24/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (II)
Il pavimento della grossa stanza circolare vibrò. Era una cupola enorme, illuminata solo dall'arcano bagliore di un grosso cerchio d'oro fuso e in perpetuo movimento, che scavava sul pavimento un solco largo e fumante. Non c'erano ingressi né uscite, solo solide rocce levigate che componevano un unica tondeggiante parete. Al centro della sala si ergeva un trono, anch'esso fatto di pietra, ma scolpito e lavorato da un unico enorme blocco. Imponente nella statura, posta sul trono, sedeva una figura umana dalle dimensioni abnormi. La muscolatura era delineata in modo perfetto, le orecchie erano particolarmente lunghe e la testa era dura e altera. Con le mani poggiate sulle ginocchia, la schiena curva in avanti, tale figura avrebbe torreggiato su chiunque la guardasse da terra.
Briciole di pietra si sgretolarono come fossero sabbia, scivolando verso il basso e percorrendo i solchi della statua. Le palpebre si aprirono lentamente. Due occhi profondi e bianchissimi erano il contorno di pupille di un rosso intenso.
«L'anello di pietra è caduto».
La testa si piegò in avanti, come volesse guidare il resto del corpo. La pietra rimase salda e immobile. I muscoli del collo si contrassero facendo cadere gli ultimi residui di pietra attorno alla sua testa.
«L'anello di pietra è caduto». La frase risuonò più volte nella cupola. Il tono era sempre crescente. Divenne lentamente un urlo. L'aria vibrò e increspature, come create dal vento sul mare, solcarono la superficie del fiume dorato. Il figlio maledetto degli Dei si era svegliato.
***
Due occhi grigi, nascosti nel buio di un cappuccio, scintillarono per un attimo dentro uno sguardo vacuo e cieco. «Dove vai, ragazza?»
Heléna arrestò il passo. Era ferita e quasi priva di forze, al punto che faticava a reggersi in piedi. Alzò lo sguardo, prima fisso sul terreno, e si voltò verso colui che le aveva parlato. Sembrava un vecchio. L'uomo si appoggiava su di un bastone ricurvo a cui erano legati una moltitudine di fili sottilissimi. Il corpo era avvolto in un mantello verde scuro, provato dal tempo e dalla pioggia. Da esso emergeva solo un accenno di barba mal curata, grigia e sporca, e dei piedi nudi, fasciati con panni che coprivano le piaghe.
«Non temi la guerra?»
«Chi dei soldati in guerra oserebbe attaccare, ferire o uccidere un bardo incapace di difendersi, con la condanna poi di attirare su di sé la collera degli Dei?»
Heléna rimase in silenzio. L'uomo aveva risposto alla sua domanda con un'altra domanda ma ella non capì se il vecchio si aspettasse una risposta.
«Nessuno ragazza mia. Se c'è una cosa che ho imparato degli Dei è che essi apprezzano la musica e le parole di noi mortali».
Facendo due passi, l'uomo si avvicinò verso un masso e vi si sedette. Rimase in silenzio per un attimo e allargò un braccio come se volesse che Heléna si avvicinasse. La pelle era coperta di piaghe e ferite che sembravano essersi rimarginate e poi riaperte. Il vecchio doveva soffrire molto.
Heléna si guardò attorno, nel timore di veder giungere soldati nemici. Nessuno stava più combattendo nei paraggi.
«Violare le leggi degli Dei è un peccato che danna per sempre il corpo e l'anima e non rimane impunito. Per questo io continuo a cantare e scrivere racconti, perché è ciò che mi salva dai mortali e mi avvicina ancora...» il vecchio fece una pausa. Heléna percepì che lo sguardo dell'uomo, seppur nascosto dal cappuccio, si era innalzato verso il cielo.
«Mi avvicina ancora alle volte celesti».
«Cosa vuoi da me?» Il tono di Heléna si fece serio, quasi cinico.
«Dov'è il tuo martello?»
Alla domanda del vecchio la donna strinse il pugno e si guardò alle spalle. Lo aveva lasciato indietro, come parte della sua vita. Lo aveva fatto di proposito perché esso, insieme al corpo di Albert erano il legame con il tempo che ella voleva dimenticare. Rimase in silenzio.
«Dunque non hai più con te il martello. Eppure avrai sentito mille volte cento storie diverse su di lui, il famoso Antozh. Non mi sarei mai aspettato che lo abbandonassi così». Le dita tremanti del vecchio si avvicinarono alle corde del bastone e cominciarono a pizzicarle, creando una melodia armoniosa e al tempo stesso triste come un canto funebre. Heléna abbassò lo sguardo e rimase immobile.
«Nel silenzio di questo campo di morte, ti narrerò una storia...»
***
Gli Dei erano compiaciuti di ciò che avevano creato. In mezzo ai comuni mortali essi volevano diffondere la conoscenza e le doti che li avrebbero resi non più semplici esseri inferiori ma creature capaci di dare un senso al mondo. Per questo avevano seminato l'arte, la scrittura, la musica e dotato alcuni eletti di voci soavemente sopraffini, altri di mente scaltra, altri ancora di mano abile. Ma al tempo stesso, gli Dei erano consapevoli che affinché questo potesse dare i suoi frutti, dovevano diffondere la conoscenza della magia, sublime e più alta forma di tutte le arti. Per questo motivo avevano creato Antozh, il figlio degli Dei. Egli era l'invenzione delle divinità più autorevoli ed era dotato di grande bellezza e grande potenza. Nelle sue mani risplendeva il metallo di un martello che da lui aveva preso il nome.
Esso poteva disegnare la magia e diffonderne la conoscenza e, all'occorrenza, distruggerla e riporla nella dimenticanza. Era lo strumento che Antozh avrebbe dovuto usare per ripartire nel giusto modo i semi degli Dei tra i mortali.
Mischiare mortale e immortale è pericoloso. Le ambizioni degli uomini, le loro lotte e la loro sete di potere, la brama di vittoria e il desiderio di piacere erano cose che si erano evolute nel tempo ed erano andate fuori da ciò che gli Dei avevano pensato. Queste cose avevano corrotto il figlio degli Dei.
Nato per un giusto fine, divenuto desideroso di sovrastare i suoi stessi creatori Antozh aveva cominciato a costruire il suo esercito, il suo regno e le sue armi. Usando il martello si era dato poteri che mescolati ad altri lo rendevano più forte anche di alcuni dei suoi padri.
Piansero gli Dei e sulla terra si riversarono infinite gocce di pioggia. Versarono lacrime quasi mortali mentre rinchiudevano il proprio figlio dentro una tomba di pietra, prima che dalla sua forza corrotta nascesse un impero inarrestabile. Raccolsero il martello e lo innalzarono come simbolo di rispetto e di forza. Esso aveva perso buona parte dei suoi poteri, rimasti sepolti con il suo vecchio portatore, ma da quel momento avrebbe ricordato sempre a tutti che cosa era accaduto in quel tempo. Il suo possessore avrebbe sempre avuto il rispetto di tutti gli altri Dei poiché era il portatore del ricordo.
Antozh, il figlio maledetto degli Dei, aveva violato le leggi dei padri. Ciò non poteva rimanere impunito. Come non poteva rimanere impunita nessuna violazione...
Sebbene il concetto di tempo sia molto difficile da capire per gli Dei, ne era trascorso molto. Malyn, una ninfa dei cieli, creatura di una divinità molto potente, si era innamorata. La musica e l'arte oratoria di una creatura l'avevano stregata, e a dir poco ammaliata. Giorno dopo giorno ella di nascosto planava in un bosco, unico luogo dove poteva incontrare all'ombra dei pini il suo amato. Era un uomo mortale, dotato dei migliori doni degli Dei. Divenne in brevissimo tempo un amore intenso e irrazionale. Ma l'uomo era solo un mortale e l'unico modo che avevano per vivere insieme felici sarebbe stato che egli divenisse immortale. Malyn pensò che se lo avesse preso come compagno d'amore, gli Dei lo avrebbero elevato al loro stesso rango. Così la ninfa cominciò a raccontare ai padri che si era innamorata e che era rimasta affascinata dall'arte e dalla divina poesia creata dal suo amore. Gli Dei ne gioirono e si domandarono chi fosse il fortunato tra i discendenti della stirpe immortale. Malyn lo tenne nascosto per molto tempo, rispetto alla vita di un mortale.
Un giorno, la ninfa conobbe la storia di Antozh. Nella sua mente confusa dai sentimenti suppose che se un uomo avesse brandito quel martello, gli Dei lo avrebbero accettato senza obiettare, così decise di andare dai padri e chiedere il martello affinché potesse darlo al suo compagno e rivelare così chi fosse. Agli Dei piacque l'idea perché se qualcuno era riuscito a creare tanta magia nel cuore della piccola ninfa, egli doveva sicuramente essere qualcuno degno di portare anche solo per un giorno il martello del ricordo.
Lo scompiglio e l'ira sconvolsero i cieli quando Malyn attirò lo sguardo degli Dei sul giovane uomo con in mano Antozh. Questa volta fu Malyn a piangere e non gli Dei. Uno per uno la guardarono sdegnati.
Il loro amore era uno scempio nei confronti della stirpe degli immortali, e lo era ancor di più perché il martello era finito nelle mani di un misero mortale. L'arma era stata contaminata, nessun essere divino l'avrebbe mai più voluta toccare. Fu gettata in un fiume, perché non fosse più trovata né brandita. Malyn fu condannata a volare per i cieli appena al di sotto delle dimore dei padri, fino a quando il suo amore non si fosse del tutto consumato. Quanto all'uomo non gli fu concessa semplicemente la morte perché sarebbe stata troppa clemenza.
Egli fu condannato a proseguire lungo la via che l'aveva reso colpevole, affinché non potesse dimenticare l'offesa che aveva perpetrato agli Dei. Avrebbe dovuto suonare le sue ballate, cantare le sue poesie e ballare le sue musiche. Una piaga aperta per ogni ora trascorsa senza l'arte, una piaga guarita per ogni ora in cui avesse adempiuto al suo dovere. L'arte sarebbe stata il più dolce ricordo e la più grande sofferenza.
Sebbene egli sapesse che l'esistenza del suo amore Malyn fosse legata alla sua stessa vita, un uomo deve mangiare, deve dormire, deve riposare... e la forza di volontà può lentamente scemare.
Pochi bardi ora narrano di come un cantore, pieno di piaghe, continui a girare il mondo, cercando di sopravvivere per il solo amore di Malyn, e di come egli prosegua con la sola speranza che la ninfa, sua amata, lo ami ancora e non abbia nel frattempo perso le sue ali.
***
«Perché mi racconti questa storia?» Heléna parlò senza alzare gli occhi.
«Perché se questa non fosse solo una storia, allora il martello che brandivi potrebbe essere l'oggetto del desiderio di molti, di tutti coloro che conoscono la storia di Antozh, quella vera, e sanno che al di sotto di questa cinta di pietra che lentamente si sbriciola, egli attende di riavere la sua arma». L'uomo proseguì nella sua melodia che si fece più tetra.
«Il figlio maledetto degli Dei ha lasciato in eredità ai mortali le storie, quelle che attirano i potenti e i bramosi. Egli ha lasciato la leggenda che chi avesse conquistato queste mura, questo forte, avrebbe avuto il potere degli Dei. Nessuno può dargli torto. Non hai idea di cosa potrebbe accadere se quel martello finisse nelle mani sbagliate» concluse il vecchio con tono solenne.
«Ma... è solo una storia... e poi... il martello della tua storia è andato perduto» Heléna alzò lo sguardo dubbiosa e turbata.
«Non a caso esso è arrivato fino a te, ma attraverso le mani ferite di un uomo, tuo padre, che lo trovò e te lo lasciò in eredità perché sapeva che esso ti avrebbe potuto dare ciò che a lui non era stato concesso...»
«Basta! Tu... dici solo menzogne». Heléna tremò nel riportare alla mente la dura infanzia che aveva avuto e con essa tutti i sogni e gli incubi in cui cercava suo padre e sua madre, e si chiedeva perché non era potuta essere una bimba normale in una famiglia normale.
«Sono un bardo... racconto solo delle storie». Il tono dell'uomo divenne indecifrabile. A tratti pareva sorridente, in altri momenti la voce tremava di estrema tristezza mista a nervosismo.
Heléna fissò l'ombra dell'uomo per lunghi istanti. Strinse ancora i pugni e sentì scivolarle una lacrima sulla guancia. «Non ho tempo per le storie». Con passi, per quanto possibile, veloci, Heléna riprese il suo cammino verso l'accampamento, voltando le spalle al vecchio, e allontanandosi pian piano.
L'uomo singhiozzò. Interruppe la melodia e rimase in silenzio. E una piaga sanguinante si aprì sulla sua mano.
15:49
Scritto da: immortalbard
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| Tag: fantasy, racconto, romanzo, viaggio, donna, guerriero, medieval, martello, antozh, saifel | OKNOtizie |
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23/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (I)
Il viaggio della donna guerriero
***
Una stella è nulla di fronte all'universo, eppur brilla. La brevità del tempo concesso a un uomo racconta storie uniche. Forse un bardo non può narrare in poche parole i dettagli di anni, ma di sicuro attimi possono essere tanto intensi, da regalare l'amore, la violenza, la passione, la vita e una guerra tra due persone, in un solo cortissimo istante...
***
La mano sanguinante stringeva il martello. La testa dell'arma pesava come quintali, aggravata dall'impietosa stanchezza e dalle ferite. Si affidava al bastone dell'arma, appoggiandovisi, quasi chiedendogli una speranza. Era il martello che Heléna aveva temprato, battendolo più e più volte sui propri nemici. Lo aveva ricevuto in dono da suo padre, uomo che neppure aveva conosciuto, e su di esso erano da sempre circolate leggende che lo dipingevano come unico nel suo genere, in grado di distruggere ogni sorta di magia. Quell'arma l'aveva accompagnata sin da bambina, quando era stata presa in cura dalle ancelle della guarnigione dei soldati. Antozh, nome scritto con un'incisione sull'impugnatura, era divenuto ormai la sua stessa anima.
Heléna si guardò attorno. C'era solo un campo di battaglia desolato. Pochi erano gli scontri, ormai tutti duelli e tutti a grande distanza da lei, ma combattuti con violenza tale da farle udire i rintocchi del metallo sugli scudi, l'incrocio delle lame e le vibrazioni del ferro che risuonavano di morte.
La battaglia sembrava essere giunta al termine. I due eserciti erano spossati e le ondate di uomini che si erano susseguite negli scontri erano quasi esaurite. Heléna tossì e sputò sangue. Guardò le chiazze ai suoi piedi e in esse rivide tutta la sofferenza che aveva provato, quella che l'aveva temprata e che l'aveva resa guerriera, ma che al tempo stesso le aveva rubato emozioni e sicurezza.
Uno dei portoni della cinta muraria del forte si aprì rumorosamente, attirando l'attenzione di tutti. Altri guerrieri uscirono, gridando e digrignando i denti. Le lame scintillavano nel crepuscolo e con passi veloci si avvicinavano ai superstiti.
Il comandante Xander guardò la scena con occhi disperati. Sebbene fossero meno di venti, egli sapeva bene che avrebbero lottato come cento, protetti da quelle armature rafforzate dall'anello magico del Signore di Pietra. Lanciò un'occhiata verso Heléna e la richiamò. Urlò affinché tutti ripiegassero, compresa la sua unica guerriera giunta sino alla cinta di mura di pietra.
Heléna rimase immobile. Ispirò e afferrò a due mani il martello. Facendo forza con il busto, lo sollevò e lo fece roteare. Colpì il muro davanti a sé. Un'altra crepa si aprì profonda. Era un muro spesso, ed era alto almeno cinque metri. Appariva impenetrabile ed era la fonte della magia del suo signore. Esso era l'Anello di Pietra. Si narrava che chi avesse trovato e conquistato le mura di quel forte, avrebbe ottenuto la forza degli Dei e avrebbe potuto regnare sui mortali. Su quel lago di sangue ove si combatteva nessuno avrebbe osato negarlo.
Xander gridò ancora il nome di Heléna e le ordinò nuovamente di ripiegare. La donna non si mosse e colpì un'altra volta. Le braccia cedettero al secondo colpo e la testa del martello cadde al suolo. Heléna si sostenne con l'impugnatura, lo sguardo basso, il respiro affannoso. Era da sola, davanti al muro che doveva abbattere.
Aprire una breccia significava avere una possibilità di vincere la battaglia e con essa la guerra contro il Signore di Pietra.
I pensieri di Heléna si ruppero in un sol colpo. Una mazza scese violenta sulla sua schiena, facendola cadere accanto al suo martello. Al contrario dei suoi compagni impegnati a inseguire l'esercito di Xander, un guerriero di pietra aveva scelto come bersaglio la solitaria Heléna. Si avvicinò ridendo sadicamente, fissando la donna inerme di fronte a lui.
Heléna era stanca e ferita, ma il suo nemico peggiore era la disperazione. Vide la testa chiodata della mazza sollevarsi in aria e coprire la luna nascente. Un lampo di forza le corse nelle vene e con un movimento quasi innaturale ruotò su se stessa agganciando con le gambe le ginocchia del nemico. Il guerriero cadde, perdendo la presa sull'arma. Heléna balzò in piedi, afferrò il suo martello e con un solo colpo pose fine alla vita del nemico. Antozh era un'arma fuori dal comune.
Non aveva più un filo di energia. Heléna si trovò di nuovo sola, contro un muro. Alzò lo sguardo e il suo viso si illuminò di una strana e incomprensibile sorpresa. Il Signore di Pietra era in piedi sopra il muro. La osservava con sguardo impassibile e inespressivo, esattamente sopra il punto in cui i colpi del martello avevano prodotto le crepe più profonde.
Heléna si sentì morire. Un turbinio di emozioni le confuse la mente. In un attimo immaginò di abbandonarsi alla sconfitta, quello dopo sentì la determinazione di voler vincere a ogni costo. Ancora una volta strinse il martello e diede un sonoro colpo al muro. Alzò lo sguardo e fissò per pochi eterni istanti gli occhi vuoti del Signore di Pietra. Un piccolo scintillio dormiva sulla sua guancia. Heléna lo vide. Soltanto lei poteva sapere cosa fosse quella lacrima.
***
La mente tornò indietro a quando aveva appena terminato l'addestramento. Lunghe erano state le giornate e ancor più le notti. Al suo fianco c'erano solo uomini che spesso la guardavano come un essere incapace di fronteggiare il nemico. Era solo una donna. Il petto prorompente, il fisico snello e scattante, i capelli e gli occhi neri e profondi, come poteva una ragazza così bella essere capace in battaglia? In molti avrebbero voluto combattere con lei ben altre lotte eppure solo uno era stato in grado di avvicinarla. Il suo nome era Albert.
Col passare del tempo Heléna aveva guadagnato il rispetto di molti, e non soltanto quello. Albert la ammirava e sapeva che il suo giudizio contava molto anche per lei. Più il tempo passava e più Heléna faceva del compagno il suo confidente. Albert, dal canto suo, le raccontava dei sogni della sua vita, delle sue ambizioni e dei suoi desideri. Ma c'era qualcosa in lui che la metteva a disagio. Era come se un suo lato molto importante fosse imperscrutabile, quasi troppo perfetto nel suo essere.
«Un giorno sarò re» disse Albert una sera, proiettando il suo sguardo verso le stelle. Gli occhi tornarono su Heléna, seduta al suo fianco sul tronco di legno che fungeva da panca.
«Come farai?»
«Non lo so» rispose Albert alla domanda sincera di Heléna.
Il sole era appena tramontato, un altro giorno era andato e quello seguente sarebbe stato molto importante: dovevano andare per la prima volta in battaglia.
Albert rimase più di un'ora seduto a riflettere, dopo che Heléna era andata via. Quella donna stava diventando troppo importante e la paura di perderla in un combattimento era grande. Provare qualcosa per un compagno di battaglia può far saltare strategie complesse e compromettere l'esito della contesa, così aveva studiato. Sebbene il suo cuore palpitasse alla sola vista di Heléna, pensò ancora che in guerra è bene non avere preferenze né di compagni né di armi. Questi erano gli insegnamenti del suo maestro.
Il giorno della battaglia giunse. Albert ed Heléna erano coi piedi sulla polvere, fianco a fianco, spada e martello. Danzarono come se fossero un unico corpo, volteggiando tra i nemici con colpi leggiadri alla vista, coordinati e tanto micidiali quanto eleganti. Erano stati un corpo e una sola mente, ma il destino e le ambizioni, si sa, spesso non sono concordanti. Albert, battaglia dopo battaglia, divenne sempre più padrone delle sue potenzialità. Sapeva che sarebbe potuto diventare qualcuno importante e questo lo allontanò sempre di più da Heléna. Ella invece percepì che dentro quell'impenetrabile cotta di maglia che si era attaccata alla pelle dell'uomo, batteva ancora il cuore di un sognatore, con tante debolezze e tanta tenerezza. Ma l'evidenza di ciò che era più forte nel loro rapporto attendeva solo l'occasione giusta per emergere.
Giunse la prima sconfitta. Heléna dovette affrontare un nemico più forte di lei e Albert neppure se ne accorse. Era troppo occupato a uccidere soldati nemici e a farsi largo per permettere alla sua squadra di aprire un varco tra le linee avversarie. Fu il comandante a salvarla da morte certa.
La stessa sera, le ballate terminarono presto nell'accampamento. Non c'era aria gioiosa dato l'esito della battaglia. Heléna e Albert si trovarono soli al tavolo. Bevvero e parlarono di ciò che era accaduto, come spesso facevano durante l'addestramento. Si confidarono come un tempo e i cambiamenti di Albert divennero subito acqua passata. Rimasero sul cortile fino a tardi. Sorrisero insieme. Si baciarono, ma quel bacio non c'erano le stesse emozioni del primo e unico contatto che tempo prima avevano avuto.
«Io... non posso farlo» disse Albert con una strana oscurità negli occhi.
«Perché? Forse è osare troppo?»
«Non posso...» continuò in maniera criptica.
Heléna sentì il suo cuore spezzarsi. La sensazione che tutto fosse finalmente giunto a ciò a cui aveva sempre anelato era svanita in poche e semplici parole. E scoprì che non poteva fidarsi di Albert, non più come aveva fatto fino a quel momento. Lasciò trascorrere la notte e il mattino seguente firmò la lettera in cui chiedeva il trasferimento a un'altra unità. Non provò nemmeno a immaginare quanto quel gesto potesse aprire una profonda ferita nel cuore di Albert quando lo avesse saputo.
Pianse mentre camminava con la sacca in spalla. Heléna stava raggiungendo i suoi nuovi compagni di battaglia. Lo sguardo basso incrociò il volo di un insetto rosso. Questo si poggiò sulla corteccia di un albero lì vicino. Incuriosita, Heléna si avvicinò. Era una piccola coccinella. Accanto all’insetto v’era una goccia di resina indurita che aveva catturato un’altra coccinella. Vide la prima raschiarla con le zampette. La piccola coccinella non avrebbe mai potuto aprire quel guscio e anche se ci fosse riuscita sapeva che lì dentro, l’altro insetto non sarebbe più stato in vita. Ma la creaturina non aveva perso la speranza. C’era sempre qualcosa da scoprire. C’era sempre qualcosa da salvare.
Heléna giunse all’accampamento pochi minuti dopo. La scena appena vista le rimase impressa tanto che si fermò all’emporio e cercò un pendente a forma di coccinella. Ed ebbe fortuna. Lo comprò e lo indossò subito. Sentì che anche una minuscola creaturina poteva guidarla attraverso grandi difficoltà.
Nel buio e nel silenzio della sua stanza, Heléna pensava spesso ad Albert. Nella sua mente figuravano la difesa e la maschera che Albert aveva costruito e frapposto tra lei e le sue ambizioni. Anche se non l'aveva mai sentito dalle labbra dell'uomo, sapeva che il motivo per cui egli non aveva mai lasciato che sbocciasse qualcosa tra loro, era la sua voglia di realizzare i suoi sogni. Ciò che non riusciva a spiegarsi e che spesso si chiedeva, piangendo sul cuscino, era perché ella fosse sempre seconda a tutti gli altri desideri. Provò a scrivere una lettera. Non una, non due né tre volte. Più di cento volte accartocciò il foglio e lo gettò nel cestino. Non trovò mai la forza di scrivergli e il tempo per farlo divenne sempre meno tra una battaglia e l'altra. Imparò a ignorare quelle poche lettere che le arrivavano da lui, in cui le chiedeva il motivo della partenza, le chiedeva di tornare a trovarlo e al tempo stesso le raccontava dei suoi progressi, delle battaglie vinte e del prestigio che man mano acquisiva.
E così passarono gli anni. Le battaglie e le sofferenze, i compagni caduti e le ferite, nel corpo e nell’anima, disegnarono cicatrici nello spirito di Heléna. E tutto si nascose in un perverso oblio.
Un giorno di pioggia, un messaggero giunse con una notizia che era corsa di bocca in bocca e di regno in regno. C'era un nuovo tiranno che stava conquistando ogni terra. Si diceva che i suoi guerrieri fossero invincibili e che nessuna spada potesse trafiggere le loro corazze. Erano le armate del Signore di Pietra. Lo scompiglio più totale aveva colpito molti soldati alla notizia che un arcano potere magico avvolgesse quei soldati e le mura di un castello rimasto nascosto ai mortali per molti secoli. Heléna ripensò alle parole impresse sulla pergamena lasciata da suo padre insieme al martello, dentro il grosso cesto che abbandonò all'accademia dei soldati: Antozh abbatterà ogni muro magico e con esso ti darà l'amore e la gloria.
Un giovane irruppe nella sala comune del battaglione di Xander. L'armata del sud si sarebbe mossa per prima contro l'avamposto di pietra. Heléna sentì raggelarsi l'animo. Era la sua vecchia unità, quella dove lottava Albert.
«Capitano Xander, voglio andare anche io a combattere» le parole di Heléna furono quasi un'implorazione.
«Dobbiamo riflettere sullo spostamento strategico, lo sai bene» le rispose, perplesso dalla sua determinazione.
«Io posso abbattere le difese del Signore di Pietra» affermò stringendo il suo martello.
«Non comprendo la tua determinazione. Dobbiamo lottare tutti insieme, non possiamo permetterci di agire d'impulso» provò a tranquillizzarla.
«Xander, tu non capisci...» Heléna trattenne un singhiozzo e le lacrime che volevano fuggire dai suoi occhi, quindi uscì dalla tenda, alla ricerca di solitudine.
Lo scontro tra i battaglioni delle terre libere e l'esercito del Signore di Pietra era iniziato e le notizie giungevano ogni giorno all'accampamento dove Heléna attendeva trepidante. Il solo pensiero che avrebbe potuto combattere di nuovo con Albert la poneva in agitazione.
Heléna strofinava la stoffa contro il suo martello per lucidarlo e a un tratto la tenda dove si era rifugiata si aprì. Era Xander che con il volto scuro le annunciava che era giunto il loro momento. Heléna trattenne un gemito di gioia e subito lasciò spazio alla sua razionalità. Se era giunto il loro momento, era solo perché molti altri soldati erano morti nel tentativo di fermare il Signore di Pietra. Heléna tremò e perse la presa sul martello. Non le era mai accaduto.
Un passo dopo l'altro Heléna avanzò sul campo di battaglia a fianco dei suoi compagni. Poteva vedere la tensione nei loro occhi, la paura e lo sgomento. Ossa strappate dai cadaveri, teste e arti tranciati, ancora giacevano sparsi per la vallata. Sperava solo di non vedere il corpo di Albert.
L'eco di un urlo risuonò da ogni lato. I soldati di Pietra partirono alla carica. Erano di gran lunga inferiori in numero ma questo non li aveva fermati dal trucidare i soldati nemici né dal resistere a ogni assalto.
Heléna si guardò attorno cercando Albert tra i guerrieri alleati ma non lo vide. Tutto parve fermarsi quando lo stesso Signore di pietra apparve sul campo di battaglia. Spiccava per la sua armatura rosso porpora, come il sangue mischiato a fango delle sue vittime. La sua spada roteava e colpiva inarrestabile. Nessuno poteva più negare che un arcano potere si nascondesse dietro le sue conquiste.
Il tiranno avanzò tra i soldati avversari e a un certo punto la sua attenzione fu attratta da Heléna. Il re dei soldati di pietra cambiò la sua direzione e con passo sempre più determinato si spostò verso la donna. Heléna sentì le gambe irrigidirsi. Aveva appena abbattuto uno dei nemici e ora il più temibile tra gli avversari si stava dirigendo verso di lei. Desiderò che Albert fosse al suo fianco, che potessero danzare ancora. Morire in quel modo sarebbe stato il modo migliore che avrebbe mai potuto desiderare in quel momento.
L'elmo scuro lasciò uscire il vapore del fiato nell'umido freddo della valle. Il Signore di Pietra si fermò dinnanzi a Heléna.
«Unisciti a me. Il potere dell'anello di pietra, le mura del mio forte, mi rendono invincibile. Tutto questo sarà tuo quanto mio». Quelle parole la sconvolsero. La mano sinistra del tiranno sollevò la visiera: «l'ho fatto per me». Heléna rimase impietrita. «L'ho fatto per te». Il viso di Albert era segnato dal tempo ma era bello come quando l'aveva conosciuto. Era lui il Signore di Pietra.
«Perché?» Heléna rabbrividì. In un istante vide dissolversi tanti sogni e per certi versi sentì che la scelta che Albert l'aveva spinta a fare molti anni prima era stata giusta.
Il martello roteò e colpì pesantemente il petto del Signore di Pietra. Albert non reagì e cadde indietro. Non era mai accaduto in anni di vittorie. La spada, la stessa che aveva usato negli anni dell'accademia, tintinnò contro la pietra e la polvere. Albert rimase immobile, fragile. In un solo istante il nome che era nato dall'impossibilità di scorgere debolezza, tremò. Quasi tutti vedevano nel Signore di Pietra solo un potente e impietoso re tiranno, ma Heléna conosceva il cuore che batteva dietro quel freddo metallo.
Ogni soldato del tiranno corse in ritirata vedendo il proprio re rifugiarsi dentro le mura del suo impenetrabile forte.
Heléna rientrò nel suo accampamento ignorando i sorrisi gioiosi dei compagni. Antozh era riposto nel fodero e tra le mani ella teneva la spada che un tempo era stata di Albert. Una sorta di legame tra loro si era inspiegabilmente ristabilito... o forse non si era mai reciso. Pianse a lungo sul piatto della lama di quell'arma. I suoi singhiozzi echeggiarono nell'accampamento. Poi, la notte stessa, Heléna andò da Xander. Doveva parlargli.
«So come distruggere il Signore di Pietra».
«Cosa vuoi dire?» Xander guardò Heléna con aria perplessa.
«Non importa. Domani voglio andare in prima linea».
«Ma...» Xander provò a obiettare ma lo sguardo di Heléna gli fece intendere che ogni tentativo di contraddirla sarebbe stato vano. Si rassegnò. Non poteva dire di no alla guerriera che aveva portato in casa la prima vittoria dopo innumerevoli sconfitte.
Giunse l'alba. Heléna era già pronta. Strinse la coccinella al collo, quasi pregandola di indicarle la via giusta, poi corse nella mischia combattendo e abbattendo ogni nemico che le si parava davanti. Giunse di fronte al muro e lo colpì con tutta la forza che aveva in corpo. Non avrebbe smesso, non finché non avesse aperto una breccia.
***
La sottile linea che legava i loro sguardi era quasi tangibile. Era ancora una lacrima quella che bagnava la guancia di Albert, immobile sopra la magica cinta di pietra. Lo sguardo annebbiato dal sangue e dalle lacrime non fermò Heléna. Il suo martello ricominciò a battere contro il muro. Era la forza della disperazione, era la forza che per anni era rimasta sopita e mascherata, era lo spettro di una rabbia repressa di chi è impotente contro certe situazioni. Heléna era diventata una donna straordinaria. Era diventata capace di aprire brecce ben più profonde in muri ben più resistenti. E con un grido, l’ultimo colpo creò la crepa che fece vibrare il muro. Parve quasi che tremasse la terra. Albert rimase immobile sopra di esso, in attesa che cadesse. Ricordò quando ella gli aveva chiesto perché non avesse osato sognare, lasciare che tutto fosse spontaneo, lasciare che i sogni li legassero. Questa volta stava osando. Rimase ancora impassibile, lo sguardo fisso sulla donna.
In un attimo il muro crollò. Un rombo immobilizzò ogni persona, ogni combattente e ogni spada. Albert giaceva a terra in una pozza di sangue. Gli occhi erano rossi e stanchi ma la sua espressione era vera. Soffriva. Era debole. Anche lei piangeva. Heléna si avvicinò trascinando i piedi. Superò le macerie e raggiunse Albert. Lasciò cadere il martello accanto a lui, sentiva di non averne più bisogno. Si chinò. Lacrime bagnarono il viso insanguinato di Albert.
«Finalmente hai abbattuto il mio muro»
«Finalmente hai osato essere vero»
Heléna poggiò le sue labbra su quelle di Albert. Sentì l’amaro sapore del sangue mischiato al dolce sapore della passione. Lo strinse forte a sé. Si sfilò dal collo il pendente a forma di coccinella e lo appoggiò sul corpo dell'uomo. Gli occhi di Albert erano chiusi. Heléna si alzò in piedi e, disarmata, si avviò indietro verso l’accampamento.
La sua guerra era finita.
16:55
Scritto da: immortalbard
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| Tag: viaggio+donna+guerriero, fantasy, racconto, heléna, antozh, martello, guerra | OKNOtizie |
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