07/05/2009
L'Assassino Silente (I)
Il cappuccio del mantello gli occultava il volto, mentre con movimenti lenti le sue mani sbucciavano una mela, verde, dura, probabilmente acerba. Il tessuto grigio scurissimo scendeva fino a terra, libero di svolazzare leggermente ogni volta che qualcuno apriva la porta di legno della taverna.
L'uomo seduto al tavolo ignorava la musica attorno a sé, e con essa tutti coloro che erano andati in quel luogo per bere, divertirsi e rilassarsi. Non diede attenzione neppure alle donne, né le locandiere né le prostitute che si avvicinavano. Proseguì soltanto a tagliare con perfezione chirurgica la buccia del frutto che teneva in mano. Il movimento si fermò per qualche istante. Fissò l'anello che portava sull'indice della mano destra. Era una semplice fascetta, piccola e argentata. Su di essa era inciso un nome, Juleen. Era il nome di sua figlia. La mano si strinse attorno al coltello e tremò per qualche istante, poi tornò immobile. Tolse anche l'ultimo pezzetto della buccia e guardò la mela, ormai quasi una sfera perfettamente liscia. Incisione dopo incisione ne tagliò piccoli pezzi e cominciò a mangiarli, ignorando sempre tutti coloro che gli stavano attorno.
Si fece tardi, la taverna cominciò a svuotarsi. La lama del coltello era ancora umida e la mela, dopo ore, non era ancora finita. L'uomo incappucciato attese fino a che tutti gli ospiti della locanda, tranne uno, non fossero andati via.
La mezzanotte era passata da un pezzo e nel locale rimaneva un uomo quasi ubriaco che barcollando continuava a insistere di volere un'altra pinta. Allegro e baldanzoso per la proficua serata, l'oste dietro il bancone si rifiutò. Volse lo sguardo verso l'uomo che per tutta la sera non aveva ballato o dato retta a nessuno e che, dopo aver bevuto d'un fiato un bicchiere di vino pregiato, aveva mangiato solo una mela, “la più verde che hai” aveva detto con tono pacato.
Incuriosito, l'oste si avvicinò verso il tavolo. L'ubriacone approfittò dell'assenza dell'oste per versare un altro po' di birra nel suo boccale, “alla tua” urlò, prima di sedersi sullo sgabello, rivolto verso la scena che nessuno avrebbe sperato di vedere da lucido.
«Ehi tu», esordì l'oste, «non è tardi per stare ancora qui?»
«Sei tu il mercante di informazioni?» domandò l'uomo a voce bassa, con tono controllato e glaciale.
«Non so di che stai parlando». L'oste dipinse sul suo volto un'espressione contrita, ma palesemente falsa. Agitò le mani e rise nervosamente.
La testa dell'uomo si alzò leggermente. Dal cappuccio si intravedevano due occhi neri brillanti e un accenno di barba incolta copriva un viso giovane ma segnato da una profonda cicatrice orizzontale appena sotto l'occhio sinistro. L'espressione in quel volto era seria e gelida.
«Ehi amico...» l'oste provò a spezzare la tensione del momento «perché quella faccia?»
«Che faccia pensi che avresti se il tuo lavoro fosse uccidere uomini?»
La voce divenne quasi una terribile vibrazione che gli fece tremare persino le labbra. «Non ti rifarò la domanda un'altra volta».
«S...si... sono io» balbettò l'oste.
«Qualcuno dice che hai comprato qualcosa che non era in vendita». Il tono si fece velatamente minaccioso.
«Io... io...»
«Non hai bisogno di giustificarti. Però prima di morire potresti dirmi dove si trova l'Occhio di Krark»
«Non so cosa sia» disse l'oste terrorizzato.
«Andiamo» lo esortò «la famigerata torre nascosta. Uno che traffica con le informazioni deve averla sentita almeno una volta nella sua vita» continuò.
«Giuro che non so di cosa parli... ti prego non uccidermi» si guardò a destra e a sinistra. L'uomo incappucciato percepì che cercava qualcuno. Ma egli sapeva già chi.
«Le tue guardie personali sono impossibilitate ad agire in questo momento. Devi scusarmi ma ho bisogno di calma per fare il mio lavoro».
«N... non conosco l'occhio... quel posto lì» concluse deglutendo a fatica.
Con un balzo improvviso l'uomo incappucciato si alzò dalla sedia, roteò vistosamente il pugnale e lo accompagnò velocemente verso il fianco dell'oste. Contemporaneamente l'altra mano raggiunse la gola della vittima stringendola e bloccandogli il fiato e con esso ogni possibilità di movimento. L'oste chiuse le mani sul polso del suo carnefice ma non riuscì a liberarsi sebbene avesse una corporatura ben più robusta.
La lama affondò impietosa e fiotti di liquido rosso sgorgarono sporcando il pavimento. L'ubriaco vide la scena, lasciò cadere il boccale che si frantumò in mille pezzi e corse fuori urlando.
***
La mente dell'assassino volò indietro di qualche giorno, quando per l'ultima volta, dopo innumerevoli volte, aveva parlato con il suo mandante.
«Dovresti ringraziarmi»
«Per cosa? Per avere ucciso mia moglie e per avere rapito mia figlia?»
«Ascoltami. Tu sei uno dei migliori guerrieri di tutte le terre che conosco. Così facendo ti costringo a imparare a essere il combattente perfetto, colui che è capace di uccidere senza traccia e in ogni condizione, colui che sa sfruttare ogni occasione...». Arendel rimase ad ascoltare in silenzio. «Dovresti ringraziarmi perché io ti sto insegnando tutte queste cose».
«Puoi insegnarmi a essere il più grande guerriero su questa terra, ma se io sono per la pace, ucciderò solo finché mi servirà per sopravvivere». Il tono si fece sottile e la voce quasi impercettibile.
«Tu ucciderai finché la tua vita», fece una pausa, «e finché la sua vita, saranno legate alla mia».
«Sfiorala soltanto e...»
«Calma», lo interruppe con estrema semplicità, «non hai potere di contratto. Ora va e compi il tuo dovere, sai bene che non avrai altro modo di assicurarti che non accada nulla di brutto».
Arendel si voltò, srotolò la pergamena e lesse la descrizione e la locazione della sua prossima vittima. Era un semplice oste.
***
«Un testimone ti ha visto morire. Confido che tu creda nel fatto che la seconda volta non sarò un attore. Fuori dalla porta del retro c'è una sacca con dei trucchi per camuffarti. Dipingiti il volto, incollati la barba, indossa i vestiti che troverai lì a fianco e prendi il cavallo legato al palo di fronte l'uscita. Corri e vai a Nord. Lascia Teril Moonshade e vai verso le terre di Esilio. Sparisci da queste terre e crea una nuova vita laggiù».
Arendel allontanò il braccio dal fianco dell'uomo e tolse i brandelli del cuore di maiale che aveva usato per simulare l'omicidio. Erano apparsi come dal nulla, tanto che l'oste si era sentito morire prima ancora che la lama affondasse in quelle carni. L'uomo indietreggiò terrorizzato. Gli occhi di Arendel lo fissavano, vacui e severi allo stesso tempo. Inciampò su uno sgabello e cadde. Strisciò indietro senza mai voltare le spalle al suo potenziale carnefice. Imboccò la strada per l'uscita secondaria ed eseguì alla lettera ciò che gli era stato detto con frenetica precisione.
L'uomo incappucciato uscì dalla porta principale. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno ancora fosse giunto in soccorso o avesse chiamato la guardia cittadina. Svanì nel buio come se fosse tale, niente più che ombra.
Vagò la mente di Arendel. La schiena scivolò sulla parete fredda e umida del vicolo. Sentì la disperazione assalirlo. Voleva urlare, ma non poteva. Voleva piangere ma il suo cuore era ormai incapace di provare quella sensazione liberatoria. La mano gli tremò. Lasciò cadere il suo pugnale. Desiderava qualcosa e vedeva che ciò era sempre più difficile da raggiungere. Nel silenzio mise la testa tra le mani e si rassegnò. Ogni volta che doveva uccidere qualcuno per salvare la vita di sua figlia, egli si sentiva morire sempre di più. E si disperò perché, come già in passato, non tutte le vittime avrebbero avuto una seconda possibilità.
22:14 Scritto da: immortalbard in L'Assassino Silente | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: racconto, romanzo, fantasy, assassino, silente, saifel, bardo, immortale, arendel | OKNOtizie |
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