24/05/2009

L'Assassino Silente (V)

 Era soltanto un'altra sera di un lungo susseguirsi di giorni vuoti, vissuti in maniera meccanica. Arendel trascorreva il tempo preparandosi da mangiare lentamente e consumando il cibo altrettanto lentamente. Dopo un anno di solitudine, era ormai diventato un'artista nello sbucciare le mele. Era capace di impiegare anche ore, specialmente durante la notte, per pulire alla perfezione un singolo frutto e poi mangiarlo.
 Bussarono alla porta. Arendel cessò ogni movimento. Smise di respirare per qualche istante. Non riceveva visite da mesi. Con agilità estrema fece roteare il coltello e lo nascose nella manica. Si alzò e silenziosamente si diresse verso la porta. Guardò dallo spioncino. Non c'era nessuno. Si chinò e osservò sotto la porta. Sembrava che qualcosa fosse stato lasciato davanti alla sua porta. Si avvicinò alla finestra, oscurata da una tenda, discostò il tessuto e guardò fuori. Non vide nessuno nei paraggi.
 Arendel aprì la porta lentamente. Finse indifferenza ma i suoi sensi erano in stato di allerta come se fosse in battaglia. Sull'uscio era poggiato un piccolo tubo metallico. Lo raccolse cautamente e lo esaminò. Guardò un'ultima volta tutto attorno alla casa, quindi rientrò e chiuse la porta dietro di sé.
 La mano destra strinse il tappo del tubo lo svitò. Dentro il contenitore c'era un piccolo foglio di una pergamena molto particolare, legato con un filo dorato e sigillato con una lacca scura e profumata.
 Arendel aprì la pergamena. Dentro c'erano solo delle indicazioni per giungere in un posto piuttosto isolato appena fuori dalla città di Corman. La lettera gli cadde dalle mani mentre leggeva l'ultima frase: Vieni stanotte stessa se vuoi rivedere tua figlia Juleen.
 Il respiro di Arendel si fece più affannoso. Si chinò e raccolse la pergamena con la mano tremante. La fissò ancora e memorizzò ogni indicazione, quindi arrotolò la pergamena e la infilò nuovamente nel tubo. Richiuse il contenitore e lo pose nella borsa attaccata alla sua cintura. Con un movimento rapido estrasse il coltello e lo mise nel fodero attaccato allo stivale. Prese un mantello e null'altro e si diresse verso il luogo indicato.
 Il buio della notte rendeva difficile distinguere persino il sentiero sopra cui stava camminando. Le indicazioni lo avevano portato sin fuori dalle mura in un luogo che non era illuminato se non dai riflessi del cielo. Arendel sentì i suoi sensi prepararsi al peggio e i suoi muscoli tendersi come se fosse in attesa di un agguato.
 Vicino a delle radure, immersa tra gli alberi del limitare della foresta, si scorgeva una casa abbandonata. Era piccola e sporca e la porta ondeggiava scricchiolando, sospinta da pochi aliti di vento.
 Arendel si avvicinò ed entrò. Le istruzioni gli ordinavano di entrare in quella piccola costruzione. Fece pochi passi e riconobbe la sagoma di un riflesso che mai avrebbe potuto dimenticare. Era lo stesso pugnale che aveva trovato sul cadavere di Ambra.
 «Benvenuto» salutò una voce maschile molto gutturale.
 Arendel rimase immobile e in silenzio. Voltò lo sguardo nella direzione da cui aveva udito parlare. Cercò di focalizzare sul suo interlocutore e al tempo stesso di percepire quanta altra gente ci fosse nella stanza.
 «Chi sei?»
 «Per te io sono il mandante, chiunque io sia» rispose con tono calmo. La voce era volutamente alterata, probabilmente con misture d'erbe o altre soluzioni alchemiche poco conosciute.
 «Che significa tutto ciò? Dov'è mia figlia?»
 «Calma, uomo. Ogni cosa a tempo debito. Risponderò alle tue domande nell'ordine corretto». Nell'ombra, colui che stava parlando si sedette su di una poltrona, in un angolo ancora più scuro dove soltanto qualche raggio di luna creava ombre incomprensibili.
 «Tu sei un abilissimo combattente, forse il migliore di tutto Mytel» seguì una breve pausa. «Ma ti manca ancora l'intelligenza, la perfezione e l'arguzia del vero maestro d'armi». Il mandante fece un'altra pausa. «Ciò che raggiungerai lavorando per me, nell'ombra».
 «Dov'è mia figlia?»
 Arendel strinse i pugni con fare impaziente e parlò come se non avesse ascoltato né intendesse farlo.
 Si udì un colpo alla parete. La luce di una piccola fiamma si accese in un altra stanza che comunicava attraverso una finestra a vetro spesso con quella in cui Arendel e il mandante stavano parlando.
 Lentamente emerse dal buio una figura legata a una sedia il cui capo era coperto da un cappuccio. Aveva la fisionomia di una bambina e Arendel cominciò a temere il peggio. Una mano afferrò la punta del cappuccio e scoprì il volto del prigioniero. Era Juleen. I loro occhi si incrociarono e all'uomo parve che la bambina gli chiedesse aiuto.
 Arendel Fece un passo verso il vetro ma immediatamente si fermò quando la punta di un pugnale si avvicinò repentina al collo di sua figlia.
 «Sta bene come puoi vedere, e continuerà a stare bene» affermò colui che si faceva chiamare il mandante. «Dovrai solo fare qualche lavoretto per me» concluse.
 Arendel scattò verso il mandante ma questi lo fermò immediatamente. «Se ti avvicini di solo un passo tua figlia non starà più tanto bene».
 L'uomo nascosto nel buio espresse il suo disappunto schioccando la lingua e ostentando una pomposa sicurezza. Arendel percepì che l'uomo si era alzato in piedi. La luce della fiamma svanì.
 «Resta qui per un po'», il mandante sussurrò all'orecchio dell'uomo.
 «Da oggi questa è la tua nuova casa e tu sei un uomo nuovo. Ti contatterò io stesso quanto prima possibile».
 Si udirono passi leggeri dirigersi verso l'uscita. Arendel si voltò lentamente e vide la sagoma del mandante sull'uscio. Vide ancora una volta il pugnale uguale a quello usato per uccidere sua moglie. Strinse i denti e irrigidì la mascella.
 «Presto mi ringrazierai». Con quelle ultime parole il mandante scomparve nel buio della radura.
 Un inquietante silenzio circondò Arendel. Rimase immobile fino a quasi l'alba ripensando a quell'incontro e all'urlo di disperazione che avrebbe Juleen, se non con la bocca almeno con i pensieri, gli aveva lanciato.
 Al primo raggio di sole Arendel si piegò sulle gambe fino a poggiare le ginocchia per terra. Sorrise e pianse. Sua figlia era viva. Ma era nelle mani di uno sconosciuto. Non tutto era perduto.


***


 Arendel cacciò via dalla sua mente quei pensieri con i quali era giunto sino a casa. Erano trascorsi cinque anni dal primo incontro e, in un modo o in un altro, quindici persone erano sparite per mano sua, nella speranza di ottenere la libertà di sua figlia. Già dopo il sesto omicidio Arendel aveva smesso di implorare il mandante. Ogni volta gli aveva risposto sempre nella stessa maniera e l'assassino aveva capito che non c'era verso di far mutare quella risposta.
 Ogni cosa a tempo debito, pensò. Non ho più forze, Arendel sentì l'animo rabbuiarsi come se si fosse rassegnato alla triste realtà. Si lasciò cadere sopra la poltrona ormai indurita dal tempo e dall'usura. Restò seduto solo pochi attimi, come se volesse raccogliere le energie. Si alzò in piedi e si diresse verso un piccolo armadietto, lo aprì e prese un piccolo barattolo di vetro. Tolse il tappo e portò il contenitore alla bocca. Dentro c'era un frullato di mele misto a succo di vari frutti. Deglutì rapidamente, cambiò il mantello, afferrò una piccola sacca, quella che usava per le sue missioni, e si diresse verso la radura dove solitamente gli venivano consegnati i messaggi.
 Devo partire per Sarradun, pensò Arendel tra sé sperando di non trovare nessun messaggio. Discostò le foglie e qualche ramo e osservò rapidamente. Erano passati più due mesi dall'ultima missione.
 Nascosto in un piccolo tubo c'era qualcosa che Arendel non avrebbe voluto trovare, ma il suo sgomento non fu causato solo dalla necessità di rimandare la partenza con Bazam per via della nuova missione.
 Arendel aveva sperato di non dover mai vedere scritto sulla pergamena un nome amico. Forse sarebbe stato più facile far sparire quella persona senza ucciderla, ma il solo pensiero di non poterlo fare lo terrorizzava. E leggendo il nome sulla pergamena tremò.

20/05/2009

L'Assassino Silente (IV)

L'assassino silente camminava cauto per i vicoli che lo avrebbero condotto in quel luogo che ormai doveva chiamare casa.
Nel silenzio della notte, il rumore di un barattolo che tintinnava sui ciottoli, spezzò il suo flusso di pensieri. Guardò le varie strade davanti a sé. Non imboccò la solita ma si diresse verso un luogo più remoto. Una vecchia costruzione abbandonata, fatta di mattoni rossi e travi di legno antico. Era stata una bellissima abitazione un tempo, quella di un valoroso guerriero.
Erano passati cinque anni da quando aveva visto l'ultima volta la sua vera casa. Ebbe nostalgia e si fermò davanti al luogo della tragedia che gli aveva cambiato la vita, e si perse nei ricordi.

***


Aprendo la porta di casa, sentì un odore diverso dal solito. Non era la fragranza delle pietanze cotte per la cena, bensì un fastidioso odore di bruciato.
Arendel si avvicinò alla grossa pentola posta sul fuoco. Il brodo era tutto evaporato e la carne stava bruciando attaccata alle pareti metalliche. La fiamma avrebbe dovuto essere spenta da diverse ore. Scostò con la spada i tizzoni e il legno ancora incandescente, quindi la fece scemare lentamente.
Uno strano silenzio regnava in casa. Il guerriero avanzò verso i gradini che portavano al piano superiore. Guardò la porta sul giardino. Era chiusa. Non v'erano segni di scasso. La mano si avvicinò all'elsa.
Gradino dopo gradino raggiunse il secondo piano. Una fioca luce di candela ondeggiava nel corridoio subito dopo le scale e sembrava provenire dalla stanza matrimoniale. D'improvviso la luce si spense. Nessun rumore e buio. Arendel cominciò a sentire il cuore battergli e rimbombare tra le mura della sua casa. Ridusse al minimo i suoni cercando di non far neppure frusciare i vestiti. Slegò il mantello e lo adagiò per sulla scala. Avanzò lento fino alla porta della stanza, quindi appoggiò le spalle al muro e si affacciò quel tanto che bastava per guardare con un occhio solo.
Poca luce filtrava dalla finestra aperta. Erano i raggi di luna che facevano scintillare qualcosa nel buio. La tenda seguiva i movimenti della brezza. Arendel entrò nella stanza, facendo attenzione a rimanere nascosto nelle ombre e a non far rumore.
La stanza non era molto grande. La vista dell'uomo si abituò velocemente al buio. Osservò ogni angolo e vide che nulla sembrava fuori posto. Ebbe un brivido nel vedere una figura umana distesa sul letto. Il petto era fermo, non sembrava respirare. Il riflesso della luna toccava qualcosa di metallico vicino al corpo. Arendel sentì un brivido lungo la schiena. La mano ferma del guerriero cominciò a tremare. Raccolse dal tavolo al centro della stanza un fiammifero e, rimanendo allerta, accese la candela. Inorridì.
Arendel sentì i suoi muscoli divenire pietra. Spalancò la bocca e fissò il letto. Una pozza di sangue imbrattava le lenzuola. Sua moglie era distesa in maniera scomposta. I polsi erano legati alla struttura del letto e gli occhi erano aperti in un'espressione di terrore. Il metallo che aveva scintillato dei raggi lunari era un pugnale conficcato sul suo petto. I capelli erano diventati rossi per il sangue e non erano più dello stesso colore dei suoi occhi, cioé quello da cui i suoi genitori le avevano dato il nome...

***


«Ambra». Arendel pronunciò il nome di sua moglie e, rivivendo queli attimi drammatici, sentì le sue gambe irrigidirsi e subito dopo rammollirsi.
Per un anno era rimasto confinato in quella casa, uscendo solo per gli allenamenti, suo unico sfogo, convinto di avere perso tutto. Ambra era morta e sua figlia Juleen era svanita. Inizialmente non si era parlato d'altro nella città di Corman e nei suoi villaggi vicini. Poi la notizia aveva perso di importanza tra le bocche dei bardi, superata dagli avvenimenti politici e dalle notizie delle guerre di assestamento tra vari domini. Infine l'evento era rimasto solo nella mente di Arendel e nessuno se ne era più occupato. Gente senza storia, senza passato. Senza presente e senza futuro, pensò Arendel fissando un ultimo istante la sua vecchia casa.
Voltò le spalle alla vecchia casa, quindi si incamminò verso la nuova. Un fiume di pensieri e di ricordi inondò la sua mente e non poté fare a meno di ripensare all'incontro che, al termine di quell'anno di isolamento, gli aveva cambiato la vita, giusto nel luogo dove si stava recando.

18/05/2009

L'Assassino Silente (III)

La voce di Dana echeggiava nelle sale vuote del tempio. La melodia non aveva bisogno di essere accompagnata da strumenti perché il canto da solo bastava a trasmettere leggiadria. La sacerdotessa stava completando gli esercizi quotidiani. Soleva fermarsi più degli altri al tempio. Era l'unica della sua congregazione a essere coinvolta anche in aspetti politici.
Occhi azzurrissimi e capelli color oro emergevano nella tenue luce prodotta da poche candele accese tra le colonne del tempio. Il canto si fermò. Passi lenti echeggiarono nella sala. Il rumore di tacchi metallici non poteva essere confuso.
«Qual buon vento porta qui Sor Bahuen, del dominio di Mytel?»
«Forse il canto della sacerdotessa di Kyrion. O forse la sua bellezza. Di sicuro qualcosa di lei che mi ha attirato in questo luogo» replicò l'uomo.
«Non ti aspettavo». Dana assunse un sorriso misto tra sorpresa e felicità.
«Hai degli impegni?»
«No». La donna si avvicinò a Bahuen, che nel frattempo aveva raggiunto l'altare rituale. «A dir la verità si. Attendo il bibliotecario. Gli ho commissionato una ricerca e mi porterà ciò che gli ho chiesto direttamente qui al tempio».
Sor Bahuen protese un braccio in avanti e avvolse il fianco della sacerdotessa. Fece attenzione a non stropicciare il delicato abito di seta bianca che essa indossava. Era la veste rituale delle dame pure, le più alte nei riti della Forte Fede. Lunga e leggera, aderente ai fianchi e larga sulle gambe, la veste copriva tutto il corpo, anche le braccia con lunghe maniche decorate di ricami.
«Sai che per il rito della sera non si porta nulla sotto la veste?»
L'uomo rimase immobile. Osservò ogni singolo movimento del viso di Dana, cercando di scrutarne i sentimenti e soprattutto le voglie.
«Il nano non ha le chiavi della porta». La donna indietreggiò lentamente, volgendosi verso l'altare e trascinando per un braccio Bahuen. Con agilità e al tempo stesso sensuale leggiadria, balzò sulla struttura di marmo e vi si sedette. Le sue braccia abbracciarono il collo del Sor e lo avvicinarono.
«Penso che perderà ancora un po' di tempo» disse Dana, parlando del bibliotecario.
«Dana, qui? Nel tempio? Questo è un atto blasfemo». Sor Bahuen parlò con poca convinzione, mentre si liberava della cintura.
«Credi ancora negli Dei... e nelle favole?»
«No».
Quella risposta decretò il silenzio nella sala. Condizione che durò per ben poco tempo.
La finestra si chiuse silenziosa. Dall'alto del corridoio sopraelevato dei passi silenziosi si confusero con i blasfemi gemiti di piacere di Dana. Come un'ombra nel buio, il predatore osservava la sua vittima. L'uomo si chinò e si concentrò. Doveva attendere. C'era una persona di troppo e non poteva permettersi di lasciare testimoni.
Arendel aveva già ucciso in battaglia, ma in quel preciso istante realizzò che stava per diventare un assassino.
Dana e Bahuen si lasciarono quando ormai la notte era inoltrata. Arendel attese che la porta fosse chiusa e le serrature bloccate dalla sacerdotessa per entrare in azione.
La donna ritornò al suo posto, depose la veste rituale nell'armadio e indossò abiti più comuni. Sedette su di una sedia di legno dietro un tavolo pieno di appunti e libri. Attendeva che il bibliotecario le portasse qualcosa. Arendel seppe di avere poco tempo per agire.
Le delicate dita di Dana sfogliavano varie pergamene. Le dita dell'altra mano reggevano una penna d'oca con la quale aggiungeva le sue note su qualcosa che sembrava uno spartito musicale.
Arendel chiuse gli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena. Rimase immobile e incapace di reagire per diverso tempo. La sua mano stringeva il pugnale affilato e appuntito, sottile pezzo di metallo che presto si sarebbe macchiato del sangue di una donna innocente. Il tremore si fece più intenso. La lama toccò una ringhiera e risuonò nel tempio.
Dana alzò lo sguardo. Osservò attorno a sé ma non vide nulla. Non fece caso più di tanto al rumore. Poteva essere un animale o semplicemente il vento. Ricominciò a scrivere. Ma quel rumore non aveva destato solo la sua attenzione, bensì aveva richiamato in un attimo tutta la freddezza di Arendel.
La mano della donna cadde sul tavolo urtando il calamaio e facendo versare l'inchiostro sulla carta. Il nero si confuse lentamente con il rosso del sangue di Dana. I due colori non si mischiarono. L'inchiostro rimase una terribile cornice della firma dell'assassino. Il pugnale era penetrato preciso sulla nuca della donna.
Dana divenne una statua di pietra con il petto poggiato sul tavolo e la testa che pendeva in avanti. Il sangue gocciolava sempre più copioso. Era morta sul colpo. Almeno non ha sofferto, si disse Arendel cominciando a realizzare ciò che aveva appena compiuto.
Arendel discese dalla balconata interna del tempio e raggiunse il cadavere. Sentì il cuore salirgli in gola. Ebbe un conato di vomito. Aveva visto mille altri cadaveri ma quello era il primo che lo faceva sentire veramente un assassino. Sollevò lentamente la mano e raccolse il pugnale. Un piccolo spruzzo di sangue fuoriuscì insieme alla lama. Ripulì l'arma con un panno quindi la infoderò.
L'uomo piegò le gambe e appoggiò le spalle al tavolo. Si portò le mani al viso e sentì le lacrime sgorgargli dagli occhi. Gli bruciavano e gli pareva che stessero sanguinando. Trattenne a stento i gemiti, e non udì la porta secondaria del tempio aprirsi.
«C'è nessuno?»
Arendel si alzò sentendo il panico crescere dentro di sé. Vide la porta sul lato del tempio chiudersi e un nano entrare con passo discreto. I loro occhi si incrociarono. Il nano spostò lentamente il suo sguardo verso il cadavere della donna e realizzò subito l'accaduto, ma non si scompose.
Bazam, il bibliotecario osservò attentamente gli occhi di Arendel e percepì le sue sensazioni.
«Che cosa hai visto?»
Arendel fece la prima domanda che gli venne in mente. Avanzò rapido verso il nano ed estrasse l'arma.
«Tu non hai ucciso quella donna». Le parole del nano suonarono in modo strano all'orecchio di Arendel che non ne colse la sottigliezza.
L'uomo aveva il volto coperto dal cappuccio e il corpo dal mantello. Pensò rapidamente a cosa fare e agì d'istinto. Non voleva uccidere un altro innocente così balzò lateralmente e con l'impugnatura colpì forte alla nuca del nano tramortendolo.
L'assassino svanì nel buio della notte, terrorizzato da ciò che era accaduto ma soprattutto da se stesso.
La vista annebbiata dalle lacrime si schiarì. Guardò il nome di sua figlia inciso sull'anello e ripensò agli strani disegni incisi sul pugnale con cui era stata uccisa sua moglie. Non appena fosse giunta la mattina sarebbe dovuto andare in biblioteca a cercarne l'origine.

 

***

 

Arendel entrò nella biblioteca. Era impregnata di uno strano fascino, come se l'antichità di quei libri riempisse l'aria. L'uomo rimase assorto nell'atmosfera del luogo e non si accorse di null'altro attorno a lui.
«Io posso aiutarti». La voce di Bazam riportò Arendel alla realtà.
«Può darsi» esordì l'uomo. «Stavo cercando...» il nano lo interruppe subito.
«La mia non era una domanda. Io so di poterti aiutare».
«Cosa vuoi dire?»
«Dana Daneir, sacerdotessa del tempio di Kyrion ormai in rovina. Infedele al suo Dio e impegnata in intrighi politici affinché possa fregiarsi di titoli e ricchezze. Nessuno si accorgerà della sua scomparsa. Ormai sono troppo pochi i sacerdoti e ancor meno i fedeli. Un fatto del genere non farebbe altro che far traballare ancora la loro posizione». Arendel rimase attonito.
«Lord Bahuen, Sor della città di Corman e aspirante al dominio di Mytel, su cui pende l'accusa di blasfemia dovuta a una fantomatica relazione con la sacerdotessa, non né parlerà perché farlo porterebbe all'attenzione di tutti questo evento e la sua posizione politica ne risentirebbe fortemente». L'uomo continuò ad ascoltare.
«Un omicidio organizzato a regola d'arte, nella sua incomprensibile semplicità. E un uomo che piange per ciò che ha fatto non ha tutta questa arguzia dei particolari. L'ho letto nei tuoi occhi, assassino silente». Il nano concluse con espressione seria e pacata. «Io posso e voglio aiutarti».
Arendel non disse nulla. Accettò quello che il nano aveva visto. Si instaurò istantaneamente un empatia tra i due. Bazam dimostrò subito di essere il genere di persona che non tollera quel genere di soprusi.
L'assassino silente, così l'aveva chiamato, seppe che poteva fidarsi.

 

***


«...questo è il motivo per cui ho deciso di aiutarti». Bazam rispose con poche parole alla domanda di Arendel, tirando fuori quei pochi elementi che gli ricordavano la sua volontà di far vincere il bene e di porre fine a inutili spargimenti di sangue.
Arendel rimase sovrappensiero per qualche istante, immerso in immagini che gli ricordavano tutte le missioni che aveva compiuto.
La gente dimentica troppo velocemente chi scompare. Anche se muore una persona ogni mese, o addirittura ogni dieci giorni, dopo una breve lamentela tutto svanisce. Questo è assurdo. Arendel strinse i pugni. Sembra quasi che il mandante sappia perfettamente come non smuovere le acque e abbia solo bisogno di un braccio esecutivo.
«Devo scoprire di più su questo Occhio di Krark», ribadì Arendel.
«Se non vuoi seguire i miei suggerimenti, perché non provi a chiedere a...» le parole gli morirono in gola.
«No. Il mercante di informazioni era la mia ultima vittima. Non posso raggiungerlo ora». L'assassino silente si fermò sull'uscio. «Partiremo domani. Grazie Bazam».
Arendel uscì dalla biblioteca facendo attenzione a non farsi notare. Aveva raccolto poche informazioni. Sarebbe tornato da Bazam per prepararsi alla partenza ma prima doveva essere sicuro di non avere altri lavori da fare.

17/05/2009

L'Assassino Silente (II)

 Le tozze dita della mano di Bazam continuavano a sfogliare le pagine di un tomo vecchio e impolverato. La tonda faccia coperta dal grigio di lunghi capelli e folta barba, faceva sembrare piccolo l'antico libro. In realtà Bazam aveva una fisionomia molto particolare. Era basso la metà di un uomo comune ma pesava quasi il doppio. Aveva mani e piedi sproporzionati e un testone tanto grosso quanto buffo. Anche se gli stessi libri della sua biblioteca lo dipingevano con il nome di nano, Bazam preferiva farsi definirsi solo uno diversamente uomo.
 
Il bibliotecario era affascinato dalla storia e dalla cultura delle persone con cui viveva e nei suoi studi aveva imparato a conoscere anche la razza dei nani in cui non riusciva proprio a identificarsi.
 
«Interessante...»
 
Il nano passava le sue giornate lavorando nella sua biblioteca e il resto del tempo lo trascorreva studiando e facendo ricerche. Nella sua vita aveva alternato lunghi periodi di viaggio ad altri di completa clausura. Era innamorato della conoscenza.
 
«No, un nano non capirebbe. Piuttosto spaccherebbe il leggio con un'ascia...»
 
Bazam era solito paragonare quello che avrebbe fatto un nano con quello che avrebbe fatto un uomo, mentre leggeva dagli archivi della storia locale. Nonostante continuasse a dire di non saper pensare come un nano, sapeva sempre dare la risposta su cosa avrebbe fatto uno della sua razza.
 
«A cosa potrà mai servire un anello magico che ti rende sordo e muto per qualche secondo appena lo tocchi? Non vedo neppure il perché debba essere catalogato», disse armeggiando con un bizzarro anello rosso tra le mani.
 
Khaled Bazam, chiamato solo Bazam da amici e clienti, non che fossero molti, era un tipo notoriamente bizzarro, un po' goffo per la sua mole, sicuramente un po' ingenuo e ogni tanto avventato, e, secondo i racconti di molti, dalla memoria corta per le cose che il suo cervello riteneva poco importanti.
 
Di sicuro Bazam era un tipo estremamente curioso e questo suo modo di essere lo aveva spesso condotto in situazioni dove la mancanza totale di paura gli aveva fatto rischiare la vita. In tanti lo credevano pazzo, pochi si fidavano ciecamente di lui, convinti che fosse illuminato dagli stessi Dei.
 
«Noooo... questo non è vero. Sono sicuro di aver letto il contrario da qualche altra parte». E sebbene continuasse a negarlo, soleva parlare da solo.
 
Bazam sollevò di scatto la testa e si guardò indietro. Gli era parso di aver sentito un rumore. Guardò in fondo al corridoio centrale della biblioteca. Le candele erano quasi tutte spente. Non vide nulla. Dalle finestre passava solo poca luce riflessa dalla luna.
 
La biblioteca non era molto grande, ma al suo interno Bazam possedeva migliaia di tomi sui più disparati argomenti, dalla storia alla magia, dalla geografia alle commedie e così via.
 
Il nano crucciò la fronte, scosse un po' il capo, quindi si chinò di nuovo sul libro che stava leggendo. Voltò pagina e fece ondeggiare un po' le gambe sospese a mezzaria. Vivendo in una città di uomini non era facile trovare sedie per la sua misura, e dopo aver rotto con il suo peso quella che si era fatto costruire apposta, non aveva più voluto perderci tempo.
 
Due candele si spensero. Bazam alzò ancora il capo e guardò indietro. Sollevò un sopracciglio in un espressione perplessa. Estrasse una piccola bottiglia da una tasca cucita sul cinturone. Stappo coi denti il tappo di sughero e lo lasciò cadere sul suo grosso palmo. Bevve un corposo sorso di un amaro di erbe, quindi richiuse la bottiglia. Discese dalla sedia.
 
«Sta cambiando il tempo... soffia il vento».
 
Bazam giunse sotto la finestra. Era a misura d'uomo. La biblioteca l'aveva ricevuta in eredità dal vecchio proprietario, un anziano uomo che non l'aveva chiusa solo perché quel giovincello che era un tempo il nano, ogni giorno stava lì a studiare. Mi fai rivivere i vecchi tempi, gli aveva detto il vecchio bibliotecario poco prima di morire e di lasciargli tutti i suoi beni. Il rapporto che Bazam aveva avuto con Norman, il precedente proprietario, era stato molto particolare perché l'uomo aveva rivissuto grazie al nano i migliori viaggi della sua vita. I due erano diventati veri amici in poco tempo. Bazam non soffrì per la morte di Norman, ma non perché non gli dispiacesse, ma semplicemente perché i libri gli avevano insegnato tante cose belle sulla morte e sapeva che l'uomo aveva vissuto tante esperienze da non dover patire prima di approdare su lidi migliori. Sebbene ne sentisse la mancanza, Bazam era riuscito ad andare avanti con allegria, solarità e la promessa che avrebbe mantenuta viva l'attività della biblioteca. Almeno finché gli fosse stato possibile.
 
Il nano provò ad allungare un braccio verso la finestra. Ci provava sempre, come se si aspettasse di essere diventato di colpo più alto. Mosse la testa con disappunto. Si guardò attorno. Prese una sedia e la pose sotto la finestra aperta. Inspirò e trattenne il respiro, in modo da lasciare più spazio alle sue corte gambe per sollevarsi. Si arrampicò con difficoltà sulla sedia. Aveva il fiatone come se avesse scalato un monte. Protese il braccio in alto e con la punta dell'indice riuscì a spingere la finestra e quindi a chiuderla. Un'altra candela si spense.
 
Il rumore di passi echeggiò tra gli scaffali. Bazam si voltò e si guardò attorno. Discese lentamente dalla sedia. L'enorme pancia sfidò la resistenza della cintura... e vinse.
 
«Dovresti usare un bastone per chiudere le finestre».
 
«Hiic!»
 
Bazam cadde per terra, inciampando sui suoi stessi calzoni. Il suono che emise fu stridente. Il nano tirò al petto le braccia tremanti con i pugni sollevati e chiusi.
 
«Bazam». Dall'ombra apparve un mantello scuro. Anche se ci fosse stata più luce il volto non sarebbe stato visibile. Ma il bibliotecario sapeva benissimo di avere dinnanzi a sé l'assassino silente.
 
«Bazam Khaled... per gli Dei, copriti». Arendel fece un passo verso la sua destra, estrasse un fiammifero e accese una candela. «Dovresti tenerne di più accese. La porta d'ingresso ne spegne molte quando qualcuno entra».
 
«Non che io aspettassi visite». Bazam rispose alzandosi goffamente e sollevando i pantaloni.
 
«Ti ho spaventato?»
 
«Tu? Nooooo. Affatto». Il bibliotecario scosse le mani e il capo. I pantaloni caddero ancora. «Mi stavi solo facendo venire un attacco di cuore!» Bazam urlò mentre con una mano si reggeva i calzoni e con l'altra puntava un dito verso l'uomo.
 
«Ben tornato ragazzo». Concluse sorridendo.
 
«Perdonami Bazam, ma sai che non voglio farmi vedere qui con te. Non voglio metterti in pericolo. E sono sicuro che se qualcuno sapesse che sono qui, lo saresti. Non mi stupirei nemmeno di vederti apparire nella mia lista». Arendel abbassò il cappuccio.
 
«Come è andato il tuo ultimo lavoro?» Bazam camminò fino al tavolo dove stava leggendo, aprì un cassetto ed estrasse un nuovo cinturone.
 
«Come speravo. L'ho mandato...» la frase rimase in sospeso. Bazam si intromise.
 
«Non voglio saperlo. Mi basta sapere che il mio vecchio cavallo abbia salvato una vita».
 
«Si. E sicuramente il suo fantino sarà più facile da trasportare», sorrise Arendel.
 
Il nano finì di sistemarsi il cinturone, quindi prese una teiera e versò del the verde in una tazza. Aprì un altro cassetto e prese un'altra tazza. Vi soffiò dentro, quindi usò la strofinò con una manica e vi versò dentro la bevanda.
 
«Bene», iniziò a sorseggiare. Arendel prese la tazza e la avvicinò al naso. Il the profumava di un aroma delizioso. Ormai l'uomo era abituato a quelle scene che ad altri sarebbero sembrate disgustose. Sorseggiò. «Ho trovato qualcosa», continuò il nano.
 
Arendel osservò il tavolo. C'erano diversi libri aperti e altri chiusi. Uno di questi aveva un particolare segnalibro: la daga d'argento con cui era stata assassinata sua moglie.
 
«Oh... scusami», Bazam chiuse rapidamente alcuni libri. «C'è un po' di confusione. Stavo leggendo libri su oggetti magici e artefatti caduti dal cielo... niente di importante». Il nano tolse di mezzo due tomi e riaprì quello in cui c'era il pugnale.
 
«Ho trovato il simbolo che cercavamo in un altro libro».
 
«Di che cosa parla?»
 
«Parla dei forgiatori di Krark», rispose seccamente il nano, prima di buttar giù un altro sorso di the. Sfogliò rapidamente un paio di pagine, quindi si fermò su di una in particolare.
 
«L'Occhio di Krark. Mi avevi già mostrato quel disegno». Arendel osservò un'immagine dipinta sulla pagina del tomo. Bazam gli aveva già mostrato quel disegno la prima volta che si erano incontrati. L'Occhio di Krark era l'unico indizio che aveva Arendel per sapere da dove provenisse l'assassino di sua moglie e, informazione ancora più importante, il suo mandante.
 
«Si ma questa volta c'è di più».
 
«Hai scoperto dove si trova la torre che mi avevi mostrato?»
 
«No», Bazam chinò il capo come fosse una sconfitta, ma lo risollevò subito assumendo un'espressione contenta. «Però ho trovato buone notizie storiche su chi sia Krark e chi siano i suoi seguaci. La torre resta ancora avvolta nel mistero della leggenda. I più famosi storici affermano che non esista e che sia solo frutto della fantasia».
 
«Non importa, dimmi cosa hai trovato», Arendel sorrise al bibliotecario e sorseggiò il the.
 
«Qui dice...», l'indice di Bazam corse lungo le righe della pagina successiva. «Krark era un condottiero. Le sue armi traevano potere magico dalla gemma che egli aveva infilato al posto del suo occhio», il nano assunse un'espressione schifata. «Sacrificò il suo occhio agli Dei in cambio della capacità di forgiare armi molto particolari».
 
«C'è altro?»
 
«Si. I forgiatori erano i seguaci di Krark, coloro che gli obbedivano ciecamente in cambio di parte del potere che egli conquistava con le sue armi». Bazam chiuse il tomo.
 
«Non capisco come ciò possa aiutarmi», Arendel si portò il volto tra le mani e si grattò gli occhi come se volesse scrollarsi di dosso la stanchezza.
 
«Nella pagina seguente uno storico fa riferimento al tomo dei quattro rintocchi, un arcano libro che si dice contenga gli incantesimi di guerra più antichi e dimenticati e all'interno del quale forse potremo trovare il segreto di Krark».
 
Arendel rimase in un silenzio riflessivo.
 
«Questo potrebbe farci capire che legame c'è tra colui che cerchi e l'Occhio di Krark».
 
«Potrebbe essere solo una coincidenza, dannazione!»
 
L'assassino silente diede un pugno sul tavolo e si alzò in piedi in uno scatto di disperazione. Bazam sentì il respiro dell'uomo farsi più pesante.
 
«Io sono sicuro che invece sei sulla pista giusta. Questo pugnale è solo il punto di partenza ma ti indica la via da seguire. Me lo dice il mio istinto». Bazan poggiò una mano sul fianco dell'uomo. Avrebbe voluto metterla sulla spalla ma non aveva modo di arrivarci.
 
«Se almeno mi dicessi come hai trovato questo pugnale o perché cerchi di raggiungere il suo possessore, forse potrei aiutarti di più».
 
Arendel rimase ancora in silenzio. Poi si voltò e si chinò sulle ginocchia.
 
«Non l'ho trovato per caso. Era piantato come firma dell'assassino di mia moglie». Tutto fu d'improvviso più chiaro per Bazam. Il nano si morse le labbra per un istante e abbassò lo sguardo. Poi sorrise e poggiò le sue mani grassocce sulle ginocchia dell'uomo.
 
«Potremmo andare insieme, in incognito alla gilda dei maghi di Sarradun, la capitale, a dare una sbirciatina ai libri proibiti... quelli tra i quali si annovera il tomo dei quattro rintocchi». Bazam scosse un po' Arendel. «Magari così mi racconterai tutta la tua storia», parlò ancora con il sorriso sulle labbra. «Finalmente», aggiunse.
 
«Meno sai della mia storia e meno sarai in pericolo, mio piccolo amico». Arendel si alzò in piedi, si sedette nuovamente con calma e riprese a sorseggiare il the. Bazam si arrampicò nuovamente sulla sua sedia e ricominciò a sfogliare i suoi libri.
 
«Troveremo qualcosa, sta tranquillo».
 
Arendel sollevò lo sguardo e fissò il nano. Un sorriso naturale gli nacque sul volto.
 
«Non sai nulla di me e di ciò che sto cercando, di quale sia il mio lavoro. Sei una brava persona», fece una pausa. «Eppure aiuti un assassino come se fosse il tuo migliore amico». Bazam sorrise di rimando con gli occhi. «Perché?»
 
Bazam discese dalla sedia e cominciò a passeggiare lungo i corridoi della biblioteca. Arendel lo seguì a breve distanza, in religioso silenzio.
 
«Perché quando ci siamo incontrati per la prima volta io non ti ho visto soltanto uccidere...»

07/05/2009

L'Assassino Silente (I)

 Il cappuccio del mantello gli occultava il volto, mentre con movimenti lenti le sue mani sbucciavano una mela, verde, dura, probabilmente acerba. Il tessuto grigio scurissimo scendeva fino a terra, libero di svolazzare leggermente ogni volta che qualcuno apriva la porta di legno della taverna.
 
L'uomo seduto al tavolo ignorava la musica attorno a sé, e con essa tutti coloro che erano andati in quel luogo per bere, divertirsi e rilassarsi. Non diede attenzione neppure alle donne, né le locandiere né le prostitute che si avvicinavano. Proseguì soltanto a tagliare con perfezione chirurgica la buccia del frutto che teneva in mano. Il movimento si fermò per qualche istante. Fissò l'anello che portava sull'indice della mano destra. Era una semplice fascetta, piccola e argentata. Su di essa era inciso un nome, Juleen. Era il nome di sua figlia. La mano si strinse attorno al coltello e tremò per qualche istante, poi tornò immobile. Tolse anche l'ultimo pezzetto della buccia e guardò la mela, ormai quasi una sfera perfettamente liscia. Incisione dopo incisione ne tagliò piccoli pezzi e cominciò a mangiarli, ignorando sempre tutti coloro che gli stavano attorno.
 
Si fece tardi, la taverna cominciò a svuotarsi. La lama del coltello era ancora umida e la mela, dopo ore, non era ancora finita. L'uomo incappucciato attese fino a che tutti gli ospiti della locanda, tranne uno, non fossero andati via.
 
La mezzanotte era passata da un pezzo e nel locale rimaneva un uomo quasi ubriaco che barcollando continuava a insistere di volere un'altra pinta. Allegro e baldanzoso per la proficua serata, l'oste dietro il bancone si rifiutò. Volse lo sguardo verso l'uomo che per tutta la sera non aveva ballato o dato retta a nessuno e che, dopo aver bevuto d'un fiato un bicchiere di vino pregiato, aveva mangiato solo una mela, “la più verde che hai” aveva detto con tono pacato.
 
Incuriosito, l'oste si avvicinò verso il tavolo. L'ubriacone approfittò dell'assenza dell'oste per versare un altro po' di birra nel suo boccale, “alla tua” urlò, prima di sedersi sullo sgabello, rivolto verso la scena che nessuno avrebbe sperato di vedere da lucido.
 
«Ehi tu», esordì l'oste, «non è tardi per stare ancora qui?»
 
«Sei tu il mercante di informazioni?» domandò l'uomo a voce bassa, con tono controllato e glaciale.
 
«Non so di che stai parlando». L'oste dipinse sul suo volto un'espressione contrita, ma palesemente falsa. Agitò le mani e rise nervosamente.
 
La testa dell'uomo si alzò leggermente. Dal cappuccio si intravedevano due occhi neri brillanti e un accenno di barba incolta copriva un viso giovane ma segnato da una profonda cicatrice orizzontale appena sotto l'occhio sinistro. L'espressione in quel volto era seria e gelida.
 
«Ehi amico...» l'oste provò a spezzare la tensione del momento «perché quella faccia?»
 
«Che faccia pensi che avresti se il tuo lavoro fosse uccidere uomini?»
 
La voce divenne quasi una terribile vibrazione che gli fece tremare persino le labbra. «Non ti rifarò la domanda un'altra volta».
 
«S...si... sono io» balbettò l'oste.
 
«Qualcuno dice che hai comprato qualcosa che non era in vendita». Il tono si fece velatamente minaccioso.
 
«Io... io...»
 
«Non hai bisogno di giustificarti. Però prima di morire potresti dirmi dove si trova l'Occhio di Krark»
 
«Non so cosa sia» disse l'oste terrorizzato.
 
«Andiamo» lo esortò «la famigerata torre nascosta. Uno che traffica con le informazioni deve averla sentita almeno una volta nella sua vita» continuò.
 
«Giuro che non so di cosa parli... ti prego non uccidermi» si guardò a destra e a sinistra. L'uomo incappucciato percepì che cercava qualcuno. Ma egli sapeva già chi.
 
«Le tue guardie personali sono impossibilitate ad agire in questo momento. Devi scusarmi ma ho bisogno di calma per fare il mio lavoro».
 
«N... non conosco l'occhio... quel posto lì» concluse deglutendo a fatica.
 
Con un balzo improvviso l'uomo incappucciato si alzò dalla sedia, roteò vistosamente il pugnale e lo accompagnò velocemente verso il fianco dell'oste. Contemporaneamente l'altra mano raggiunse la gola della vittima stringendola e bloccandogli il fiato e con esso ogni possibilità di movimento. L'oste chiuse le mani sul polso del suo carnefice ma non riuscì a liberarsi sebbene avesse una corporatura ben più robusta.
 
La lama affondò impietosa e fiotti di liquido rosso sgorgarono sporcando il pavimento. L'ubriaco vide la scena, lasciò cadere il boccale che si frantumò in mille pezzi e corse fuori urlando.


***


La mente dell'assassino volò indietro di qualche giorno, quando per l'ultima volta, dopo innumerevoli volte, aveva parlato con il suo mandante.
 
«Dovresti ringraziarmi»
 
«Per cosa? Per avere ucciso mia moglie e per avere rapito mia figlia?»
 
«Ascoltami. Tu sei uno dei migliori guerrieri di tutte le terre che conosco. Così facendo ti costringo a imparare a essere il combattente perfetto, colui che è capace di uccidere senza traccia e in ogni condizione, colui che sa sfruttare ogni occasione...». Arendel rimase ad ascoltare in silenzio. «Dovresti ringraziarmi perché io ti sto insegnando tutte queste cose».
 
«Puoi insegnarmi a essere il più grande guerriero su questa terra, ma se io sono per la pace, ucciderò solo finché mi servirà per sopravvivere». Il tono si fece sottile e la voce quasi impercettibile.
 
«Tu ucciderai finché la tua vita», fece una pausa, «e finché la sua vita, saranno legate alla mia».
 
«Sfiorala soltanto e...»
 
«Calma», lo interruppe con estrema semplicità, «non hai potere di contratto. Ora va e compi il tuo dovere, sai bene che non avrai altro modo di assicurarti che non accada nulla di brutto».
 
Arendel si voltò, srotolò la pergamena e lesse la descrizione e la locazione della sua prossima vittima. Era un semplice oste.


***


«Un testimone ti ha visto morire. Confido che tu creda nel fatto che la seconda volta non sarò un attore. Fuori dalla porta del retro c'è una sacca con dei trucchi per camuffarti. Dipingiti il volto, incollati la barba, indossa i vestiti che troverai lì a fianco e prendi il cavallo legato al palo di fronte l'uscita. Corri e vai a Nord. Lascia Teril Moonshade e vai verso le terre di Esilio. Sparisci da queste terre e crea una nuova vita laggiù».
 
Arendel allontanò il braccio dal fianco dell'uomo e tolse i brandelli del cuore di maiale che aveva usato per simulare l'omicidio. Erano apparsi come dal nulla, tanto che l'oste si era sentito morire prima ancora che la lama affondasse in quelle carni. L'uomo indietreggiò terrorizzato. Gli occhi di Arendel lo fissavano, vacui e severi allo stesso tempo. Inciampò su uno sgabello e cadde. Strisciò indietro senza mai voltare le spalle al suo potenziale carnefice. Imboccò la strada per l'uscita secondaria ed eseguì alla lettera ciò che gli era stato detto con frenetica precisione.
 
L'uomo incappucciato uscì dalla porta principale. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno ancora fosse giunto in soccorso o avesse chiamato la guardia cittadina. Svanì nel buio come se fosse tale, niente più che ombra.
 
Vagò la mente di Arendel. La schiena scivolò sulla parete fredda e umida del vicolo. Sentì la disperazione assalirlo. Voleva urlare, ma non poteva. Voleva piangere ma il suo cuore era ormai incapace di provare quella sensazione liberatoria. La mano gli tremò. Lasciò cadere il suo pugnale. Desiderava qualcosa e vedeva che ciò era sempre più difficile da raggiungere. Nel silenzio mise la testa tra le mani e si rassegnò. Ogni volta che doveva uccidere qualcuno per salvare la vita di sua figlia, egli si sentiva morire sempre di più. E si disperò perché, come già in passato, non tutte le vittime avrebbero avuto una seconda possibilità.

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