fece spazio ad Albert. Prese delle bende e dopo aver lavato la ferita con l'acqua corrente di una piccola sorgente, fasciò la mano dell'uomo.
«Perché hai la spada di uno dei guerrieri più abili di tutte le unità?»
Albert si morse il labbro inferiore. Heléna accennò un sorriso e assunse uno sguardo curioso.
«Se te lo dico prometti di non rivelarlo a nessuno?»
«Sai che so mantenere i segreti».
Heléna sentì una strana sensazione avvolgerla, come se un fuoco la stesse coinvolgendo inspiegabilmente nella sua calda danza. Percepiva lo stato emozionale di Albert e sentiva che aveva fatto qualcosa di bizzarro. La curiosità, il sollievo successivo alla preoccupazione per la ferita e il respiro concitato di Albert erano avvolti dal mistero di quell'avvenimento. Heléna si sentì impaziente di conoscere tutti i dettagli dell'accaduto, voleva sapere se egli avesse compiuto qualcosa di illecito, se avesse osato fare qualcosa che il resto del loro mondo non avrebbe condiviso. Sarebbe stato quel qualcosa che fino a quel momento le era mancato.
«Dunque chiedo la tua parola». Albert le poggiò la mano sana su una spalla e le sorrise guardandola negli occhi. Heléna si limitò ad annuire.
«Ormai sono settimane che Larke mi addestra», Heléna lo guardò stupita, «mi sta insegnando tutti i suoi trucchi e mi sta facendo crescere con la sua esperienza». Albert non smise di sorridere neppure mentre parlava.
«Mi aveva promesso che il giorno in cui io fossi riuscito a colpirlo al volto in duello, mi avrebbe dato la sua spada, quella che ha visto il sangue di molte altre battaglie». Heléna assunse un'espressione ancora più preoccupata e al tempo stesso più eccitata.
«Un duello?»
«Si, un duello».
«Ma le regole dell'unità...» Heléna non finì la frase.
«L'ho fatta in barba alle regole... per una volta. L'ho fatto per qualcosa che amo... l'ho fatto perché era importante». Heléna non interpretò le parole di Albert allo stesso modo in cui egli intendeva.
«Questa notte ci siamo battuti. Ho combattuto meglio delle altre volte ma Larke mi ha disarmato lo stesso. Quando stava per finirmi...» Albert fece una pausa e simulò alcuni movimenti, «ho sfruttato la sua ingenua ed eccessiva sicurezza, ho schivato e deviato la sua spada con la mano».
«Sei pazzo... avresti potuto perdere le dita... o peggio». Heléna interruppe il racconto di Albert. Poi lo lasciò continuare.
«Sapevo ciò che stavo facendo». Albert non esitò a controbattere, facendosi serio per un attimo. «Ho fermato la corsa della sua lama con la mia mano e non ho esitato a sfidare il suo elmo. Ho serrato il pugno e ho colpito forte. Non se lo aspettava». Albert concluse il suo racconto con aria soddisfatta.
«E così... Larke rimarrà senza la sua fidata spada, quella che lui dice avergli salvato la vita in più di un'occasione?»
«In realtà questa è solo una delle tante che ha usato e, a quanto mi ha detto dopo il duello, non è nemmeno la sua preferita... ma per me è stato ugualmente importantissimo... lo ammiro davvero, ho tanto da imparare da lui... è onesto e mi dice sempre le cose come stanno... e soprattutto mantiene sempre la sua parola. Questa spada per me vale una vita intera».
Le parole di Albert risuonarono come quelle di chi ha trovato la via da seguire. Ciò sembrò strano a Heléna, anche se l'esaltazione del momento riprese presto il sopravvento: Albert aveva osato trasgredire, abbassare la cortina che lo difendeva dall'essere qualcosa di diverso dal perfetto guerriero, sempre impeccabile e ammirevole in ogni gesto. Per una volta aveva lasciato i suoi ostentati buoni propositi e aveva mostrato qualcosa di veramente profondo del suo animo. Heléna glielo lesse negli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena e al tempo stesso un fuoco dentro.
C'era confidenza tra i due. C'era intesa e intimità tra loro. Heléna si avvicinò ad Albert, poggiò le mani sulle sue ginocchia e si protese in avanti, sfiorandolo fronte contro fronte.
«Le regole dell'unità...»
«So cosa dicono le regole». Albert provò di nuovo a fermare Heléna ma stavolta fu la ragazza a controbattere.
«Le regole dell'unità dicono che due soldati non devono avere preferenza di armi o compagni, niente sentimenti, niente emozioni...» Heléna lasciò la frase in sospeso. Albert deglutì in silenzio. Anche l'uomo sentì un fuoco bruciargli dentro all'udire la voce provocante della donna.
«Stanotte non è forse la notte in cui le regole non esistono?»
Heléna poggiò le sue labbra umide su quelle di Albert. Gli occhi si chiusero, le braccia avvolsero i corpi, e con esse anche le loro lingue danzarono in un abbraccio appassionato. Fu una lunga notte, che mai sarebbe tornata.
E da fuori la tenda, Larke sogghignava e sentiva che le sue strategie, pian piano assumevano la forma che egli desiderava.
***
«Capitano, gli esploratori sono tornati». Il soldato entrò nella tenda di Xander con passo veloce e senza preavviso.
«Che notizie portano?»
«Altri soldati... portano il blasone del Signore di Pietra. Arriveranno da sud e da ovest». Il guerriero riprese fiato mentre Xander assumeva un'espressione riflessiva.
«Quanti sono?»
Il comandante dell'unità rimase calmo. Le sue domande erano secche e concise. Xander si alzò in piedi e si avvicinò al tavolo dove la cartina del campo di battaglia era ancora poggiata dall'ultima battaglia.
«Circa duecento». La voce del soldato riprese lo stupore che egli aveva provato nel vedere quel contingente di guerrieri. Percependo la preoccupazione del suo capitano, il soldato lo anticipò.
«Arriveranno tra poche ore, sembrano dirigersi verso le porte del forte per rinforzare le difese e prepararsi al contrattacco».
Xander poggiò le mani sul tavolo e chinò il capo. Cominciò a pensare alla strategia da adottare. Avrebbe dovuto richiamare i soldati che erano stati congedati il giorno stesso della vittoria, avrebbe dovuto mandare messaggeri. Solo per un attimo, perse la calma che lo contraddistingueva. Provò smarrimento e paura nell'ipotizzare un'azione rapida diretta al Signore di Pietra prima che le sue truppe arrivassero. E se fosse un suo sporco trucco?
«Capitano?» Il soldato si avvicinò a Xander per ricordargli quanto fosse importante prendere una decisione subito.
«Manda due messaggeri alle unità che sono partite ieri pomeriggio. Che partano scarichi di ogni cosa superflua affinché li raggiungano entro sera, prepara i fuochi di segnalazione per delineare la nostra posizione di difesa, allerta tutti i soldati e fa' in modo che chi soffre dei postumi della festa venga curato al meglio dai medici e dagli infermieri». Xander incalzò il soldato con ordini veloci, sempre più decisi.
«E il Signore di Pietra? Gli esploratori hanno riferito di averlo visto ancora nello stesso posto, solo, come se attendesse qualcosa». Il guerriero fece la sua domanda ma dovette attendere la risposta per qualche istante.
«Potrebbe essere un inganno. Abbiamo troppi pochi uomini per rischiare, piuttosto dobbiamo prepararci al meglio come se avessimo perso la battaglia di ieri. Siamo di meno e spossati. I nemici che giungono sono freschi e pronti a combattere. Non possiamo permetterci errori».
«E le loro armature?»
«Sono guerrieri normali e sono mortali! Heléna ve lo ha dimostrato. Combatteremo e li tratteremo come tali, che sia ben chiaro a tutti i soldati. Ora va e prepara tutto. Tra dieci giri di clessidra voglio radunati tutti i capi squadriglia nel cortile principale. Che ciascuno prepari i suoi uomini».
Il comandante concluse con viso serio ma tranquillo. La sua voce infuse fiducia nel suo sottoposto ed egli confidò nel fatto che il soldato avrebbe saputo fare lo stesso con tutti gli altri uomini.
Xander attese di rimanere solo, prima di sedersi e rendersi conto che gli tremavano le mani. La gioia di una vittoria così inaspettata e successiva a interminabili sconfitte lo aveva scombussolato. Inspirò profondamente. Con movimenti lenti, mantenendo lo sguardo fisso sull'ingresso della tenda, vestì la sua armatura, impugnò la spada e la sollevò davanti a sé. La fissò per qualche istante. Non era neppure lucida come appena prima di una battaglia. Scosse il capo e la infilò nel fodero. Pensò a Heléna. Sapeva che questa storia l'aveva toccata più profondamente di quanto chiunque potesse immaginare. Voleva darle tutto il supporto per prepararsi. Uscì dalla tenda, si fermò un momento e lanciò un'occhiata verso il cortile. I suoi soldati si stavano radunando. Camminò verso la tenda della donna, si fermò appena fuori e provò a chiamarla con tono calmo. Non ricevette risposta.
«Heléna, posso entrare?»
Silenzio.
«Heléna, devo parlarti di una cosa importante», attese ancora qualche istante ma non sentendo la donna rispondere continuò ed entrò.
«Si tratta del Signore di Pietra...» la frase rimase in sospeso. L'armatura di Heléna mancava. Soltanto l'elmo giaceva per terra vicino al tappeto. Il baule era chiuso con il lucchetto, cosa che Heléna soleva fare solo quando andava in battaglia o si allontanava dalla sua casa per più di un giorno.
Xander cercò le armi di Heléna. Quelle secondarie erano tutte al loro posto, nell'armadio, mentre non cercò neppure il martello dato che il giorno prima l'aveva vista rientrare vittoriosa ma senza la sua arma, e non aveva osato chiederle che fine avesse fatto.
«Dove sei andata Heléna? Disarmata...» Xander realizzò che Heléna era già corsa incontro al Signore di Pietra. Ebbe un lampo e ripensò alla sera precedente. Guardò il tavolo. La spada che la donna teneva tra le mani quando era tornata all'accampamento, non c'era più.
«No. Armata».
Continua...
09:50
Scritto da: immortalbard
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28/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (IV)
Le parve quasi che tremasse la terra sotto di lei. Heléna percepì l'aria farsi stranamente secca. Aveva voglia di urlare, voglia di piangere e di abbandonarsi alla pioggia. Poche gocce avevano cominciato a bagnarle il viso. Sembrava quasi che gli Dei stessero piangendo i tanti morti e volessero lavare con le loro lacrime le colpe degli uomini. Ma dentro di sé Heléna sapeva che gli Dei non si curavano degli esseri mortali, né della loro felicità.
Perché dovrebbero piangere la morte di uomini che trapasseranno diventando loro fedeli sudditi nei regni immortali? Perché dovrebbero pensare a noi e alla nostra gioia, quando lasciano che una bambina perda tutto e debba combattere contro il suo passato? Ho sconfitto il fantasma di colui che m'ha abbandonato a una vita che non volevo, ho distrutto il muro di un amore impossibile... e per farlo ho perso tutto... anche me stessa.
Heléna riprese a camminare, tanto più lentamente quanto più si faceva vicino l'accampamento. Rifletteva sull'incontro fatto poco prima. Era stato così bizzarro eppure al tempo stesso l'aveva impressionata.
Xander le corse incontro. Si fermò dinnanzi a lei e la fissò in volto, sebbene ella tenesse lo sguardo rivolto al terreno.
«Abbiamo vinto». Il comandante le sorrise. Il suo tono era trattenuto. L'uomo avrebbe voluto urlarle la gioia che aveva in corpo, abbracciarla e dimostrarle tutta la gratitudine per una battaglia condotta da cocciuti, impavidi e sconsiderati gesti di una donna.
«Si».
«Tutto qui? Abbiamo sconfitto il Signore di Pietra e costretto i suoi soldati alla ritirata... Heléna...» Xander intuì che la ragazza non era seria per le ferite, ma provò a scuoterla un po'.
«Devi andare in infermeria e prepararti per festeggiare, stasera è la tua sera e non puoi deludere tutti i tuoi compagni». Xander poggiò le sue mani sulle spalle di Heléna, rivolgendole un tocco quasi paterno. Il suo tono divenne dolce, come se volesse invitarla a lasciar uscire da lei ciò che le ottenebrava la mente.
«Lo farò. Non deluderò nessuno». Heléna alzò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi, le guance ancora sporche di sangue e polvere. I suoi occhi neri continuavano a splendere nel buio, ai riflessi del fuoco.
La pioggia si fece più intensa. Xander tolse il mantello e avvolse con esso le spalle della ragazza. Heléna ringraziò gli Dei perché le lacrime del cielo nascosero le sue.
«Voglio vederti nel cortile a festeggiare stanotte». Il comandante tornò marziale per un istante, parlando come se le stesse dando un ordine. Heléna sapeva che era solo un modo per cercare di aiutarla a superare quel momento. Apprezzava le capacità di comando di Xander e lo ammirava molto, ma in quell'istante tutto ciò che desiderava era restare sola.
Heléna rientrò nella sua tenda. Gemendo per il dolore, svestì l'armatura. Sciolse i lunghi capelli lisci e neri, liberò il suo petto a profondi respiri. Raccolse un panno di stoffa e cominciò ad asciugarsi il viso. Il suo sguardo si posò sulla spada poggiata sul tavolo. Il bagliore del fuoco sul cortile dell'accampamento e le candele all'interno della tenda sembravano disegnare strani colori sulla lama di Albert. Rimase a fissarla per lunghi attimi. Poi repentinamente la raccolse e la scagliò lontano.
«Non ti voglio più vedere!»
La spada volò dal tavolo, rimbalzò sulla tela del tendone e terminò il suo volo a terra, rumorosamente. Heléna scoppiò in un pianto disperato, inginocchiata con il viso e le mani appoggiate sul tavolo.
«Deve esserle successo qualcosa, ma finché non sarà lei a parlarne nessuno dovrà chiederle niente. Fate in modo che stasera non pensi alla guerra». Xander fece le sue raccomandazioni a uno dei soldati, quindi rimase qualche istante a guardare la sagoma della donna in controluce.
«Cosa ti è successo, ragazza mia?»
Xander si avvicinò all'ingresso della tenda. Accostò il telo con il fodero della spada e non guardò dentro.
«Tutti gli infermieri sono occupati... sei presentabile?»
«Ehm... si» Heléna si alzò in piedi e cercò di nascondere i suoi singhiozzi all'udito e le sue lacrime alla vista. Xander entrò. Aveva in mano garze e disinfettanti, filo per sutura e vari medicinali.
«In realtà non ho voluto disturbare gli infermieri che hanno lavorato tutto il giorno e ora sono già in cortile a festeggiare», Xander sorrise a Heléna avvicinandosi un po'.
Heléna sorrise di rimando, asciugandosi ancora gli occhi con il panno che stringeva tra le mani.
«Tutto bene?»
«Si». Heléna rispose con poca convinzione.
«Posso aiutarti a fasciare le ferite?»
«Faccio io». Xander sapeva che non gli avrebbe permesso di aiutarla. Heléna non amava mostrarsi debole, e farsi curare le ferite dal proprio comandante per lei significava proprio debolezza.
La ragazza prese la sacca dalle mani di Xander e cominciò ad armeggiare con garze e disinfettanti.
Senza curarsi della presenza di Xander, Heléna cominciò a spogliarsi, voltandosi verso il giaciglio. Scoprì una spalla. Aveva il petto parzialmente nudo ma Xander non poteva vederlo. Heléna era bellissima e in molti avrebbero giurato che nessun uomo potesse avere il coraggio di dire il contrario. Il corpo era sinuoso e scolpito dagli anni di allenamento, eppure femminile e aggraziato.
Heléna trattenne qualche lieve gemito. Le sembrava che le erbe e le miscele medicinali le bruciassero la carne viva. Seguì i tagli sul corpo, sulle gambe e sulle braccia. Percorse una lacerazione profonda che sanguinava ancora un po' lungo la schiena. Provò a medicare la ferita ma non riuscì a raggiungere quei punti del suo corpo. Guardò indietro verso Xander. Si morse le labbra un po' imbarazzata.
«Però non guardare...»
Sorrise leggermente, sapendo che senza l'aiuto di un'altra persona la schiena avrebbe continuato a sanguinarle.
«Non lo farò».
Xander rispose al sorriso.
Con gesti lenti e gentili, lontani dalla rudezza di un guerriero, l'uomo prese gli impacchi e i panni e cominciò a lavarle il sangue raggrumato sulla schiena. Heléna strinse i denti per trattenere il dolore mentre con le mani si teneva l'abito e i capelli.
«I tuoi compagni ti stanno aspettando per festeggiare»
«Lo so». Heléna rispose con tono mesto.
«Ti va di parlare di ciò che ti turba?»
«No». La risposta fu secca. La donna lasciò cadere i capelli e tirò su l'abito. Si voltò verso Xander e sembrò chiedergli silenzio con lo sguardo.
«Va bene, ma voglio che stasera ti goda la vittoria e qualunque cosa ti stia turbando svanisca dalla tua mente... sia pure solo per adesso. Quando vorrai... sappi che io ci sarò». Xander cercò di rassicurarla con lo sguardo, le carezzò la spalla e poggiò le garze sul tavolo. Notò la spada per terra, i segni del tavolo sul terreno e lo squarcio sulla tenda. Capì che qualcosa affliggeva Heléna e non era cosa da poco, ma in quel momento ciò che era meglio per tutti era lasciarla sfogare da sola. Xander uscì dalla tenda senza dire altro, quindi si allontanò, andando verso il cortile.
Heléna sedette su uno sgabello, gambe larghe, gomiti sulle ginocchia e viso tra le mani. Passò più e più volte le dita sugli occhi, sulla bocca e i palmi sulle guance, come volesse lavare dalla sua faccia i segni della battaglia. Alzò lo sguardo e fissò per qualche istante la spada di Albert che giaceva come un cadavere al suolo. Poi i suoi occhi neri si spostarono su un baule al cui interno aveva conservato quelle cose che non tirava fuori spesso. Si alzò e lentamente si avvicinò a esso. Girò la chiave e le parve quasi di dischiudere un mondo nuovo. Tra vecchi oggetti vide un abito molto bello. Era verde scuro, lungo e molto femminile. Era un regalo di Albert. Non l'aveva mai usato. Era nuovo, elegante ma al tempo stesso sobrio e semplice. Pochi merletti e qualche decorazione ricamata, nulla di più. Provò un brivido sfiorando la stoffa un po' impolverata. Titubò nel tirarlo fuori dal baule. Una lacrima, stavolta non di disperazione, le scivolò sul viso.
La sera della vittoria contro il Signore di Pietra, la notte in cui aveva incontrato di nuovo Albert, sarebbe stata una notte diversa. Quella notte avrebbe visto la donna Heléna, non la guerriera. Non un solo segno delle battaglie o delle armi sarebbe rimasto nella sua mente. L'unica memoria del passato sarebbe stato l'abito che era il vivido ricordo di un amore mai rivelato.
Heléna uscì dalla tenda. L'abito le stava un po' stretto. Slegò qualche laccio, inspirò profondamente e con passo più fiero e un sorriso sulle labbra, forse un po' forzato ma necessario, si avviò verso il luogo ove i suoi compagni stavano già festeggiando da quasi un'ora.
Xander la vide spuntare dal buio. La luce ondeggiante dei braceri al centro del cortile le illuminò il volto di rosso. Ci fu un attimo di silenzio. In molti non la riconobbero. I musici fecero scemare la musica.
Heléna si guardò attorno mentre avanzava, avvicinandosi al suo comandante.
«Un calice di vino, Heléna?»
Lo stupore si dipinse sul volto di molti soldati. Altri sorrisero, alcuni la fissarono come se la stessero vedendo per la prima volta.
«Allora? La musica?»
Xander sorrise ancora e gridò gioioso incitando tutti a riprendere i festeggiamenti. Gli strumenti ricominciarono a produrre le loro melodie festose e gli uomini a ballare e brindare.
«Sono contento di vederti qui». Xander accarezzò vigorosamente la spalla scoperta di Heléna. «Ti sta molto bene questo vestito».
«Grazie comandante»
«Xander... ti prego, oggi sono solo un amico» la corresse. L'uomo le porse una coppa ricolma di vino rosso, profumato e corposo.
«Grazie Xander» Heléna accettò il vino e si rasserenò.
La donna rigida e sempre in ordine, abile guerriero prima di qualunque altra cosa, si trovò a ridere e scherzare, bere e mangiare in compagnia degli altri soldati. Heléna quasi non riconobbe se stessa. Bevve vino e altri liquori, rise e dimenticò per qualche istante tutto ciò a cui aveva pensato fino a poche ore prima. La mezzanotte passò, accompagnata dalla luna, sfondo di un cielo che si era anch'esso rasserenato dalle piogge del pomeriggio.
Erano rimasti in pochi nel cortile, ma ancora la musica risuonava nella valle. Le ballate erano canzoni popolari e si danzava in gruppo scambiandosi di compagno a ogni giro. Heléna guardò Xander che se ne stava vicino ai tavoli a sorseggiare ancora qualche calice. Lo invitò a unirsi al gruppo. Xander non voleva lasciarsi andare troppo, dato il suo ruolo in quell'accampamento ma, considerata la vittoria ed essendo rimasti solo in pochi e probabilmente abbastanza ubriachi da non ricordare nulla, si lasciò trascinare.
Proprio nell'istante in cui Heléna giunse tra le braccia di Xander la musica cambiò. Iniziò una melodia tranquilla che da tradizione segnava la chiusura dei festeggiamenti.
Heléna si strinse ai fianchi dell'uomo. Aveva gli occhi un po' arrossati e lo sguardo spento, odorava di vino, forse ne aveva bevuto troppo, ma nonostante tutto era bellissima. Il rito di chiusura prevedeva che durante l'ultima canzone, a uno a uno, tutti coloro che stavano festeggiando e suonando uno strumento, si staccassero dalla danza gradualmente, come se l'inno agli Dei scemasse con grazia e non repentinamente.
«Va tutto bene?»
Xander continuò ad accompagnare i movimenti di Heléna, sensuali e sinuosi come mai prima di quel momento. Percepiva il suo malessere.
«S... si...». Heléna rispose fermandosi. Fissò negli occhi per qualche istante Xander, quindi ebbe un mancamento. Xander la sorresse. Fece forza sulle braccia e la trascinò fuori dal cortile. La musica scomparve lentamente alle loro spalle, mentre si allontanavano. Giunsero vicino alla tenda di Heléna, il luogo che era diventato la sua casa da quando era iniziata la guerra.
«Resterò qui finché sarà necessario...» Xander sostenne ancora Heléna. La donna si piegò leggermente in avanti, tossì e subito dopo vomitò. E credo che sarà per un bel po' di tempo, pensò Xander mentre cercava di aiutare Heléna a non sporcarsi e a non cadere.
Xander fece sedere Heléna su di una cassa e le fece appoggiare la testa su un sacco di tela pieno. «Sta qui, ferma. Andrò a prendere un po' d'acqua».
Usando un panno inumidito, Xander si prese cura della donna, pulendole il volto e cercando di rinfrescarla. Heléna barcollava ancora e non stava bene, tuttavia il malessere si era attenuato. Rimase seduta, accasciata su di un lato, con la testa appoggiata sul sacco di ortaggi.
«Perché hai messo sempre ogni cosa davanti a me?»
Xander, seduto accanto a Heléna, si voltò a guardarla e assunse un'espressione incuriosita. «Che vuoi dire?»
«Perché tutto il resto è sempre stato più importante di me? La spada, gli amici, i soldati, la guerra... perché?»
«Heléna ma di che cosa stai parlando? Tu sei sempre stata molto importante per me». Xander non capì cosa ella volesse dire.
«Non dire stupidaggini...» Heléna si alzò di scatto, barcollando e dando le spalle a Xander. «Non sono mai stata veramente importante per te...», ondeggiò ancora. Cadde all'indietro ma Xander fu pronto a prenderla e a tenerla in piedi. La schiena di Heléna si lasciò coccolare dal petto di Xander. Le braccia forti dell'uomo la sorreggevano da sotto le spalle.
«Sei sempre troppo occupato con te stesso per accorgerti di me... ma non è questo quello che mi dicevi». Xander rimase in silenzio ad ascoltare, cercando di interpretare quelle parole.
«Più di una volta mi hai detto che ero la cosa più importante che avevi eppure sei sempre stato così freddo e distante». Xander continuò a non capire.
«E non mi lasciavi altra scelta che soffrire... indurirmi». Il braccio di Heléna si alzò e abbracciò dietro di sé il collo di Xander, come volesse tenerlo stretto a sé. Xander sentì la mano di Heléna passargli tra i capelli e avvicinargli il volto alla sua nuca, come se lo volesse più vicino.
Heléna rimase con le spalle poggiate sul petto di Xander e girò la testa, per quanto le fosse possibile. Strinse il capo dell'uomo con il braccio e lo tirò verso di sé. Le sue labbra si poggiarono su quelle dell'uomo. Lo baciò.
Un istante parve divenire un'eternità. La bocca di Heléna si stacco da quella di Xander, il braccio tornò al suo posto. Strinse le mani dell'uomo e le guidò attorno al suo corpo facendosi abbracciare, per farsi avvolgere.
Xander rimase atterrito, senza parole. Non riusciva a spiegarsi nemmeno una parola o un gesto di ciò che stava accadendo, e mai avrebbe immaginato che cosa Heléna stesse provando in quel momento. Pensò alle cose più disparate, provò a ricordare quando tutto ciò di cui ella aveva parlato fosse accaduto, ma non seppe darsi risposta. Perché in realtà, risposta non c'era.
«Dimmi il perché... Albert... dimmi il perché». Heléna pronunciò quelle ultime parole prima di addormentarsi tra le braccia di Xander. E tutto fu più chiaro.
09:27
Scritto da: immortalbard
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27/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (III)
Una mano curata si appoggiò sulla testa del martello. L'armatura lucida, dal colore grigio scuro, scintillò mentre l'uomo si chinava. Accarezzò l'arma come fosse un bambino nella culla. Antozh giaceva tra le macerie di quello che fino a pochi istanti prima era stato l'anello di pietra. Si curò che il mantello non toccasse terra e non mescolasse il suo color porpora con il fango.
***
Larke era uno dei soldati dell'esercito delle valli di Jhary non particolarmente abili in guerra ma riconosciuto come tale grazie ad altre capacità e perciò molto in vista anche tra i regnanti. Aveva speso più di vent'anni della sua vita ad accumulare ricchezze ma soprattutto fedeli seguaci che muoveva con la sua abilità oratoria, spinti dalla grandezza della fama che derivava dal semplice far parte della sua unità.
La fama e la ricchezza avevano fatto nascere in Larke il desiderio di avere sempre di più. Guardando indietro e osservando quanti sudditi aveva già raccolto, quanti adepti votati alla sua causa, e di quante risorse disponesse, Larke si accorse di che impero avesse la possibilità di costruire. E lo avrebbe fatto poco tempo dopo.
***
«Esiste un martello... il suo nome è Antozh, come quello del figlio maledetto degli Dei...». Gli occhi della vecchia erano ciechi eppure sembravano scrutargli l'anima. «Esso è la chiave che tu hai per ottenere ciò che desideri».
«Voglio sapere tutto». Larke incalzò la vecchia sacerdotessa.
«Tu vieni nella mia casa, aprì porte che a te sono precluse, parli con una serva che è stata ripudiata dagli stessi Dei di cui ora vuoi il potere, e con tale arroganza mi chiedi di rispondere alle tue domande?»
«Se vuoi avere il tempo di farti perdonare dai tuoi Dei, sarà bene che tu mi riveli ogni particolare». Larke assunse un tono minaccioso.
L'uomo aveva udito le storie dei bardi su questo leggendario martello. Esse lo avevano delineato come qualcosa in grado di trasformare un uomo quasi in una divinità e di dargli il potere di conquistare qualunque regno. Infine aveva trovato Karjha, una vecchia sacerdotessa ritiratasi a vita eremitica che si diceva fosse una delle poche persone a conoscenza della vera storia del martello.
La cattiveria dipinta negli occhi di Larke spaventarono la sacerdotessa. Ma essa non temeva per la sua vita ma per ciò che egli avrebbe potuto fare con quel potere tra le mani. E dunque gli raccontò la storia che voleva sapere, ma non come egli sperava. Gli raccontò del forte di pietra e del potere che derivava dall'anello di pietra, muro magico in grado di forgiare armature indistruttibili. Esso trasudava del potere che serviva per imprigionare il figlio maledetto degli Dei e, come cantavano i bardi, chi avesse trovato quel forte e l'avesse conquistato avrebbe ottenuto un grande potere. Ma Larke capì che non era una forza sufficiente per il suo scopo. Volle sapere come trovare e usare il martello.
«Il martello è inconfondibile. Io non posso descriverlo perché non l'ho mai visto, ma qualunque uomo creda in lui lo percepisce. Esso però è maledetto dagli Dei, come il loro figlio imprigionato dall'anello. Qualunque uomo lo sfiori e tenti di brandirlo muore e la sua forza viene donata al muro. Soltanto se il figlio degli Dei, Antozh, verrà liberato allora ogni maledizione verrà distrutta».
«Come posso distruggere il muro?»
«Nessuno può. Nessuna creatura dal sangue mortale può brandire il martello e soltanto Antozh ha il potere di distruggere l'Anello di Pietra» replicò Karjha.
«Tu menti!»
«Morirai a causa di quel martello. Devi desistere dalla tua ricerca». Lo sguardo fermo di Karjha fece raggelare l'uomo. Un profondo senso di paura si radicò nel suo animo e fece presa sulle debolezze del suo cuore.
Larke uscì contrariato dalla casa della sacerdotessa. Non aveva ottenuto ciò che desiderava se non una versione più credibile delle leggende che già conosceva.
«Che gli Dei lo tengano lontano dal martello...» Karjha rivolse la sua preghiera sollevando gli occhi ciechi verso il cielo, mentre udiva la porta chiudersi con violenza.
***
Il desiderio di potere continuava a crescere e già dopo poco tempo Larke era arrivato a desiderare ben più delle terre della Costa del deserto. Voleva rendere illimitata la grandezza del suo impero. Aveva bisogno del potere di Antozh, il figlio degli Dei.
Larke continuava a combattere per il suo esercito ma dentro di sé costruiva le strategie per forgiare il suo impero. La brama di conquista cresceva con la sua fama. Ma la soluzione ai suoi problemi stava per arrivare durante un allenamento incrociato con le unità dell'armata del sud di Estarien.
***
Larke non credette ai suoi occhi. Sentì il cuore battergli più forte di quanto avesse mai fatto. Un soldato, una donna, brandiva nelle sue mani un martello che emanava una strana aura di fascino. Era Antozh, ne era sicuro.
L'uomo osservò la donna e quanto gelosamente non permettesse a nessuno neppure di sfiorare la sua arma. Fu emblematico quando, disarmata dal suo comandante, egli provò a raccogliere il martello da terra ed ella lo fermò decisa. «Come desideri Heléna» aveva detto l'uomo, allontanandosi dall'arma. Quel nome si impresse bene nella mente di Larke.
Giunse la notte. I soldati dormivano sparsi tra le baracche e le tende dell'accampamento dove le due unità stavano allenandosi insieme. Larke vide Heléna stesa. Il martello era sorprendentemente libero da ogni corda o catena e giaceva accanto a lei. Forse era troppo stanca e si è addormentata prima di metterlo al sicuro, pensò. Capita anche ai migliori, disse a se stesso.
Larke si avvicinò silenzioso all'arma. Rimase immobile per diversi istanti. Si guardò attorno. Non c'era nessuno che potesse vedergli rubare quell'arma. Era un'occasione perfetta. Allungò la mano. Improvvisamente sentì un brivido lungo la schiena. Fu assalito da sensazioni di disagio che lentamente si trasformarono in puro terrore. La mano cominciò a tremare e non osò andare oltre. Fuggì dietro una tenda sconvolto. Heléna aprì gli occhi, incurante e ignara dell'accaduto.
Non posso toccarlo. Come è possibile che quella donna lo brandisca. Il martello è Antozh, ne sono sicuro. Come posso sfidare la collera e le maledizioni degli Dei?
«Io», esitò. «Io non posso farlo» concluse. Per la prima volta Larke aveva trovato davanti a sé tutta la sua codardia a ostacolarlo.
Larke trascorse la notte sveglio a riflettere su ciò che era accaduto. Doveva trovare una soluzione alternativa. Insieme al sole, all'alba giunse anche l'illuminazione che aspettava. Perché devo fare io ciò che può fare un altro? Ho costruito quello che sono anche su questo principio. Farò così anche con lei. Devo solo trovare il modo...
«Heléna devo confessarti una cosa».
Larke udì le parole di un giovane che si era messo in luce durante gli allenamenti. Sembrava l'unico ad avere un qualche genere di rapporto di amicizia con la donna. Il soldato di Jhary intese subito che tra i loro cuori c'era qualcosa di ben più grande dell'amicizia. Ancora una volta la soluzione ai suoi problemi aveva trovato un nome.
«Albert...». Heléna si accoccolò tra le braccia del compagno, vicino al fuoco che scaldava la sera umida nell'accampamento.
«Tu sei molto importante per me». Albert concluse la sua confessione abbracciando Heléna e poggiando la sua guancia sulla testa della donna. Poi fu silenzio.
Larke aveva a disposizione tanti mezzi per influenzare l'opinione di generali, comandanti e con facilità di semplici soldati. Alcuni tra i bardi più meschini sono disposti a raccontare pure menzogne per pochi denari.
L'ambizione e i sentimenti spesso non vanno d'accordo... e l'ambizione può essere uno strumento perfetto per plasmare la mente di un uomo. Larke lasciò che i suoi pensieri lo coccolassero nei sogni di gloria.
Albert era la risposta a tutti i suoi problemi. Doveva lavorare con pazienza seguire, passo dopo passo, la strada verso la vittoria. Il suo legame con Heléna era la chiave di tutto.
Larke poteva dunque iniziare il suo piano di conquista. Avrebbe Lottato ancora per l'esercito di Jhary ma dentro il suo cuore avrebbe saputo di farlo solo per poter stare vicino ad Albert e per preparare ciò che sarebbe stata la svolta della sua vita.
***
Nonostante la sua grandezza, Larke era uno che non aveva mai brillato per coraggio e coerenza e aveva costruito buona parte della sua posizione sull'immagine e sulle parole. Basò il suo impero sugli stessi principi. Inventò un nome fittizio sotto il quale agire e trascinare con sé i suoi guerrieri.
Larke svanì nel nulla. Cercò per un anno il forte di pietra di cui parlava la leggenda e infine lo trovò e ne raccolse il potere. Quando tornò seppe trascinare con sé i suoi vecchi sudditi. Diede loro il potere delle armature di pietra, impenetrabili e impregnate di magia. Iniziò col trasformare la rocca e farla diventare il suo quartier generale, poi invase piccole città, villaggi, terre e castelli. Non si fermò più e costruì passo dopo passo quello che era il regno del Signore di Pietra. Soltanto lui sapeva che quel misterioso re, altero e severo, non era lo sconosciuto che tutti credevano che fosse. Ma tutto ciò non era sufficiente per dominare il mondo.
I frutti di ciò che aveva seminato cominciavano a nascere. Heléna era coinvolta nell'anima e nella mente. Albert, tradito dalla donna cui tanto era legato, aveva seguito Larke ed era stato trasformato nel Signore di Pietra. Ormai tutto era pronto.
La guerra proseguiva tra i regni delle terre della Costa del deserto e l'impero di pietra e i burattinai disseminati da Larke continuavano a svolgere il loro semplice ma utilissimo lavoro. Presto l'unità in cui Heléna, colei che possedeva il martello in grado di distruggere la prigione dell'anello di pietra, sarebbe arrivata al suo forte. Avrebbe aspettato solo che quella donna, distruggesse il muro per lui e cancellasse ogni maledizione per ucciderla e prenderle il martello.
Ancora una volta, senza apparire codardo, con il minimo sforzo personale e al costo della vita di altri, avrebbe ottenuto ciò che desiderava. Avrebbe soltanto dovuto attendere.
***
La mano si strinse attorno all'impugnatura di Antozh. Larke sentì una strana forza assalirlo. Un alito di vento lo colpì in volto, sentì brividi lungo la spina dorsale. Larke fece forza sul braccio, più di quanta ne fosse necessaria per sollevare un martello comune. Chiuse gli occhi nel timore della morte. Sollevò Antozh e lo protese verso il cielo. Un urlo di vittoria echeggiò in tutta la vallata.
Il respiro dell'uomo si fece affannoso come se avesse corso per ore. L'emozione era tangibile. Poteva percepire il suo stesso corpo che emanava vibrazioni, simili a gemiti di piacere. Accarezzò ancora il martello. Tutto ciò che era, tutto ciò che era stato non aveva più importanza. La sola cosa che divenne fondamentale fu il futuro imminente.
Stringendo nel pugno il martello, Larke sentì tutta la sua potenza entrargli in corpo. Forse l'adrenalina, forse l'emozione o forse davvero la magia dell'arma gli fecero sentire brividi vibranti lungo la schiena.
Guardando i soldati morti per lui, credette di sentire le voci delle loro anime che lo imploravano di ridare loro ciò che gli era stato tolto. Li ignorò.
Vi ho addestrato, vi ho dato forza e delle armature impregnate della magia rubata all'anello di pietra, mia ultima vera conquista. Ora questo muro non ha altra utilità. Grazie alla sua caduta potrò avere molto di più. Vi sarò sempre grato per l'aiuto nelle conquiste e nella guerra ma avete avuto il vostro momento di gloria, non vi devo null'altro.
«Io sarò il nuovo signore di queste terre». Larke strinse con forza l'impugnatura del martello. La voce inizio come un sibilo, poi seguì un altro urlo liberatorio. Con Antozh proteso in alto, l'intera vallata poté udire il sommo gaudio di Larke, il Signore di Pietra.
09:07
Scritto da: immortalbard
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24/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (II)
Il pavimento della grossa stanza circolare vibrò. Era una cupola enorme, illuminata solo dall'arcano bagliore di un grosso cerchio d'oro fuso e in perpetuo movimento, che scavava sul pavimento un solco largo e fumante. Non c'erano ingressi né uscite, solo solide rocce levigate che componevano un unica tondeggiante parete. Al centro della sala si ergeva un trono, anch'esso fatto di pietra, ma scolpito e lavorato da un unico enorme blocco. Imponente nella statura, posta sul trono, sedeva una figura umana dalle dimensioni abnormi. La muscolatura era delineata in modo perfetto, le orecchie erano particolarmente lunghe e la testa era dura e altera. Con le mani poggiate sulle ginocchia, la schiena curva in avanti, tale figura avrebbe torreggiato su chiunque la guardasse da terra.
Briciole di pietra si sgretolarono come fossero sabbia, scivolando verso il basso e percorrendo i solchi della statua. Le palpebre si aprirono lentamente. Due occhi profondi e bianchissimi erano il contorno di pupille di un rosso intenso.
«L'anello di pietra è caduto».
La testa si piegò in avanti, come volesse guidare il resto del corpo. La pietra rimase salda e immobile. I muscoli del collo si contrassero facendo cadere gli ultimi residui di pietra attorno alla sua testa.
«L'anello di pietra è caduto». La frase risuonò più volte nella cupola. Il tono era sempre crescente. Divenne lentamente un urlo. L'aria vibrò e increspature, come create dal vento sul mare, solcarono la superficie del fiume dorato. Il figlio maledetto degli Dei si era svegliato.
***
Due occhi grigi, nascosti nel buio di un cappuccio, scintillarono per un attimo dentro uno sguardo vacuo e cieco. «Dove vai, ragazza?»
Heléna arrestò il passo. Era ferita e quasi priva di forze, al punto che faticava a reggersi in piedi. Alzò lo sguardo, prima fisso sul terreno, e si voltò verso colui che le aveva parlato. Sembrava un vecchio. L'uomo si appoggiava su di un bastone ricurvo a cui erano legati una moltitudine di fili sottilissimi. Il corpo era avvolto in un mantello verde scuro, provato dal tempo e dalla pioggia. Da esso emergeva solo un accenno di barba mal curata, grigia e sporca, e dei piedi nudi, fasciati con panni che coprivano le piaghe.
«Non temi la guerra?»
«Chi dei soldati in guerra oserebbe attaccare, ferire o uccidere un bardo incapace di difendersi, con la condanna poi di attirare su di sé la collera degli Dei?»
Heléna rimase in silenzio. L'uomo aveva risposto alla sua domanda con un'altra domanda ma ella non capì se il vecchio si aspettasse una risposta.
«Nessuno ragazza mia. Se c'è una cosa che ho imparato degli Dei è che essi apprezzano la musica e le parole di noi mortali».
Facendo due passi, l'uomo si avvicinò verso un masso e vi si sedette. Rimase in silenzio per un attimo e allargò un braccio come se volesse che Heléna si avvicinasse. La pelle era coperta di piaghe e ferite che sembravano essersi rimarginate e poi riaperte. Il vecchio doveva soffrire molto.
Heléna si guardò attorno, nel timore di veder giungere soldati nemici. Nessuno stava più combattendo nei paraggi.
«Violare le leggi degli Dei è un peccato che danna per sempre il corpo e l'anima e non rimane impunito. Per questo io continuo a cantare e scrivere racconti, perché è ciò che mi salva dai mortali e mi avvicina ancora...» il vecchio fece una pausa. Heléna percepì che lo sguardo dell'uomo, seppur nascosto dal cappuccio, si era innalzato verso il cielo.
«Mi avvicina ancora alle volte celesti».
«Cosa vuoi da me?» Il tono di Heléna si fece serio, quasi cinico.
«Dov'è il tuo martello?»
Alla domanda del vecchio la donna strinse il pugno e si guardò alle spalle. Lo aveva lasciato indietro, come parte della sua vita. Lo aveva fatto di proposito perché esso, insieme al corpo di Albert erano il legame con il tempo che ella voleva dimenticare. Rimase in silenzio.
«Dunque non hai più con te il martello. Eppure avrai sentito mille volte cento storie diverse su di lui, il famoso Antozh. Non mi sarei mai aspettato che lo abbandonassi così». Le dita tremanti del vecchio si avvicinarono alle corde del bastone e cominciarono a pizzicarle, creando una melodia armoniosa e al tempo stesso triste come un canto funebre. Heléna abbassò lo sguardo e rimase immobile.
«Nel silenzio di questo campo di morte, ti narrerò una storia...»
***
Gli Dei erano compiaciuti di ciò che avevano creato. In mezzo ai comuni mortali essi volevano diffondere la conoscenza e le doti che li avrebbero resi non più semplici esseri inferiori ma creature capaci di dare un senso al mondo. Per questo avevano seminato l'arte, la scrittura, la musica e dotato alcuni eletti di voci soavemente sopraffini, altri di mente scaltra, altri ancora di mano abile. Ma al tempo stesso, gli Dei erano consapevoli che affinché questo potesse dare i suoi frutti, dovevano diffondere la conoscenza della magia, sublime e più alta forma di tutte le arti. Per questo motivo avevano creato Antozh, il figlio degli Dei. Egli era l'invenzione delle divinità più autorevoli ed era dotato di grande bellezza e grande potenza. Nelle sue mani risplendeva il metallo di un martello che da lui aveva preso il nome.
Esso poteva disegnare la magia e diffonderne la conoscenza e, all'occorrenza, distruggerla e riporla nella dimenticanza. Era lo strumento che Antozh avrebbe dovuto usare per ripartire nel giusto modo i semi degli Dei tra i mortali.
Mischiare mortale e immortale è pericoloso. Le ambizioni degli uomini, le loro lotte e la loro sete di potere, la brama di vittoria e il desiderio di piacere erano cose che si erano evolute nel tempo ed erano andate fuori da ciò che gli Dei avevano pensato. Queste cose avevano corrotto il figlio degli Dei.
Nato per un giusto fine, divenuto desideroso di sovrastare i suoi stessi creatori Antozh aveva cominciato a costruire il suo esercito, il suo regno e le sue armi. Usando il martello si era dato poteri che mescolati ad altri lo rendevano più forte anche di alcuni dei suoi padri.
Piansero gli Dei e sulla terra si riversarono infinite gocce di pioggia. Versarono lacrime quasi mortali mentre rinchiudevano il proprio figlio dentro una tomba di pietra, prima che dalla sua forza corrotta nascesse un impero inarrestabile. Raccolsero il martello e lo innalzarono come simbolo di rispetto e di forza. Esso aveva perso buona parte dei suoi poteri, rimasti sepolti con il suo vecchio portatore, ma da quel momento avrebbe ricordato sempre a tutti che cosa era accaduto in quel tempo. Il suo possessore avrebbe sempre avuto il rispetto di tutti gli altri Dei poiché era il portatore del ricordo.
Antozh, il figlio maledetto degli Dei, aveva violato le leggi dei padri. Ciò non poteva rimanere impunito. Come non poteva rimanere impunita nessuna violazione...
Sebbene il concetto di tempo sia molto difficile da capire per gli Dei, ne era trascorso molto. Malyn, una ninfa dei cieli, creatura di una divinità molto potente, si era innamorata. La musica e l'arte oratoria di una creatura l'avevano stregata, e a dir poco ammaliata. Giorno dopo giorno ella di nascosto planava in un bosco, unico luogo dove poteva incontrare all'ombra dei pini il suo amato. Era un uomo mortale, dotato dei migliori doni degli Dei. Divenne in brevissimo tempo un amore intenso e irrazionale. Ma l'uomo era solo un mortale e l'unico modo che avevano per vivere insieme felici sarebbe stato che egli divenisse immortale. Malyn pensò che se lo avesse preso come compagno d'amore, gli Dei lo avrebbero elevato al loro stesso rango. Così la ninfa cominciò a raccontare ai padri che si era innamorata e che era rimasta affascinata dall'arte e dalla divina poesia creata dal suo amore. Gli Dei ne gioirono e si domandarono chi fosse il fortunato tra i discendenti della stirpe immortale. Malyn lo tenne nascosto per molto tempo, rispetto alla vita di un mortale.
Un giorno, la ninfa conobbe la storia di Antozh. Nella sua mente confusa dai sentimenti suppose che se un uomo avesse brandito quel martello, gli Dei lo avrebbero accettato senza obiettare, così decise di andare dai padri e chiedere il martello affinché potesse darlo al suo compagno e rivelare così chi fosse. Agli Dei piacque l'idea perché se qualcuno era riuscito a creare tanta magia nel cuore della piccola ninfa, egli doveva sicuramente essere qualcuno degno di portare anche solo per un giorno il martello del ricordo.
Lo scompiglio e l'ira sconvolsero i cieli quando Malyn attirò lo sguardo degli Dei sul giovane uomo con in mano Antozh. Questa volta fu Malyn a piangere e non gli Dei. Uno per uno la guardarono sdegnati.
Il loro amore era uno scempio nei confronti della stirpe degli immortali, e lo era ancor di più perché il martello era finito nelle mani di un misero mortale. L'arma era stata contaminata, nessun essere divino l'avrebbe mai più voluta toccare. Fu gettata in un fiume, perché non fosse più trovata né brandita. Malyn fu condannata a volare per i cieli appena al di sotto delle dimore dei padri, fino a quando il suo amore non si fosse del tutto consumato. Quanto all'uomo non gli fu concessa semplicemente la morte perché sarebbe stata troppa clemenza.
Egli fu condannato a proseguire lungo la via che l'aveva reso colpevole, affinché non potesse dimenticare l'offesa che aveva perpetrato agli Dei. Avrebbe dovuto suonare le sue ballate, cantare le sue poesie e ballare le sue musiche. Una piaga aperta per ogni ora trascorsa senza l'arte, una piaga guarita per ogni ora in cui avesse adempiuto al suo dovere. L'arte sarebbe stata il più dolce ricordo e la più grande sofferenza.
Sebbene egli sapesse che l'esistenza del suo amore Malyn fosse legata alla sua stessa vita, un uomo deve mangiare, deve dormire, deve riposare... e la forza di volontà può lentamente scemare.
Pochi bardi ora narrano di come un cantore, pieno di piaghe, continui a girare il mondo, cercando di sopravvivere per il solo amore di Malyn, e di come egli prosegua con la sola speranza che la ninfa, sua amata, lo ami ancora e non abbia nel frattempo perso le sue ali.
***
«Perché mi racconti questa storia?» Heléna parlò senza alzare gli occhi.
«Perché se questa non fosse solo una storia, allora il martello che brandivi potrebbe essere l'oggetto del desiderio di molti, di tutti coloro che conoscono la storia di Antozh, quella vera, e sanno che al di sotto di questa cinta di pietra che lentamente si sbriciola, egli attende di riavere la sua arma». L'uomo proseguì nella sua melodia che si fece più tetra.
«Il figlio maledetto degli Dei ha lasciato in eredità ai mortali le storie, quelle che attirano i potenti e i bramosi. Egli ha lasciato la leggenda che chi avesse conquistato queste mura, questo forte, avrebbe avuto il potere degli Dei. Nessuno può dargli torto. Non hai idea di cosa potrebbe accadere se quel martello finisse nelle mani sbagliate» concluse il vecchio con tono solenne.
«Ma... è solo una storia... e poi... il martello della tua storia è andato perduto» Heléna alzò lo sguardo dubbiosa e turbata.
«Non a caso esso è arrivato fino a te, ma attraverso le mani ferite di un uomo, tuo padre, che lo trovò e te lo lasciò in eredità perché sapeva che esso ti avrebbe potuto dare ciò che a lui non era stato concesso...»
«Basta! Tu... dici solo menzogne». Heléna tremò nel riportare alla mente la dura infanzia che aveva avuto e con essa tutti i sogni e gli incubi in cui cercava suo padre e sua madre, e si chiedeva perché non era potuta essere una bimba normale in una famiglia normale.
«Sono un bardo... racconto solo delle storie». Il tono dell'uomo divenne indecifrabile. A tratti pareva sorridente, in altri momenti la voce tremava di estrema tristezza mista a nervosismo.
Heléna fissò l'ombra dell'uomo per lunghi istanti. Strinse ancora i pugni e sentì scivolarle una lacrima sulla guancia. «Non ho tempo per le storie». Con passi, per quanto possibile, veloci, Heléna riprese il suo cammino verso l'accampamento, voltando le spalle al vecchio, e allontanandosi pian piano.
L'uomo singhiozzò. Interruppe la melodia e rimase in silenzio. E una piaga sanguinante si aprì sulla sua mano.
15:49
Scritto da: immortalbard
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