29/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (V)
Ali sbiadite volteggiavano in un cielo azzurrissimo. Le nubi parevano fatte di piume eppure l'aria era triste e si respirava dolore e sofferenza. Heléna si sentì cadere. Aprì gli occhi d'improvviso. Giaceva su qualcosa di soffice come bambagia e a stento riusciva a muovere la testa. Il corpo le pareva immobile e per quanto si sforzasse di alzare le braccia non si mosse di un centimetro. Sentì degli occhi poggiare lo sguardo su di lei. Si sentiva osservata. La sensazione crebbe a dismisura. Heléna provò a urlare ma solo un lieve gemito uscì dalla sua bocca.
Una creatura apparve dal nulla. Sembrava una donna ma sue erano le ali che aveva visto pochi istanti prima. Tutto il mondo attorno era irreale eppure le sembrava di aver già visto qualcosa di simile, come fosse un misto tra il suo mondo onirico e la realtà di molti anni prima. Come fosse l'ombra di anni che la sua mente aveva dimenticato perché vissuti quando era ancora troppo giovane per poterli comprendere.
«Il martello è Antozh, e tu ne sei la custode».
Heléna udì la voce rimbombarle nella testa. Era soave e dolce ma al tempo stesso le riempiva di dolore il cranio. La creatura parlò ancora, ripetendo le stesse parole, e poi ancora e ancora. Heléna non riuscì a muovere le braccia, era inerme di fronte a quella donna alata, bellissima ma che le infondeva uno strano timore reverenziale. Non riuscì a parlare, non poteva gridare. Chiuse gli occhi e urlò nella mente. Tutto il mondo attorno prese a girare ma adesso v'era solo uno strano ronzio che le occludeva le orecchie. Il fastidioso rumore svanì lentamente lasciando posto a una delicata melodia che si interruppe nell'esatto istante in cui Heléna aprì gli occhi. Era nella sua tenda.
«Era solo un sogno». Heléna scoppiò quasi in una risata isterica prima di cascare giù dalla branda, impaurita da una presenza vicino a lei.
«Buongiorno Heléna, stai meglio? Sei stata inquieta per tutta la notte». La voce di Xander la tranquillizzò. «Devo scoprire chi è riuscito a calmarti con le sue melodie fuori dalla tenda. Qualcuno dei soldati ha suonato per te tutta la notte». Il comandante sorrise alla ragazza.
«Sei... rimasto qui tutta la notte?»
«Si». Xander rispose con un leggero sorriso e lo sguardo di chi non ha chiuso occhio per tutta la giornata. «Come va adesso? Sono finiti gli effetti del vino?»
«Mi gira un po' la testa... ti prego... non voglio che mi vedi in questo stato» improvvisamente lampi della sera appena trascorsa tornarono alla mente di Heléna e il rossore dell'imbarazzo le coprì il volto.
«Ieri sera io... tu... Xander...»
«Ieri sera non è accaduto nulla di importante. Eri ubriaca e ti sei sentita male. Ti ho accompagnata qui e ho vegliato su di te». Il sorriso di Xander fu disarmante.
«Si... capitano». Heléna sentì tornare il legame formale che c'era tra lei e Xander, il comandante della sua unità di soldati.
«Adesso datti una rinfrescata e rimettiti in sesto». L'uomo si alzò in piedi e lanciò un panno umido e fresco verso la ragazza. Heléna lo afferrò al volo, dimostrando prontezza di riflessi anche in uno stato non ottimale.
Xander uscì dalla tenda e si diresse verso il cortile. Guardò attorno a sé e vide che nessuno dei musici si trovava nei paraggi. Eppure la musica è finita pochi minuti fa, pensò. Cercò con attenzione, incuriosito da chi dei suoi uomini avesse potuto fare qualcosa del genere, ma non trovò nessuno.
A poca distanza di cammino, piedi feriti e sanguinanti si trascinavano sul terreno, ricoperti di piaghe. Le corde dello strumento vibravano ancora ma all'uomo incappucciato, ormai giunto lontano dall'accampamento, mancavano le forze per creare ancora altre melodie. E ancora una piaga si aprì sulla sua pelle.
***
Xander aveva lasciato una tinozza d'acqua fresca poggiata sul tavolo. Heléna si sciacquò il viso. Passò le mani sul volto. Teneva gli occhi chiusi mentre l'acqua le rinfrescava le guance e la fronte. Si asciugò con il panno che le aveva lanciato il suo comandante. Aprì gli occhi e inspirò profondamente. Vide la spada di Albert poggiata con cura sul tavolo. Ricordò la sfuriata della sera precedente. Si avvicinò lentamente al bordo del tavolo con lo sguardo fisso sulla spada. Protese la mano destra e sfiorò l'elsa. Alzò la testa e guardò in alto. Sentì che il dolore era passato, seppur forse solo temporaneamente.
La mente di Heléna corse di nuovo alla sera precedente. Si sentì stupida e provò un terribile senso di imbarazzo, tuttavia provò anche gratitudine verso Xander, suo capitano ma soprattutto suo amico, che l'aveva aiutata a superare quella difficile sera. Raccontargli ciò che era successo sarebbe stato il minimo per ringraziarlo. Indossò il mantello sopra i soliti abiti che metteva sotto l'armatura e uscì dalla tenda.
«Capitano, il Signore di Pietra non è morto».
All'udire quelle parole, Heléna si bloccò. Rimase fuori dalla tenda, a origliare, come se non avesse il permesso di entrare.
«L'abbiamo visto vicino alle porte del suo palazzo, dove è crollato il muro, abbiamo udito le sue grida mentre si proclamava invincibile e nuovo sovrano di queste terre». La voce del soldato si fece preoccupata.
Xander parve più stupito che preoccupato. «Nonostante i suoi soldati siano tutti morti o dispersi?»
«Si». La risposta del soldato fu secca. «Ma è solo... possiamo catturarlo».
«Avete perlustrato la zona? Se possiamo essere certi che sia solo e che sia un atto di follia, allora manderemo una squadriglia, ma non spedirò nessuno senza cognizione di causa contro colui che ha disseminato morte e distruzione su una moltitudine di terre». Xander parlò con il suo tipico tono rassicurante. Lo stupore iniziale aveva lasciato immediatamente spazio al comandante capace di guidare con fermezza i suoi uomini in battaglia.
«Lo abbiamo visto da solo... era armato solo di un martello». Heléna sentì un brivido congelarla.
«Non possiamo rischiare». Xander fu deciso.
«Manderò subito una squadra di esploratori». Il soldato non obbiettò oltre e si avvicinò all'uscita della tenda. Heléna si nascose, come cercasse ancora tempo per riflettere su ciò che aveva ascoltato.
«Molto bene. Attenderò queste notizie, intanto allerta solo gli uomini pronti a combattere... ma fallo con discrezione». Xander diede gli ordini con calma, cercando di non infondere inutili allarmismi tra i suoi soldati.
«Sarà fatto capitano».
Heléna fece qualche passo veloce per allontanarsi dalla tenda e non essere vista dal soldato. Tornò rapidamente nella sua tenda. Lasciò cadere il mantello e si poggiò sul tavolo. Il respiro divenne affannoso. Sentì come una lama lacerarle il petto. Il Signore di Pietra era ancora vivo e brandiva Antozh, il suo martello.
La mano si mosse lenta, tremando, sulla superficie del tavolo. Le unghia graffiarono il legno. Le dita sfiorarono l'elsa della spada. Il pugno si chiuse sul freddo metallo. L'altra mano scivolò sulla lama e il dito indice ne saggiò il filo. Un lieve gemito di dolore la fece sussultare e un piccolo rivolo di sangue le macchiò la pelle in superficie. Era un piccolo taglio che però le ricordava quello con cui Albert, molti anni prima, aveva bagnato di sangue la stessa spada.
***
«Cosa hai fatto alla mano?»
«Nulla». Albert passò vicino a Heléna nascondendo la mano sinistra ma lasciando dietro di sé una scia di sangue.
«Albert...» La ragazza corse dietro di lui e lo raggiunse. «Cosa hai fatto alla mano? Sanguini». Heléna vide un profondo taglio sul palmo e sulle dita ma notò anche qualcos'altro che la fece sorridere.
«Quella è la spada di Larke».
«Si... è lei». Sul volto di Albert apparve un sorriso, spezzato solo da una lieve smorfia di dolore.
Proseguirono verso l'infermeria. Heléna camminò accanto ad Albert. L'espressione era mista tra agitazione ed eccitazione. La copiosa perdita di sangue dell'uomo la preoccupava ma al tempo stesso la spada di uno dei più valorosi guerrieri, stretta dalle mani di Albert la esaltava perché ciò poteva significare solo due cose: o Albert aveva sconfitto Larke in un duello oppure tale duello sarebbe arrivato presto a causa del furto.
Heléna entrò di soppiatto nella tenda, curandosi che nessuno li vedesse, quindi fece spazio ad Albert. Prese delle bende e dopo aver lavato la ferita con l'acqua corrente di una piccola sorgente, fasciò la mano dell'uomo.
«Perché hai la spada di uno dei guerrieri più abili di tutte le unità?»
Albert si morse il labbro inferiore. Heléna accennò un sorriso e assunse uno sguardo curioso.
«Se te lo dico prometti di non rivelarlo a nessuno?»
«Sai che so mantenere i segreti».
Heléna sentì una strana sensazione avvolgerla, come se un fuoco la stesse coinvolgendo inspiegabilmente nella sua calda danza. Percepiva lo stato emozionale di Albert e sentiva che aveva fatto qualcosa di bizzarro. La curiosità, il sollievo successivo alla preoccupazione per la ferita e il respiro concitato di Albert erano avvolti dal mistero di quell'avvenimento. Heléna si sentì impaziente di conoscere tutti i dettagli dell'accaduto, voleva sapere se egli avesse compiuto qualcosa di illecito, se avesse osato fare qualcosa che il resto del loro mondo non avrebbe condiviso. Sarebbe stato quel qualcosa che fino a quel momento le era mancato.
«Dunque chiedo la tua parola». Albert le poggiò la mano sana su una spalla e le sorrise guardandola negli occhi. Heléna si limitò ad annuire.
«Ormai sono settimane che Larke mi addestra», Heléna lo guardò stupita, «mi sta insegnando tutti i suoi trucchi e mi sta facendo crescere con la sua esperienza». Albert non smise di sorridere neppure mentre parlava.
«Mi aveva promesso che il giorno in cui io fossi riuscito a colpirlo al volto in duello, mi avrebbe dato la sua spada, quella che ha visto il sangue di molte altre battaglie». Heléna assunse un'espressione ancora più preoccupata e al tempo stesso più eccitata.
«Un duello?»
«Si, un duello».
«Ma le regole dell'unità...» Heléna non finì la frase.
«L'ho fatta in barba alle regole... per una volta. L'ho fatto per qualcosa che amo... l'ho fatto perché era importante». Heléna non interpretò le parole di Albert allo stesso modo in cui egli intendeva.
«Questa notte ci siamo battuti. Ho combattuto meglio delle altre volte ma Larke mi ha disarmato lo stesso. Quando stava per finirmi...» Albert fece una pausa e simulò alcuni movimenti, «ho sfruttato la sua ingenua ed eccessiva sicurezza, ho schivato e deviato la sua spada con la mano».
«Sei pazzo... avresti potuto perdere le dita... o peggio». Heléna interruppe il racconto di Albert. Poi lo lasciò continuare.
«Sapevo ciò che stavo facendo». Albert non esitò a controbattere, facendosi serio per un attimo. «Ho fermato la corsa della sua lama con la mia mano e non ho esitato a sfidare il suo elmo. Ho serrato il pugno e ho colpito forte. Non se lo aspettava». Albert concluse il suo racconto con aria soddisfatta.
«E così... Larke rimarrà senza la sua fidata spada, quella che lui dice avergli salvato la vita in più di un'occasione?»
«In realtà questa è solo una delle tante che ha usato e, a quanto mi ha detto dopo il duello, non è nemmeno la sua preferita... ma per me è stato ugualmente importantissimo... lo ammiro davvero, ho tanto da imparare da lui... è onesto e mi dice sempre le cose come stanno... e soprattutto mantiene sempre la sua parola. Questa spada per me vale una vita intera».
Le parole di Albert risuonarono come quelle di chi ha trovato la via da seguire. Ciò sembrò strano a Heléna, anche se l'esaltazione del momento riprese presto il sopravvento: Albert aveva osato trasgredire, abbassare la cortina che lo difendeva dall'essere qualcosa di diverso dal perfetto guerriero, sempre impeccabile e ammirevole in ogni gesto. Per una volta aveva lasciato i suoi ostentati buoni propositi e aveva mostrato qualcosa di veramente profondo del suo animo. Heléna glielo lesse negli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena e al tempo stesso un fuoco dentro.
C'era confidenza tra i due. C'era intesa e intimità tra loro. Heléna si avvicinò ad Albert, poggiò le mani sulle sue ginocchia e si protese in avanti, sfiorandolo fronte contro fronte.
«Le regole dell'unità...»
«So cosa dicono le regole». Albert provò di nuovo a fermare Heléna ma stavolta fu la ragazza a controbattere.
«Le regole dell'unità dicono che due soldati non devono avere preferenza di armi o compagni, niente sentimenti, niente emozioni...» Heléna lasciò la frase in sospeso. Albert deglutì in silenzio. Anche l'uomo sentì un fuoco bruciargli dentro all'udire la voce provocante della donna.
«Stanotte non è forse la notte in cui le regole non esistono?»
Heléna poggiò le sue labbra umide su quelle di Albert. Gli occhi si chiusero, le braccia avvolsero i corpi, e con esse anche le loro lingue danzarono in un abbraccio appassionato. Fu una lunga notte, che mai sarebbe tornata.
E da fuori la tenda, Larke sogghignava e sentiva che le sue strategie, pian piano assumevano la forma che egli desiderava.
***
«Capitano, gli esploratori sono tornati». Il soldato entrò nella tenda di Xander con passo veloce e senza preavviso.
«Che notizie portano?»
«Altri soldati... portano il blasone del Signore di Pietra. Arriveranno da sud e da ovest». Il guerriero riprese fiato mentre Xander assumeva un'espressione riflessiva.
«Quanti sono?»
Il comandante dell'unità rimase calmo. Le sue domande erano secche e concise. Xander si alzò in piedi e si avvicinò al tavolo dove la cartina del campo di battaglia era ancora poggiata dall'ultima battaglia.
«Circa duecento». La voce del soldato riprese lo stupore che egli aveva provato nel vedere quel contingente di guerrieri. Percependo la preoccupazione del suo capitano, il soldato lo anticipò.
«Arriveranno tra poche ore, sembrano dirigersi verso le porte del forte per rinforzare le difese e prepararsi al contrattacco».
Xander poggiò le mani sul tavolo e chinò il capo. Cominciò a pensare alla strategia da adottare. Avrebbe dovuto richiamare i soldati che erano stati congedati il giorno stesso della vittoria, avrebbe dovuto mandare messaggeri. Solo per un attimo, perse la calma che lo contraddistingueva. Provò smarrimento e paura nell'ipotizzare un'azione rapida diretta al Signore di Pietra prima che le sue truppe arrivassero. E se fosse un suo sporco trucco?
«Capitano?» Il soldato si avvicinò a Xander per ricordargli quanto fosse importante prendere una decisione subito.
«Manda due messaggeri alle unità che sono partite ieri pomeriggio. Che partano scarichi di ogni cosa superflua affinché li raggiungano entro sera, prepara i fuochi di segnalazione per delineare la nostra posizione di difesa, allerta tutti i soldati e fa' in modo che chi soffre dei postumi della festa venga curato al meglio dai medici e dagli infermieri». Xander incalzò il soldato con ordini veloci, sempre più decisi.
«E il Signore di Pietra? Gli esploratori hanno riferito di averlo visto ancora nello stesso posto, solo, come se attendesse qualcosa». Il guerriero fece la sua domanda ma dovette attendere la risposta per qualche istante.
«Potrebbe essere un inganno. Abbiamo troppi pochi uomini per rischiare, piuttosto dobbiamo prepararci al meglio come se avessimo perso la battaglia di ieri. Siamo di meno e spossati. I nemici che giungono sono freschi e pronti a combattere. Non possiamo permetterci errori».
«E le loro armature?»
«Sono guerrieri normali e sono mortali! Heléna ve lo ha dimostrato. Combatteremo e li tratteremo come tali, che sia ben chiaro a tutti i soldati. Ora va e prepara tutto. Tra dieci giri di clessidra voglio radunati tutti i capi squadriglia nel cortile principale. Che ciascuno prepari i suoi uomini».
Il comandante concluse con viso serio ma tranquillo. La sua voce infuse fiducia nel suo sottoposto ed egli confidò nel fatto che il soldato avrebbe saputo fare lo stesso con tutti gli altri uomini.
Xander attese di rimanere solo, prima di sedersi e rendersi conto che gli tremavano le mani. La gioia di una vittoria così inaspettata e successiva a interminabili sconfitte lo aveva scombussolato. Inspirò profondamente. Con movimenti lenti, mantenendo lo sguardo fisso sull'ingresso della tenda, vestì la sua armatura, impugnò la spada e la sollevò davanti a sé. La fissò per qualche istante. Non era neppure lucida come appena prima di una battaglia. Scosse il capo e la infilò nel fodero. Pensò a Heléna. Sapeva che questa storia l'aveva toccata più profondamente di quanto chiunque potesse immaginare. Voleva darle tutto il supporto per prepararsi. Uscì dalla tenda, si fermò un momento e lanciò un'occhiata verso il cortile. I suoi soldati si stavano radunando. Camminò verso la tenda della donna, si fermò appena fuori e provò a chiamarla con tono calmo. Non ricevette risposta.
«Heléna, posso entrare?»
Silenzio.
«Heléna, devo parlarti di una cosa importante», attese ancora qualche istante ma non sentendo la donna rispondere continuò ed entrò.
«Si tratta del Signore di Pietra...» la frase rimase in sospeso. L'armatura di Heléna mancava. Soltanto l'elmo giaceva per terra vicino al tappeto. Il baule era chiuso con il lucchetto, cosa che Heléna soleva fare solo quando andava in battaglia o si allontanava dalla sua casa per più di un giorno.
Xander cercò le armi di Heléna. Quelle secondarie erano tutte al loro posto, nell'armadio, mentre non cercò neppure il martello dato che il giorno prima l'aveva vista rientrare vittoriosa ma senza la sua arma, e non aveva osato chiederle che fine avesse fatto.
«Dove sei andata Heléna? Disarmata...» Xander realizzò che Heléna era già corsa incontro al Signore di Pietra. Ebbe un lampo e ripensò alla sera precedente. Guardò il tavolo. La spada che la donna teneva tra le mani quando era tornata all'accampamento, non c'era più.
«No. Armata».
Continua...
09:50 Scritto da: immortalbard in Il Viaggio della Donna Guerriero | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: fantasy, racconto, romanzo, heléna, antozh, martello, medieval, saifel, bardo | OKNOtizie |
Facebook
28/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (IV)
Le parve quasi che tremasse la terra sotto di lei. Heléna percepì l'aria farsi stranamente secca. Aveva voglia di urlare, voglia di piangere e di abbandonarsi alla pioggia. Poche gocce avevano cominciato a bagnarle il viso. Sembrava quasi che gli Dei stessero piangendo i tanti morti e volessero lavare con le loro lacrime le colpe degli uomini. Ma dentro di sé Heléna sapeva che gli Dei non si curavano degli esseri mortali, né della loro felicità.
Perché dovrebbero piangere la morte di uomini che trapasseranno diventando loro fedeli sudditi nei regni immortali? Perché dovrebbero pensare a noi e alla nostra gioia, quando lasciano che una bambina perda tutto e debba combattere contro il suo passato? Ho sconfitto il fantasma di colui che m'ha abbandonato a una vita che non volevo, ho distrutto il muro di un amore impossibile... e per farlo ho perso tutto... anche me stessa.
Heléna riprese a camminare, tanto più lentamente quanto più si faceva vicino l'accampamento. Rifletteva sull'incontro fatto poco prima. Era stato così bizzarro eppure al tempo stesso l'aveva impressionata.
Xander le corse incontro. Si fermò dinnanzi a lei e la fissò in volto, sebbene ella tenesse lo sguardo rivolto al terreno.
«Abbiamo vinto». Il comandante le sorrise. Il suo tono era trattenuto. L'uomo avrebbe voluto urlarle la gioia che aveva in corpo, abbracciarla e dimostrarle tutta la gratitudine per una battaglia condotta da cocciuti, impavidi e sconsiderati gesti di una donna.
«Si».
«Tutto qui? Abbiamo sconfitto il Signore di Pietra e costretto i suoi soldati alla ritirata... Heléna...» Xander intuì che la ragazza non era seria per le ferite, ma provò a scuoterla un po'.
«Devi andare in infermeria e prepararti per festeggiare, stasera è la tua sera e non puoi deludere tutti i tuoi compagni». Xander poggiò le sue mani sulle spalle di Heléna, rivolgendole un tocco quasi paterno. Il suo tono divenne dolce, come se volesse invitarla a lasciar uscire da lei ciò che le ottenebrava la mente.
«Lo farò. Non deluderò nessuno». Heléna alzò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi, le guance ancora sporche di sangue e polvere. I suoi occhi neri continuavano a splendere nel buio, ai riflessi del fuoco.
La pioggia si fece più intensa. Xander tolse il mantello e avvolse con esso le spalle della ragazza. Heléna ringraziò gli Dei perché le lacrime del cielo nascosero le sue.
«Voglio vederti nel cortile a festeggiare stanotte». Il comandante tornò marziale per un istante, parlando come se le stesse dando un ordine. Heléna sapeva che era solo un modo per cercare di aiutarla a superare quel momento. Apprezzava le capacità di comando di Xander e lo ammirava molto, ma in quell'istante tutto ciò che desiderava era restare sola.
Heléna rientrò nella sua tenda. Gemendo per il dolore, svestì l'armatura. Sciolse i lunghi capelli lisci e neri, liberò il suo petto a profondi respiri. Raccolse un panno di stoffa e cominciò ad asciugarsi il viso. Il suo sguardo si posò sulla spada poggiata sul tavolo. Il bagliore del fuoco sul cortile dell'accampamento e le candele all'interno della tenda sembravano disegnare strani colori sulla lama di Albert. Rimase a fissarla per lunghi attimi. Poi repentinamente la raccolse e la scagliò lontano.
«Non ti voglio più vedere!»
La spada volò dal tavolo, rimbalzò sulla tela del tendone e terminò il suo volo a terra, rumorosamente. Heléna scoppiò in un pianto disperato, inginocchiata con il viso e le mani appoggiate sul tavolo.
«Deve esserle successo qualcosa, ma finché non sarà lei a parlarne nessuno dovrà chiederle niente. Fate in modo che stasera non pensi alla guerra». Xander fece le sue raccomandazioni a uno dei soldati, quindi rimase qualche istante a guardare la sagoma della donna in controluce.
«Cosa ti è successo, ragazza mia?»
Xander si avvicinò all'ingresso della tenda. Accostò il telo con il fodero della spada e non guardò dentro.
«Tutti gli infermieri sono occupati... sei presentabile?»
«Ehm... si» Heléna si alzò in piedi e cercò di nascondere i suoi singhiozzi all'udito e le sue lacrime alla vista. Xander entrò. Aveva in mano garze e disinfettanti, filo per sutura e vari medicinali.
«In realtà non ho voluto disturbare gli infermieri che hanno lavorato tutto il giorno e ora sono già in cortile a festeggiare», Xander sorrise a Heléna avvicinandosi un po'.
Heléna sorrise di rimando, asciugandosi ancora gli occhi con il panno che stringeva tra le mani.
«Tutto bene?»
«Si». Heléna rispose con poca convinzione.
«Posso aiutarti a fasciare le ferite?»
«Faccio io». Xander sapeva che non gli avrebbe permesso di aiutarla. Heléna non amava mostrarsi debole, e farsi curare le ferite dal proprio comandante per lei significava proprio debolezza.
La ragazza prese la sacca dalle mani di Xander e cominciò ad armeggiare con garze e disinfettanti.
Senza curarsi della presenza di Xander, Heléna cominciò a spogliarsi, voltandosi verso il giaciglio. Scoprì una spalla. Aveva il petto parzialmente nudo ma Xander non poteva vederlo. Heléna era bellissima e in molti avrebbero giurato che nessun uomo potesse avere il coraggio di dire il contrario. Il corpo era sinuoso e scolpito dagli anni di allenamento, eppure femminile e aggraziato.
Heléna trattenne qualche lieve gemito. Le sembrava che le erbe e le miscele medicinali le bruciassero la carne viva. Seguì i tagli sul corpo, sulle gambe e sulle braccia. Percorse una lacerazione profonda che sanguinava ancora un po' lungo la schiena. Provò a medicare la ferita ma non riuscì a raggiungere quei punti del suo corpo. Guardò indietro verso Xander. Si morse le labbra un po' imbarazzata.
«Però non guardare...»
Sorrise leggermente, sapendo che senza l'aiuto di un'altra persona la schiena avrebbe continuato a sanguinarle.
«Non lo farò».
Xander rispose al sorriso.
Con gesti lenti e gentili, lontani dalla rudezza di un guerriero, l'uomo prese gli impacchi e i panni e cominciò a lavarle il sangue raggrumato sulla schiena. Heléna strinse i denti per trattenere il dolore mentre con le mani si teneva l'abito e i capelli.
«I tuoi compagni ti stanno aspettando per festeggiare»
«Lo so». Heléna rispose con tono mesto.
«Ti va di parlare di ciò che ti turba?»
«No». La risposta fu secca. La donna lasciò cadere i capelli e tirò su l'abito. Si voltò verso Xander e sembrò chiedergli silenzio con lo sguardo.
«Va bene, ma voglio che stasera ti goda la vittoria e qualunque cosa ti stia turbando svanisca dalla tua mente... sia pure solo per adesso. Quando vorrai... sappi che io ci sarò». Xander cercò di rassicurarla con lo sguardo, le carezzò la spalla e poggiò le garze sul tavolo. Notò la spada per terra, i segni del tavolo sul terreno e lo squarcio sulla tenda. Capì che qualcosa affliggeva Heléna e non era cosa da poco, ma in quel momento ciò che era meglio per tutti era lasciarla sfogare da sola. Xander uscì dalla tenda senza dire altro, quindi si allontanò, andando verso il cortile.
Heléna sedette su uno sgabello, gambe larghe, gomiti sulle ginocchia e viso tra le mani. Passò più e più volte le dita sugli occhi, sulla bocca e i palmi sulle guance, come volesse lavare dalla sua faccia i segni della battaglia. Alzò lo sguardo e fissò per qualche istante la spada di Albert che giaceva come un cadavere al suolo. Poi i suoi occhi neri si spostarono su un baule al cui interno aveva conservato quelle cose che non tirava fuori spesso. Si alzò e lentamente si avvicinò a esso. Girò la chiave e le parve quasi di dischiudere un mondo nuovo. Tra vecchi oggetti vide un abito molto bello. Era verde scuro, lungo e molto femminile. Era un regalo di Albert. Non l'aveva mai usato. Era nuovo, elegante ma al tempo stesso sobrio e semplice. Pochi merletti e qualche decorazione ricamata, nulla di più. Provò un brivido sfiorando la stoffa un po' impolverata. Titubò nel tirarlo fuori dal baule. Una lacrima, stavolta non di disperazione, le scivolò sul viso.
La sera della vittoria contro il Signore di Pietra, la notte in cui aveva incontrato di nuovo Albert, sarebbe stata una notte diversa. Quella notte avrebbe visto la donna Heléna, non la guerriera. Non un solo segno delle battaglie o delle armi sarebbe rimasto nella sua mente. L'unica memoria del passato sarebbe stato l'abito che era il vivido ricordo di un amore mai rivelato.
Heléna uscì dalla tenda. L'abito le stava un po' stretto. Slegò qualche laccio, inspirò profondamente e con passo più fiero e un sorriso sulle labbra, forse un po' forzato ma necessario, si avviò verso il luogo ove i suoi compagni stavano già festeggiando da quasi un'ora.
Xander la vide spuntare dal buio. La luce ondeggiante dei braceri al centro del cortile le illuminò il volto di rosso. Ci fu un attimo di silenzio. In molti non la riconobbero. I musici fecero scemare la musica.
Heléna si guardò attorno mentre avanzava, avvicinandosi al suo comandante.
«Un calice di vino, Heléna?»
Lo stupore si dipinse sul volto di molti soldati. Altri sorrisero, alcuni la fissarono come se la stessero vedendo per la prima volta.
«Allora? La musica?»
Xander sorrise ancora e gridò gioioso incitando tutti a riprendere i festeggiamenti. Gli strumenti ricominciarono a produrre le loro melodie festose e gli uomini a ballare e brindare.
«Sono contento di vederti qui». Xander accarezzò vigorosamente la spalla scoperta di Heléna. «Ti sta molto bene questo vestito».
«Grazie comandante»
«Xander... ti prego, oggi sono solo un amico» la corresse. L'uomo le porse una coppa ricolma di vino rosso, profumato e corposo.
«Grazie Xander» Heléna accettò il vino e si rasserenò.
La donna rigida e sempre in ordine, abile guerriero prima di qualunque altra cosa, si trovò a ridere e scherzare, bere e mangiare in compagnia degli altri soldati. Heléna quasi non riconobbe se stessa. Bevve vino e altri liquori, rise e dimenticò per qualche istante tutto ciò a cui aveva pensato fino a poche ore prima. La mezzanotte passò, accompagnata dalla luna, sfondo di un cielo che si era anch'esso rasserenato dalle piogge del pomeriggio.
Erano rimasti in pochi nel cortile, ma ancora la musica risuonava nella valle. Le ballate erano canzoni popolari e si danzava in gruppo scambiandosi di compagno a ogni giro. Heléna guardò Xander che se ne stava vicino ai tavoli a sorseggiare ancora qualche calice. Lo invitò a unirsi al gruppo. Xander non voleva lasciarsi andare troppo, dato il suo ruolo in quell'accampamento ma, considerata la vittoria ed essendo rimasti solo in pochi e probabilmente abbastanza ubriachi da non ricordare nulla, si lasciò trascinare.
Proprio nell'istante in cui Heléna giunse tra le braccia di Xander la musica cambiò. Iniziò una melodia tranquilla che da tradizione segnava la chiusura dei festeggiamenti.
Heléna si strinse ai fianchi dell'uomo. Aveva gli occhi un po' arrossati e lo sguardo spento, odorava di vino, forse ne aveva bevuto troppo, ma nonostante tutto era bellissima. Il rito di chiusura prevedeva che durante l'ultima canzone, a uno a uno, tutti coloro che stavano festeggiando e suonando uno strumento, si staccassero dalla danza gradualmente, come se l'inno agli Dei scemasse con grazia e non repentinamente.
«Va tutto bene?»
Xander continuò ad accompagnare i movimenti di Heléna, sensuali e sinuosi come mai prima di quel momento. Percepiva il suo malessere.
«S... si...». Heléna rispose fermandosi. Fissò negli occhi per qualche istante Xander, quindi ebbe un mancamento. Xander la sorresse. Fece forza sulle braccia e la trascinò fuori dal cortile. La musica scomparve lentamente alle loro spalle, mentre si allontanavano. Giunsero vicino alla tenda di Heléna, il luogo che era diventato la sua casa da quando era iniziata la guerra.
«Resterò qui finché sarà necessario...» Xander sostenne ancora Heléna. La donna si piegò leggermente in avanti, tossì e subito dopo vomitò. E credo che sarà per un bel po' di tempo, pensò Xander mentre cercava di aiutare Heléna a non sporcarsi e a non cadere.
Xander fece sedere Heléna su di una cassa e le fece appoggiare la testa su un sacco di tela pieno. «Sta qui, ferma. Andrò a prendere un po' d'acqua».
Usando un panno inumidito, Xander si prese cura della donna, pulendole il volto e cercando di rinfrescarla. Heléna barcollava ancora e non stava bene, tuttavia il malessere si era attenuato. Rimase seduta, accasciata su di un lato, con la testa appoggiata sul sacco di ortaggi.
«Perché hai messo sempre ogni cosa davanti a me?»
Xander, seduto accanto a Heléna, si voltò a guardarla e assunse un'espressione incuriosita. «Che vuoi dire?»
«Perché tutto il resto è sempre stato più importante di me? La spada, gli amici, i soldati, la guerra... perché?»
«Heléna ma di che cosa stai parlando? Tu sei sempre stata molto importante per me». Xander non capì cosa ella volesse dire.
«Non dire stupidaggini...» Heléna si alzò di scatto, barcollando e dando le spalle a Xander. «Non sono mai stata veramente importante per te...», ondeggiò ancora. Cadde all'indietro ma Xander fu pronto a prenderla e a tenerla in piedi. La schiena di Heléna si lasciò coccolare dal petto di Xander. Le braccia forti dell'uomo la sorreggevano da sotto le spalle.
«Sei sempre troppo occupato con te stesso per accorgerti di me... ma non è questo quello che mi dicevi». Xander rimase in silenzio ad ascoltare, cercando di interpretare quelle parole.
«Più di una volta mi hai detto che ero la cosa più importante che avevi eppure sei sempre stato così freddo e distante». Xander continuò a non capire.
«E non mi lasciavi altra scelta che soffrire... indurirmi». Il braccio di Heléna si alzò e abbracciò dietro di sé il collo di Xander, come volesse tenerlo stretto a sé. Xander sentì la mano di Heléna passargli tra i capelli e avvicinargli il volto alla sua nuca, come se lo volesse più vicino.
Heléna rimase con le spalle poggiate sul petto di Xander e girò la testa, per quanto le fosse possibile. Strinse il capo dell'uomo con il braccio e lo tirò verso di sé. Le sue labbra si poggiarono su quelle dell'uomo. Lo baciò.
Un istante parve divenire un'eternità. La bocca di Heléna si stacco da quella di Xander, il braccio tornò al suo posto. Strinse le mani dell'uomo e le guidò attorno al suo corpo facendosi abbracciare, per farsi avvolgere.
Xander rimase atterrito, senza parole. Non riusciva a spiegarsi nemmeno una parola o un gesto di ciò che stava accadendo, e mai avrebbe immaginato che cosa Heléna stesse provando in quel momento. Pensò alle cose più disparate, provò a ricordare quando tutto ciò di cui ella aveva parlato fosse accaduto, ma non seppe darsi risposta. Perché in realtà, risposta non c'era.
«Dimmi il perché... Albert... dimmi il perché». Heléna pronunciò quelle ultime parole prima di addormentarsi tra le braccia di Xander. E tutto fu più chiaro.
27/04/2009
Il Viaggio della Donna Guerriero (III)
Una mano curata si appoggiò sulla testa del martello. L'armatura lucida, dal colore grigio scuro, scintillò mentre l'uomo si chinava. Accarezzò l'arma come fosse un bambino nella culla. Antozh giaceva tra le macerie di quello che fino a pochi istanti prima era stato l'anello di pietra. Si curò che il mantello non toccasse terra e non mescolasse il suo color porpora con il fango.
***
Larke era uno dei soldati dell'esercito delle valli di Jhary non particolarmente abili in guerra ma riconosciuto come tale grazie ad altre capacità e perciò molto in vista anche tra i regnanti. Aveva speso più di vent'anni della sua vita ad accumulare ricchezze ma soprattutto fedeli seguaci che muoveva con la sua abilità oratoria, spinti dalla grandezza della fama che derivava dal semplice far parte della sua unità.
La fama e la ricchezza avevano fatto nascere in Larke il desiderio di avere sempre di più. Guardando indietro e osservando quanti sudditi aveva già raccolto, quanti adepti votati alla sua causa, e di quante risorse disponesse, Larke si accorse di che impero avesse la possibilità di costruire. E lo avrebbe fatto poco tempo dopo.
***
«Esiste un martello... il suo nome è Antozh, come quello del figlio maledetto degli Dei...». Gli occhi della vecchia erano ciechi eppure sembravano scrutargli l'anima. «Esso è la chiave che tu hai per ottenere ciò che desideri».
«Voglio sapere tutto». Larke incalzò la vecchia sacerdotessa.
«Tu vieni nella mia casa, aprì porte che a te sono precluse, parli con una serva che è stata ripudiata dagli stessi Dei di cui ora vuoi il potere, e con tale arroganza mi chiedi di rispondere alle tue domande?»
«Se vuoi avere il tempo di farti perdonare dai tuoi Dei, sarà bene che tu mi riveli ogni particolare». Larke assunse un tono minaccioso.
L'uomo aveva udito le storie dei bardi su questo leggendario martello. Esse lo avevano delineato come qualcosa in grado di trasformare un uomo quasi in una divinità e di dargli il potere di conquistare qualunque regno. Infine aveva trovato Karjha, una vecchia sacerdotessa ritiratasi a vita eremitica che si diceva fosse una delle poche persone a conoscenza della vera storia del martello.
La cattiveria dipinta negli occhi di Larke spaventarono la sacerdotessa. Ma essa non temeva per la sua vita ma per ciò che egli avrebbe potuto fare con quel potere tra le mani. E dunque gli raccontò la storia che voleva sapere, ma non come egli sperava. Gli raccontò del forte di pietra e del potere che derivava dall'anello di pietra, muro magico in grado di forgiare armature indistruttibili. Esso trasudava del potere che serviva per imprigionare il figlio maledetto degli Dei e, come cantavano i bardi, chi avesse trovato quel forte e l'avesse conquistato avrebbe ottenuto un grande potere. Ma Larke capì che non era una forza sufficiente per il suo scopo. Volle sapere come trovare e usare il martello.
«Il martello è inconfondibile. Io non posso descriverlo perché non l'ho mai visto, ma qualunque uomo creda in lui lo percepisce. Esso però è maledetto dagli Dei, come il loro figlio imprigionato dall'anello. Qualunque uomo lo sfiori e tenti di brandirlo muore e la sua forza viene donata al muro. Soltanto se il figlio degli Dei, Antozh, verrà liberato allora ogni maledizione verrà distrutta».
«Come posso distruggere il muro?»
«Nessuno può. Nessuna creatura dal sangue mortale può brandire il martello e soltanto Antozh ha il potere di distruggere l'Anello di Pietra» replicò Karjha.
«Tu menti!»
«Morirai a causa di quel martello. Devi desistere dalla tua ricerca». Lo sguardo fermo di Karjha fece raggelare l'uomo. Un profondo senso di paura si radicò nel suo animo e fece presa sulle debolezze del suo cuore.
Larke uscì contrariato dalla casa della sacerdotessa. Non aveva ottenuto ciò che desiderava se non una versione più credibile delle leggende che già conosceva.
«Che gli Dei lo tengano lontano dal martello...» Karjha rivolse la sua preghiera sollevando gli occhi ciechi verso il cielo, mentre udiva la porta chiudersi con violenza.
***
Il desiderio di potere continuava a crescere e già dopo poco tempo Larke era arrivato a desiderare ben più delle terre della Costa del deserto. Voleva rendere illimitata la grandezza del suo impero. Aveva bisogno del potere di Antozh, il figlio degli Dei.
Larke continuava a combattere per il suo esercito ma dentro di sé costruiva le strategie per forgiare il suo impero. La brama di conquista cresceva con la sua fama. Ma la soluzione ai suoi problemi stava per arrivare durante un allenamento incrociato con le unità dell'armata del sud di Estarien.
***
Larke non credette ai suoi occhi. Sentì il cuore battergli più forte di quanto avesse mai fatto. Un soldato, una donna, brandiva nelle sue mani un martello che emanava una strana aura di fascino. Era Antozh, ne era sicuro.
L'uomo osservò la donna e quanto gelosamente non permettesse a nessuno neppure di sfiorare la sua arma. Fu emblematico quando, disarmata dal suo comandante, egli provò a raccogliere il martello da terra ed ella lo fermò decisa. «Come desideri Heléna» aveva detto l'uomo, allontanandosi dall'arma. Quel nome si impresse bene nella mente di Larke.
Giunse la notte. I soldati dormivano sparsi tra le baracche e le tende dell'accampamento dove le due unità stavano allenandosi insieme. Larke vide Heléna stesa. Il martello era sorprendentemente libero da ogni corda o catena e giaceva accanto a lei. Forse era troppo stanca e si è addormentata prima di metterlo al sicuro, pensò. Capita anche ai migliori, disse a se stesso.
Larke si avvicinò silenzioso all'arma. Rimase immobile per diversi istanti. Si guardò attorno. Non c'era nessuno che potesse vedergli rubare quell'arma. Era un'occasione perfetta. Allungò la mano. Improvvisamente sentì un brivido lungo la schiena. Fu assalito da sensazioni di disagio che lentamente si trasformarono in puro terrore. La mano cominciò a tremare e non osò andare oltre. Fuggì dietro una tenda sconvolto. Heléna aprì gli occhi, incurante e ignara dell'accaduto.
Non posso toccarlo. Come è possibile che quella donna lo brandisca. Il martello è Antozh, ne sono sicuro. Come posso sfidare la collera e le maledizioni degli Dei?
«Io», esitò. «Io non posso farlo» concluse. Per la prima volta Larke aveva trovato davanti a sé tutta la sua codardia a ostacolarlo.
Larke trascorse la notte sveglio a riflettere su ciò che era accaduto. Doveva trovare una soluzione alternativa. Insieme al sole, all'alba giunse anche l'illuminazione che aspettava. Perché devo fare io ciò che può fare un altro? Ho costruito quello che sono anche su questo principio. Farò così anche con lei. Devo solo trovare il modo...
«Heléna devo confessarti una cosa».
Larke udì le parole di un giovane che si era messo in luce durante gli allenamenti. Sembrava l'unico ad avere un qualche genere di rapporto di amicizia con la donna. Il soldato di Jhary intese subito che tra i loro cuori c'era qualcosa di ben più grande dell'amicizia. Ancora una volta la soluzione ai suoi problemi aveva trovato un nome.
«Albert...». Heléna si accoccolò tra le braccia del compagno, vicino al fuoco che scaldava la sera umida nell'accampamento.
«Tu sei molto importante per me». Albert concluse la sua confessione abbracciando Heléna e poggiando la sua guancia sulla testa della donna. Poi fu silenzio.
Larke aveva a disposizione tanti mezzi per influenzare l'opinione di generali, comandanti e con facilità di semplici soldati. Alcuni tra i bardi più meschini sono disposti a raccontare pure menzogne per pochi denari.
L'ambizione e i sentimenti spesso non vanno d'accordo... e l'ambizione può essere uno strumento perfetto per plasmare la mente di un uomo. Larke lasciò che i suoi pensieri lo coccolassero nei sogni di gloria.
Albert era la risposta a tutti i suoi problemi. Doveva lavorare con pazienza seguire, passo dopo passo, la strada verso la vittoria. Il suo legame con Heléna era la chiave di tutto.
Larke poteva dunque iniziare il suo piano di conquista. Avrebbe Lottato ancora per l'esercito di Jhary ma dentro il suo cuore avrebbe saputo di farlo solo per poter stare vicino ad Albert e per preparare ciò che sarebbe stata la svolta della sua vita.
***
Nonostante la sua grandezza, Larke era uno che non aveva mai brillato per coraggio e coerenza e aveva costruito buona parte della sua posizione sull'immagine e sulle parole. Basò il suo impero sugli stessi principi. Inventò un nome fittizio sotto il quale agire e trascinare con sé i suoi guerrieri.
Larke svanì nel nulla. Cercò per un anno il forte di pietra di cui parlava la leggenda e infine lo trovò e ne raccolse il potere. Quando tornò seppe trascinare con sé i suoi vecchi sudditi. Diede loro il potere delle armature di pietra, impenetrabili e impregnate di magia. Iniziò col trasformare la rocca e farla diventare il suo quartier generale, poi invase piccole città, villaggi, terre e castelli. Non si fermò più e costruì passo dopo passo quello che era il regno del Signore di Pietra. Soltanto lui sapeva che quel misterioso re, altero e severo, non era lo sconosciuto che tutti credevano che fosse. Ma tutto ciò non era sufficiente per dominare il mondo.
I frutti di ciò che aveva seminato cominciavano a nascere. Heléna era coinvolta nell'anima e nella mente. Albert, tradito dalla donna cui tanto era legato, aveva seguito Larke ed era stato trasformato nel Signore di Pietra. Ormai tutto era pronto.
La guerra proseguiva tra i regni delle terre della Costa del deserto e l'impero di pietra e i burattinai disseminati da Larke continuavano a svolgere il loro semplice ma utilissimo lavoro. Presto l'unità in cui Heléna, colei che possedeva il martello in grado di distruggere la prigione dell'anello di pietra, sarebbe arrivata al suo forte. Avrebbe aspettato solo che quella donna, distruggesse il muro per lui e cancellasse ogni maledizione per ucciderla e prenderle il martello.
Ancora una volta, senza apparire codardo, con il minimo sforzo personale e al costo della vita di altri, avrebbe ottenuto ciò che desiderava. Avrebbe soltanto dovuto attendere.
***
La mano si strinse attorno all'impugnatura di Antozh. Larke sentì una strana forza assalirlo. Un alito di vento lo colpì in volto, sentì brividi lungo la spina dorsale. Larke fece forza sul braccio, più di quanta ne fosse necessaria per sollevare un martello comune. Chiuse gli occhi nel timore della morte. Sollevò Antozh e lo protese verso il cielo. Un urlo di vittoria echeggiò in tutta la vallata.
Il respiro dell'uomo si fece affannoso come se avesse corso per ore. L'emozione era tangibile. Poteva percepire il suo stesso corpo che emanava vibrazioni, simili a gemiti di piacere. Accarezzò ancora il martello. Tutto ciò che era, tutto ciò che era stato non aveva più importanza. La sola cosa che divenne fondamentale fu il futuro imminente.
Stringendo nel pugno il martello, Larke sentì tutta la sua potenza entrargli in corpo. Forse l'adrenalina, forse l'emozione o forse davvero la magia dell'arma gli fecero sentire brividi vibranti lungo la schiena.
Guardando i soldati morti per lui, credette di sentire le voci delle loro anime che lo imploravano di ridare loro ciò che gli era stato tolto. Li ignorò.
Vi ho addestrato, vi ho dato forza e delle armature impregnate della magia rubata all'anello di pietra, mia ultima vera conquista. Ora questo muro non ha altra utilità. Grazie alla sua caduta potrò avere molto di più. Vi sarò sempre grato per l'aiuto nelle conquiste e nella guerra ma avete avuto il vostro momento di gloria, non vi devo null'altro.
«Io sarò il nuovo signore di queste terre». Larke strinse con forza l'impugnatura del martello. La voce inizio come un sibilo, poi seguì un altro urlo liberatorio. Con Antozh proteso in alto, l'intera vallata poté udire il sommo gaudio di Larke, il Signore di Pietra.
09:07 Scritto da: immortalbard in Il Viaggio della Donna Guerriero | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: fantasy, romanzo, racconto, viaggio, donna, guerriero, saifel, medieval, bardo | OKNOtizie |
Facebook