29/04/2009

Il Viaggio della Donna Guerriero (V)

Ali sbiadite volteggiavano in un cielo azzurrissimo. Le nubi parevano fatte di piume eppure l'aria era triste e si respirava dolore e sofferenza. Heléna si sentì cadere. Aprì gli occhi d'improvviso. Giaceva su qualcosa di soffice come bambagia e a stento riusciva a muovere la testa. Il corpo le pareva immobile e per quanto si sforzasse di alzare le braccia non si mosse di un centimetro. Sentì degli occhi poggiare lo sguardo su di lei. Si sentiva osservata. La sensazione crebbe a dismisura. Heléna provò a urlare ma solo un lieve gemito uscì dalla sua bocca.
Una creatura apparve dal nulla. Sembrava una donna ma sue erano le ali che aveva visto pochi istanti prima. Tutto il mondo attorno era irreale eppure le sembrava di aver già visto qualcosa di simile, come fosse un misto tra il suo mondo onirico e la realtà di molti anni prima. Come fosse l'ombra di anni che la sua mente aveva dimenticato perché vissuti quando era ancora troppo giovane per poterli comprendere.
«Il martello è Antozh, e tu ne sei la custode».
Heléna udì la voce rimbombarle nella testa. Era soave e dolce ma al tempo stesso le riempiva di dolore il cranio. La creatura parlò ancora, ripetendo le stesse parole, e poi ancora e ancora. Heléna non riuscì a muovere le braccia, era inerme di fronte a quella donna alata, bellissima ma che le infondeva uno strano timore reverenziale. Non riuscì a parlare, non poteva gridare. Chiuse gli occhi e urlò nella mente. Tutto il mondo attorno prese a girare ma adesso v'era solo uno strano ronzio che le occludeva le orecchie. Il fastidioso rumore svanì lentamente lasciando posto a una delicata melodia che si interruppe nell'esatto istante in cui Heléna aprì gli occhi. Era nella sua tenda.
«Era solo un sogno». Heléna scoppiò quasi in una risata isterica prima di cascare giù dalla branda, impaurita da una presenza vicino a lei.
«Buongiorno Heléna, stai meglio? Sei stata inquieta per tutta la notte». La voce di Xander la tranquillizzò. «Devo scoprire chi è riuscito a calmarti con le sue melodie fuori dalla tenda. Qualcuno dei soldati ha suonato per te tutta la notte». Il comandante sorrise alla ragazza.
«Sei... rimasto qui tutta la notte?»
«Si». Xander rispose con un leggero sorriso e lo sguardo di chi non ha chiuso occhio per tutta la giornata. «Come va adesso? Sono finiti gli effetti del vino?»
«Mi gira un po' la testa... ti prego... non voglio che mi vedi in questo stato» improvvisamente lampi della sera appena trascorsa tornarono alla mente di Heléna e il rossore dell'imbarazzo le coprì il volto.
«Ieri sera io... tu... Xander...»
«Ieri sera non è accaduto nulla di importante. Eri ubriaca e ti sei sentita male. Ti ho accompagnata qui e ho vegliato su di te». Il sorriso di Xander fu disarmante.
«Si... capitano». Heléna sentì tornare il legame formale che c'era tra lei e Xander, il comandante della sua unità di soldati.
«Adesso datti una rinfrescata e rimettiti in sesto». L'uomo si alzò in piedi e lanciò un panno umido e fresco verso la ragazza. Heléna lo afferrò al volo, dimostrando prontezza di riflessi anche in uno stato non ottimale.
Xander uscì dalla tenda e si diresse verso il cortile. Guardò attorno a sé e vide che nessuno dei musici si trovava nei paraggi. Eppure la musica è finita pochi minuti fa, pensò. Cercò con attenzione, incuriosito da chi dei suoi uomini avesse potuto fare qualcosa del genere, ma non trovò nessuno.
A poca distanza di cammino, piedi feriti e sanguinanti si trascinavano sul terreno, ricoperti di piaghe. Le corde dello strumento vibravano ancora ma all'uomo incappucciato, ormai giunto lontano dall'accampamento, mancavano le forze per creare ancora altre melodie. E ancora una piaga si aprì sulla sua pelle.



***

 

Xander aveva lasciato una tinozza d'acqua fresca poggiata sul tavolo. Heléna si sciacquò il viso. Passò le mani sul volto. Teneva gli occhi chiusi mentre l'acqua le rinfrescava le guance e la fronte. Si asciugò con il panno che le aveva lanciato il suo comandante. Aprì gli occhi e inspirò profondamente. Vide la spada di Albert poggiata con cura sul tavolo. Ricordò la sfuriata della sera precedente. Si avvicinò lentamente al bordo del tavolo con lo sguardo fisso sulla spada. Protese la mano destra e sfiorò l'elsa. Alzò la testa e guardò in alto. Sentì che il dolore era passato, seppur forse solo temporaneamente.
La mente di Heléna corse di nuovo alla sera precedente. Si sentì stupida e provò un terribile senso di imbarazzo, tuttavia provò anche gratitudine verso Xander, suo capitano ma soprattutto suo amico, che l'aveva aiutata a superare quella difficile sera. Raccontargli ciò che era successo sarebbe stato il minimo per ringraziarlo. Indossò il mantello sopra i soliti abiti che metteva sotto l'armatura e uscì dalla tenda.
«Capitano, il Signore di Pietra non è morto».
All'udire quelle parole, Heléna si bloccò. Rimase fuori dalla tenda, a origliare, come se non avesse il permesso di entrare.
«L'abbiamo visto vicino alle porte del suo palazzo, dove è crollato il muro, abbiamo udito le sue grida mentre si proclamava invincibile e nuovo sovrano di queste terre». La voce del soldato si fece preoccupata.
Xander parve più stupito che preoccupato. «Nonostante i suoi soldati siano tutti morti o dispersi?»
«Si». La risposta del soldato fu secca. «Ma è solo... possiamo catturarlo».
«Avete perlustrato la zona? Se possiamo essere certi che sia solo e che sia un atto di follia, allora manderemo una squadriglia, ma non spedirò nessuno senza cognizione di causa contro colui che ha disseminato morte e distruzione su una moltitudine di terre». Xander parlò con il suo tipico tono rassicurante. Lo stupore iniziale aveva lasciato immediatamente spazio al comandante capace di guidare con fermezza i suoi uomini in battaglia.
«Lo abbiamo visto da solo... era armato solo di un martello». Heléna sentì un brivido congelarla.
«Non possiamo rischiare». Xander fu deciso.
«Manderò subito una squadra di esploratori». Il soldato non obbiettò oltre e si avvicinò all'uscita della tenda. Heléna si nascose, come cercasse ancora tempo per riflettere su ciò che aveva ascoltato.
«Molto bene. Attenderò queste notizie, intanto allerta solo gli uomini pronti a combattere... ma fallo con discrezione». Xander diede gli ordini con calma, cercando di non infondere inutili allarmismi tra i suoi soldati.
«Sarà fatto capitano».
Heléna fece qualche passo veloce per allontanarsi dalla tenda e non essere vista dal soldato. Tornò rapidamente nella sua tenda. Lasciò cadere il mantello e si poggiò sul tavolo. Il respiro divenne affannoso. Sentì come una lama lacerarle il petto. Il Signore di Pietra era ancora vivo e brandiva Antozh, il suo martello.
La mano si mosse lenta, tremando, sulla superficie del tavolo. Le unghia graffiarono il legno. Le dita sfiorarono l'elsa della spada. Il pugno si chiuse sul freddo metallo. L'altra mano scivolò sulla lama e il dito indice ne saggiò il filo. Un lieve gemito di dolore la fece sussultare e un piccolo rivolo di sangue le macchiò la pelle in superficie. Era un piccolo taglio che però le ricordava quello con cui Albert, molti anni prima, aveva bagnato di sangue la stessa spada.

 

***

 

«Cosa hai fatto alla mano?»
«Nulla». Albert passò vicino a Heléna nascondendo la mano sinistra ma lasciando dietro di sé una scia di sangue.
«Albert...» La ragazza corse dietro di lui e lo raggiunse. «Cosa hai fatto alla mano? Sanguini». Heléna vide un profondo taglio sul palmo e sulle dita ma notò anche qualcos'altro che la fece sorridere.
«Quella è la spada di Larke».
«Si... è lei». Sul volto di Albert apparve un sorriso, spezzato solo da una lieve smorfia di dolore.
Proseguirono verso l'infermeria. Heléna camminò accanto ad Albert. L'espressione era mista tra agitazione ed eccitazione. La copiosa perdita di sangue dell'uomo la preoccupava ma al tempo stesso la spada di uno dei più valorosi guerrieri, stretta dalle mani di Albert la esaltava perché ciò poteva significare solo due cose: o Albert aveva sconfitto Larke in un duello oppure tale duello sarebbe arrivato presto a causa del furto.
Heléna entrò di soppiatto nella tenda, curandosi che nessuno li vedesse, quindi fece spazio ad Albert. Prese delle bende e dopo aver lavato la ferita con l'acqua corrente di una piccola sorgente, fasciò la mano dell'uomo.
«Perché hai la spada di uno dei guerrieri più abili di tutte le unità?»
Albert si morse il labbro inferiore. Heléna accennò un sorriso e assunse uno sguardo curioso.
«Se te lo dico prometti di non rivelarlo a nessuno?»
«Sai che so mantenere i segreti».
Heléna sentì una strana sensazione avvolgerla, come se un fuoco la stesse coinvolgendo inspiegabilmente nella sua calda danza. Percepiva lo stato emozionale di Albert e sentiva che aveva fatto qualcosa di bizzarro. La curiosità, il sollievo successivo alla preoccupazione per la ferita e il respiro concitato di Albert erano avvolti dal mistero di quell'avvenimento. Heléna si sentì impaziente di conoscere tutti i dettagli dell'accaduto, voleva sapere se egli avesse compiuto qualcosa di illecito, se avesse osato fare qualcosa che il resto del loro mondo non avrebbe condiviso. Sarebbe stato quel qualcosa che fino a quel momento le era mancato.
«Dunque chiedo la tua parola». Albert le poggiò la mano sana su una spalla e le sorrise guardandola negli occhi. Heléna si limitò ad annuire.
«Ormai sono settimane che Larke mi addestra», Heléna lo guardò stupita, «mi sta insegnando tutti i suoi trucchi e mi sta facendo crescere con la sua esperienza». Albert non smise di sorridere neppure mentre parlava.
«Mi aveva promesso che il giorno in cui io fossi riuscito a colpirlo al volto in duello, mi avrebbe dato la sua spada, quella che ha visto il sangue di molte altre battaglie». Heléna assunse un'espressione ancora più preoccupata e al tempo stesso più eccitata.
«Un duello?»
«Si, un duello».
«Ma le regole dell'unità...» Heléna non finì la frase.
«L'ho fatta in barba alle regole... per una volta. L'ho fatto per qualcosa che amo... l'ho fatto perché era importante». Heléna non interpretò le parole di Albert allo stesso modo in cui egli intendeva.
«Questa notte ci siamo battuti. Ho combattuto meglio delle altre volte ma Larke mi ha disarmato lo stesso. Quando stava per finirmi...» Albert fece una pausa e simulò alcuni movimenti, «ho sfruttato la sua ingenua ed eccessiva sicurezza, ho schivato e deviato la sua spada con la mano».
«Sei pazzo... avresti potuto perdere le dita... o peggio». Heléna interruppe il racconto di Albert. Poi lo lasciò continuare.
«Sapevo ciò che stavo facendo». Albert non esitò a controbattere, facendosi serio per un attimo. «Ho fermato la corsa della sua lama con la mia mano e non ho esitato a sfidare il suo elmo. Ho serrato il pugno e ho colpito forte. Non se lo aspettava». Albert concluse il suo racconto con aria soddisfatta.
«E così... Larke rimarrà senza la sua fidata spada, quella che lui dice avergli salvato la vita in più di un'occasione?»
«In realtà questa è solo una delle tante che ha usato e, a quanto mi ha detto dopo il duello, non è nemmeno la sua preferita... ma per me è stato ugualmente importantissimo... lo ammiro davvero, ho tanto da imparare da lui... è onesto e mi dice sempre le cose come stanno... e soprattutto mantiene sempre la sua parola. Questa spada per me vale una vita intera».
Le parole di Albert risuonarono come quelle di chi ha trovato la via da seguire. Ciò sembrò strano a Heléna, anche se l'esaltazione del momento riprese presto il sopravvento: Albert aveva osato trasgredire, abbassare la cortina che lo difendeva dall'essere qualcosa di diverso dal perfetto guerriero, sempre impeccabile e ammirevole in ogni gesto. Per una volta aveva lasciato i suoi ostentati buoni propositi e aveva mostrato qualcosa di veramente profondo del suo animo. Heléna glielo lesse negli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena e al tempo stesso un fuoco dentro.
C'era confidenza tra i due. C'era intesa e intimità tra loro. Heléna si avvicinò ad Albert, poggiò le mani sulle sue ginocchia e si protese in avanti, sfiorandolo fronte contro fronte.
«Le regole dell'unità...»
«So cosa dicono le regole». Albert provò di nuovo a fermare Heléna ma stavolta fu la ragazza a controbattere.
«Le regole dell'unità dicono che due soldati non devono avere preferenza di armi o compagni, niente sentimenti, niente emozioni...» Heléna lasciò la frase in sospeso. Albert deglutì in silenzio. Anche l'uomo sentì un fuoco bruciargli dentro all'udire la voce provocante della donna.
«Stanotte non è forse la notte in cui le regole non esistono?»
Heléna poggiò le sue labbra umide su quelle di Albert. Gli occhi si chiusero, le braccia avvolsero i corpi, e con esse anche le loro lingue danzarono in un abbraccio appassionato. Fu una lunga notte, che mai sarebbe tornata.
E da fuori la tenda, Larke sogghignava e sentiva che le sue strategie, pian piano assumevano la forma che egli desiderava.

 

***

 

«Capitano, gli esploratori sono tornati». Il soldato entrò nella tenda di Xander con passo veloce e senza preavviso.
«Che notizie portano?»
«Altri soldati... portano il blasone del Signore di Pietra. Arriveranno da sud e da ovest». Il guerriero riprese fiato mentre Xander assumeva un'espressione riflessiva.
«Quanti sono?»
Il comandante dell'unità rimase calmo. Le sue domande erano secche e concise. Xander si alzò in piedi e si avvicinò al tavolo dove la cartina del campo di battaglia era ancora poggiata dall'ultima battaglia.
«Circa duecento». La voce del soldato riprese lo stupore che egli aveva provato nel vedere quel contingente di guerrieri. Percependo la preoccupazione del suo capitano, il soldato lo anticipò.
«Arriveranno tra poche ore, sembrano dirigersi verso le porte del forte per rinforzare le difese e prepararsi al contrattacco».
Xander poggiò le mani sul tavolo e chinò il capo. Cominciò a pensare alla strategia da adottare. Avrebbe dovuto richiamare i soldati che erano stati congedati il giorno stesso della vittoria, avrebbe dovuto mandare messaggeri. Solo per un attimo, perse la calma che lo contraddistingueva. Provò smarrimento e paura nell'ipotizzare un'azione rapida diretta al Signore di Pietra prima che le sue truppe arrivassero. E se fosse un suo sporco trucco?
«Capitano?» Il soldato si avvicinò a Xander per ricordargli quanto fosse importante prendere una decisione subito.
«Manda due messaggeri alle unità che sono partite ieri pomeriggio. Che partano scarichi di ogni cosa superflua affinché li raggiungano entro sera, prepara i fuochi di segnalazione per delineare la nostra posizione di difesa, allerta tutti i soldati e fa' in modo che chi soffre dei postumi della festa venga curato al meglio dai medici e dagli infermieri». Xander incalzò il soldato con ordini veloci, sempre più decisi.
«E il Signore di Pietra? Gli esploratori hanno riferito di averlo visto ancora nello stesso posto, solo, come se attendesse qualcosa». Il guerriero fece la sua domanda ma dovette attendere la risposta per qualche istante.
«Potrebbe essere un inganno. Abbiamo troppi pochi uomini per rischiare, piuttosto dobbiamo prepararci al meglio come se avessimo perso la battaglia di ieri. Siamo di meno e spossati. I nemici che giungono sono freschi e pronti a combattere. Non possiamo permetterci errori».
«E le loro armature?»
«Sono guerrieri normali e sono mortali! Heléna ve lo ha dimostrato. Combatteremo e li tratteremo come tali, che sia ben chiaro a tutti i soldati. Ora va e prepara tutto. Tra dieci giri di clessidra voglio radunati tutti i capi squadriglia nel cortile principale. Che ciascuno prepari i suoi uomini».
Il comandante concluse con viso serio ma tranquillo. La sua voce infuse fiducia nel suo sottoposto ed egli confidò nel fatto che il soldato avrebbe saputo fare lo stesso con tutti gli altri uomini.
Xander attese di rimanere solo, prima di sedersi e rendersi conto che gli tremavano le mani. La gioia di una vittoria così inaspettata e successiva a interminabili sconfitte lo aveva scombussolato. Inspirò profondamente. Con movimenti lenti, mantenendo lo sguardo fisso sull'ingresso della tenda, vestì la sua armatura, impugnò la spada e la sollevò davanti a sé. La fissò per qualche istante. Non era neppure lucida come appena prima di una battaglia. Scosse il capo e la infilò nel fodero. Pensò a Heléna. Sapeva che questa storia l'aveva toccata più profondamente di quanto chiunque potesse immaginare. Voleva darle tutto il supporto per prepararsi. Uscì dalla tenda, si fermò un momento e lanciò un'occhiata verso il cortile. I suoi soldati si stavano radunando. Camminò verso la tenda della donna, si fermò appena fuori e provò a chiamarla con tono calmo. Non ricevette risposta.
«Heléna, posso entrare?»
Silenzio.
«Heléna, devo parlarti di una cosa importante», attese ancora qualche istante ma non sentendo la donna rispondere continuò ed entrò.
«Si tratta del Signore di Pietra...» la frase rimase in sospeso. L'armatura di Heléna mancava. Soltanto l'elmo giaceva per terra vicino al tappeto. Il baule era chiuso con il lucchetto, cosa che Heléna soleva fare solo quando andava in battaglia o si allontanava dalla sua casa per più di un giorno.
Xander cercò le armi di Heléna. Quelle secondarie erano tutte al loro posto, nell'armadio, mentre non cercò neppure il martello dato che il giorno prima l'aveva vista rientrare vittoriosa ma senza la sua arma, e non aveva osato chiederle che fine avesse fatto.
«Dove sei andata Heléna? Disarmata...» Xander realizzò che Heléna era già corsa incontro al Signore di Pietra. Ebbe un lampo e ripensò alla sera precedente. Guardò il tavolo. La spada che la donna teneva tra le mani quando era tornata all'accampamento, non c'era più.
«No. Armata».


Continua...

28/04/2009

Il Viaggio della Donna Guerriero (IV)

Le parve quasi che tremasse la terra sotto di lei. Heléna percepì l'aria farsi stranamente secca. Aveva voglia di urlare, voglia di piangere e di abbandonarsi alla pioggia. Poche gocce avevano cominciato a bagnarle il viso. Sembrava quasi che gli Dei stessero piangendo i tanti morti e volessero lavare con le loro lacrime le colpe degli uomini. Ma dentro di sé Heléna sapeva che gli Dei non si curavano degli esseri mortali, né della loro felicità.
Perché dovrebbero piangere la morte di uomini che trapasseranno diventando loro fedeli sudditi nei regni immortali? Perché dovrebbero pensare a noi e alla nostra gioia, quando lasciano che una bambina perda tutto e debba combattere contro il suo passato? Ho sconfitto il fantasma di colui che m'ha abbandonato a una vita che non volevo, ho distrutto il muro di un amore impossibile... e per farlo ho perso tutto... anche me stessa.
Heléna riprese a camminare, tanto più lentamente quanto più si faceva vicino l'accampamento. Rifletteva sull'incontro fatto poco prima. Era stato così bizzarro eppure al tempo stesso l'aveva impressionata.
Xander le corse incontro. Si fermò dinnanzi a lei e la fissò in volto, sebbene ella tenesse lo sguardo rivolto al terreno.
«Abbiamo vinto». Il comandante le sorrise. Il suo tono era trattenuto. L'uomo avrebbe voluto urlarle la gioia che aveva in corpo, abbracciarla e dimostrarle tutta la gratitudine per una battaglia condotta da cocciuti, impavidi e sconsiderati gesti di una donna.
«Si».
«Tutto qui? Abbiamo sconfitto il Signore di Pietra e costretto i suoi soldati alla ritirata... Heléna...» Xander intuì che la ragazza non era seria per le ferite, ma provò a scuoterla un po'.
«Devi andare in infermeria e prepararti per festeggiare, stasera è la tua sera e non puoi deludere tutti i tuoi compagni». Xander poggiò le sue mani sulle spalle di Heléna, rivolgendole un tocco quasi paterno. Il suo tono divenne dolce, come se volesse invitarla a lasciar uscire da lei ciò che le ottenebrava la mente.
«Lo farò. Non deluderò nessuno». Heléna alzò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi, le guance ancora sporche di sangue e polvere. I suoi occhi neri continuavano a splendere nel buio, ai riflessi del fuoco.
La pioggia si fece più intensa. Xander tolse il mantello e avvolse con esso le spalle della ragazza. Heléna ringraziò gli Dei perché le lacrime del cielo nascosero le sue.
«Voglio vederti nel cortile a festeggiare stanotte». Il comandante tornò marziale per un istante, parlando come se le stesse dando un ordine. Heléna sapeva che era solo un modo per cercare di aiutarla a superare quel momento. Apprezzava le capacità di comando di Xander e lo ammirava molto, ma in quell'istante tutto ciò che desiderava era restare sola.
Heléna rientrò nella sua tenda. Gemendo per il dolore, svestì l'armatura. Sciolse i lunghi capelli lisci e neri, liberò il suo petto a profondi respiri. Raccolse un panno di stoffa e cominciò ad asciugarsi il viso. Il suo sguardo si posò sulla spada poggiata sul tavolo. Il bagliore del fuoco sul cortile dell'accampamento e le candele all'interno della tenda sembravano disegnare strani colori sulla lama di Albert. Rimase a fissarla per lunghi attimi. Poi repentinamente la raccolse e la scagliò lontano.
«Non ti voglio più vedere!»
La spada volò dal tavolo, rimbalzò sulla tela del tendone e terminò il suo volo a terra, rumorosamente. Heléna scoppiò in un pianto disperato, inginocchiata con il viso e le mani appoggiate sul tavolo.
«Deve esserle successo qualcosa, ma finché non sarà lei a parlarne nessuno dovrà chiederle niente. Fate in modo che stasera non pensi alla guerra». Xander fece le sue raccomandazioni a uno dei soldati, quindi rimase qualche istante a guardare la sagoma della donna in controluce.
«Cosa ti è successo, ragazza mia?»
Xander si avvicinò all'ingresso della tenda. Accostò il telo con il fodero della spada e non guardò dentro.
«Tutti gli infermieri sono occupati... sei presentabile?»
«Ehm... si» Heléna si alzò in piedi e cercò di nascondere i suoi singhiozzi all'udito e le sue lacrime alla vista. Xander entrò. Aveva in mano garze e disinfettanti, filo per sutura e vari medicinali.
«In realtà non ho voluto disturbare gli infermieri che hanno lavorato tutto il giorno e ora sono già in cortile a festeggiare», Xander sorrise a Heléna avvicinandosi un po'.
Heléna sorrise di rimando, asciugandosi ancora gli occhi con il panno che stringeva tra le mani.
«Tutto bene?»
«Si». Heléna rispose con poca convinzione.
«Posso aiutarti a fasciare le ferite?»
«Faccio io». Xander sapeva che non gli avrebbe permesso di aiutarla. Heléna non amava mostrarsi debole, e farsi curare le ferite dal proprio comandante per lei significava proprio debolezza.
La ragazza prese la sacca dalle mani di Xander e cominciò ad armeggiare con garze e disinfettanti.
Senza curarsi della presenza di Xander, Heléna cominciò a spogliarsi, voltandosi verso il giaciglio. Scoprì una spalla. Aveva il petto parzialmente nudo ma Xander non poteva vederlo. Heléna era bellissima e in molti avrebbero giurato che nessun uomo potesse avere il coraggio di dire il contrario. Il corpo era sinuoso e scolpito dagli anni di allenamento, eppure femminile e aggraziato.
Heléna trattenne qualche lieve gemito. Le sembrava che le erbe e le miscele medicinali le bruciassero la carne viva. Seguì i tagli sul corpo, sulle gambe e sulle braccia. Percorse una lacerazione profonda che sanguinava ancora un po' lungo la schiena. Provò a medicare la ferita ma non riuscì a raggiungere quei punti del suo corpo. Guardò indietro verso Xander. Si morse le labbra un po' imbarazzata.
«Però non guardare...»
Sorrise leggermente, sapendo che senza l'aiuto di un'altra persona la schiena avrebbe continuato a sanguinarle.
«Non lo farò».
Xander rispose al sorriso.
Con gesti lenti e gentili, lontani dalla rudezza di un guerriero, l'uomo prese gli impacchi e i panni e cominciò a lavarle il sangue raggrumato sulla schiena. Heléna strinse i denti per trattenere il dolore mentre con le mani si teneva l'abito e i capelli.
«I tuoi compagni ti stanno aspettando per festeggiare»
«Lo so». Heléna rispose con tono mesto.
«Ti va di parlare di ciò che ti turba?»
«No». La risposta fu secca. La donna lasciò cadere i capelli e tirò su l'abito. Si voltò verso Xander e sembrò chiedergli silenzio con lo sguardo.
«Va bene, ma voglio che stasera ti goda la vittoria e qualunque cosa ti stia turbando svanisca dalla tua mente... sia pure solo per adesso. Quando vorrai... sappi che io ci sarò». Xander cercò di rassicurarla con lo sguardo, le carezzò la spalla e poggiò le garze sul tavolo. Notò la spada per terra, i segni del tavolo sul terreno e lo squarcio sulla tenda. Capì che qualcosa affliggeva Heléna e non era cosa da poco, ma in quel momento ciò che era meglio per tutti era lasciarla sfogare da sola. Xander uscì dalla tenda senza dire altro, quindi si allontanò, andando verso il cortile.
Heléna sedette su uno sgabello, gambe larghe, gomiti sulle ginocchia e viso tra le mani. Passò più e più volte le dita sugli occhi, sulla bocca e i palmi sulle guance, come volesse lavare dalla sua faccia i segni della battaglia. Alzò lo sguardo e fissò per qualche istante la spada di Albert che giaceva come un cadavere al suolo. Poi i suoi occhi neri si spostarono su un baule al cui interno aveva conservato quelle cose che non tirava fuori spesso. Si alzò e lentamente si avvicinò a esso. Girò la chiave e le parve quasi di dischiudere un mondo nuovo. Tra vecchi oggetti vide un abito molto bello. Era verde scuro, lungo e molto femminile. Era un regalo di Albert. Non l'aveva mai usato. Era nuovo, elegante ma al tempo stesso sobrio e semplice. Pochi merletti e qualche decorazione ricamata, nulla di più. Provò un brivido sfiorando la stoffa un po' impolverata. Titubò nel tirarlo fuori dal baule. Una lacrima, stavolta non di disperazione, le scivolò sul viso.
La sera della vittoria contro il Signore di Pietra, la notte in cui aveva incontrato di nuovo Albert, sarebbe stata una notte diversa. Quella notte avrebbe visto la donna Heléna, non la guerriera. Non un solo segno delle battaglie o delle armi sarebbe rimasto nella sua mente. L'unica memoria del passato sarebbe stato l'abito che era il vivido ricordo di un amore mai rivelato.
Heléna uscì dalla tenda. L'abito le stava un po' stretto. Slegò qualche laccio, inspirò profondamente e con passo più fiero e un sorriso sulle labbra, forse un po' forzato ma necessario, si avviò verso il luogo ove i suoi compagni stavano già festeggiando da quasi un'ora.
Xander la vide spuntare dal buio. La luce ondeggiante dei braceri al centro del cortile le illuminò il volto di rosso. Ci fu un attimo di silenzio. In molti non la riconobbero. I musici fecero scemare la musica.
Heléna si guardò attorno mentre avanzava, avvicinandosi al suo comandante.
«Un calice di vino, Heléna?»
Lo stupore si dipinse sul volto di molti soldati. Altri sorrisero, alcuni la fissarono come se la stessero vedendo per la prima volta.
«Allora? La musica?»
Xander sorrise ancora e gridò gioioso incitando tutti a riprendere i festeggiamenti. Gli strumenti ricominciarono a produrre le loro melodie festose e gli uomini a ballare e brindare.
«Sono contento di vederti qui». Xander accarezzò vigorosamente la spalla scoperta di Heléna. «Ti sta molto bene questo vestito».
«Grazie comandante»
«Xander... ti prego, oggi sono solo un amico» la corresse. L'uomo le porse una coppa ricolma di vino rosso, profumato e corposo.
«Grazie Xander» Heléna accettò il vino e si rasserenò.
La donna rigida e sempre in ordine, abile guerriero prima di qualunque altra cosa, si trovò a ridere e scherzare, bere e mangiare in compagnia degli altri soldati. Heléna quasi non riconobbe se stessa. Bevve vino e altri liquori, rise e dimenticò per qualche istante tutto ciò a cui aveva pensato fino a poche ore prima. La mezzanotte passò, accompagnata dalla luna, sfondo di un cielo che si era anch'esso rasserenato dalle piogge del pomeriggio.
Erano rimasti in pochi nel cortile, ma ancora la musica risuonava nella valle. Le ballate erano canzoni popolari e si danzava in gruppo scambiandosi di compagno a ogni giro. Heléna guardò Xander che se ne stava vicino ai tavoli a sorseggiare ancora qualche calice. Lo invitò a unirsi al gruppo. Xander non voleva lasciarsi andare troppo, dato il suo ruolo in quell'accampamento ma, considerata la vittoria ed essendo rimasti solo in pochi e probabilmente abbastanza ubriachi da non ricordare nulla, si lasciò trascinare.
Proprio nell'istante in cui Heléna giunse tra le braccia di Xander la musica cambiò. Iniziò una melodia tranquilla che da tradizione segnava la chiusura dei festeggiamenti.
Heléna si strinse ai fianchi dell'uomo. Aveva gli occhi un po' arrossati e lo sguardo spento, odorava di vino, forse ne aveva bevuto troppo, ma nonostante tutto era bellissima. Il rito di chiusura prevedeva che durante l'ultima canzone, a uno a uno, tutti coloro che stavano festeggiando e suonando uno strumento, si staccassero dalla danza gradualmente, come se l'inno agli Dei scemasse con grazia e non repentinamente.
«Va tutto bene?»
Xander continuò ad accompagnare i movimenti di Heléna, sensuali e sinuosi come mai prima di quel momento. Percepiva il suo malessere.
«S... si...». Heléna rispose fermandosi. Fissò negli occhi per qualche istante Xander, quindi ebbe un mancamento. Xander la sorresse. Fece forza sulle braccia e la trascinò fuori dal cortile. La musica scomparve lentamente alle loro spalle, mentre si allontanavano. Giunsero vicino alla tenda di Heléna, il luogo che era diventato la sua casa da quando era iniziata la guerra.
«Resterò qui finché sarà necessario...» Xander sostenne ancora Heléna. La donna si piegò leggermente in avanti, tossì e subito dopo vomitò. E credo che sarà per un bel po' di tempo, pensò Xander mentre cercava di aiutare Heléna a non sporcarsi e a non cadere.
Xander fece sedere Heléna su di una cassa e le fece appoggiare la testa su un sacco di tela pieno. «Sta qui, ferma. Andrò a prendere un po' d'acqua».
Usando un panno inumidito, Xander si prese cura della donna, pulendole il volto e cercando di rinfrescarla. Heléna barcollava ancora e non stava bene, tuttavia il malessere si era attenuato. Rimase seduta, accasciata su di un lato, con la testa appoggiata sul sacco di ortaggi.
«Perché hai messo sempre ogni cosa davanti a me?»
Xander, seduto accanto a Heléna, si voltò a guardarla e assunse un'espressione incuriosita. «Che vuoi dire?»
«Perché tutto il resto è sempre stato più importante di me? La spada, gli amici, i soldati, la guerra... perché?»
«Heléna ma di che cosa stai parlando? Tu sei sempre stata molto importante per me». Xander non capì cosa ella volesse dire.
«Non dire stupidaggini...» Heléna si alzò di scatto, barcollando e dando le spalle a Xander. «Non sono mai stata veramente importante per te...», ondeggiò ancora. Cadde all'indietro ma Xander fu pronto a prenderla e a tenerla in piedi. La schiena di Heléna si lasciò coccolare dal petto di Xander. Le braccia forti dell'uomo la sorreggevano da sotto le spalle.
«Sei sempre troppo occupato con te stesso per accorgerti di me... ma non è questo quello che mi dicevi». Xander rimase in silenzio ad ascoltare, cercando di interpretare quelle parole.
«Più di una volta mi hai detto che ero la cosa più importante che avevi eppure sei sempre stato così freddo e distante». Xander continuò a non capire.
«E non mi lasciavi altra scelta che soffrire... indurirmi». Il braccio di Heléna si alzò e abbracciò dietro di sé il collo di Xander, come volesse tenerlo stretto a sé. Xander sentì la mano di Heléna passargli tra i capelli e avvicinargli il volto alla sua nuca, come se lo volesse più vicino.
Heléna rimase con le spalle poggiate sul petto di Xander e girò la testa, per quanto le fosse possibile. Strinse il capo dell'uomo con il braccio e lo tirò verso di sé. Le sue labbra si poggiarono su quelle dell'uomo. Lo baciò.
Un istante parve divenire un'eternità. La bocca di Heléna si stacco da quella di Xander, il braccio tornò al suo posto. Strinse le mani dell'uomo e le guidò attorno al suo corpo facendosi abbracciare, per farsi avvolgere.
Xander rimase atterrito, senza parole. Non riusciva a spiegarsi nemmeno una parola o un gesto di ciò che stava accadendo, e mai avrebbe immaginato che cosa Heléna stesse provando in quel momento. Pensò alle cose più disparate, provò a ricordare quando tutto ciò di cui ella aveva parlato fosse accaduto, ma non seppe darsi risposta. Perché in realtà, risposta non c'era.
«Dimmi il perché... Albert... dimmi il perché». Heléna pronunciò quelle ultime parole prima di addormentarsi tra le braccia di Xander. E tutto fu più chiaro.

27/04/2009

Il Viaggio della Donna Guerriero (III)

Una mano curata si appoggiò sulla testa del martello. L'armatura lucida, dal colore grigio scuro, scintillò mentre l'uomo si chinava. Accarezzò l'arma come fosse un bambino nella culla. Antozh giaceva tra le macerie di quello che fino a pochi istanti prima era stato l'anello di pietra. Si curò che il mantello non toccasse terra e non mescolasse il suo color porpora con il fango.

 

***


Larke era uno dei soldati dell'esercito delle valli di Jhary non particolarmente abili in guerra ma riconosciuto come tale grazie ad altre capacità e perciò molto in vista anche tra i regnanti. Aveva speso più di vent'anni della sua vita ad accumulare ricchezze ma soprattutto fedeli seguaci che muoveva con la sua abilità oratoria, spinti dalla grandezza della fama che derivava dal semplice far parte della sua unità.
La fama e la ricchezza avevano fatto nascere in Larke il desiderio di avere sempre di più. Guardando indietro e osservando quanti sudditi aveva già raccolto, quanti adepti votati alla sua causa, e di quante risorse disponesse, Larke si accorse di che impero avesse la possibilità di costruire. E lo avrebbe fatto poco tempo dopo.

 

***


«Esiste un martello... il suo nome è Antozh, come quello del figlio maledetto degli Dei...». Gli occhi della vecchia erano ciechi eppure sembravano scrutargli l'anima. «Esso è la chiave che tu hai per ottenere ciò che desideri».
«Voglio sapere tutto». Larke incalzò la vecchia sacerdotessa.
«Tu vieni nella mia casa, aprì porte che a te sono precluse, parli con una serva che è stata ripudiata dagli stessi Dei di cui ora vuoi il potere, e con tale arroganza mi chiedi di rispondere alle tue domande?»
«Se vuoi avere il tempo di farti perdonare dai tuoi Dei, sarà bene che tu mi riveli ogni particolare». Larke assunse un tono minaccioso.
L'uomo aveva udito le storie dei bardi su questo leggendario martello. Esse lo avevano delineato come qualcosa in grado di trasformare un uomo quasi in una divinità e di dargli il potere di conquistare qualunque regno. Infine aveva trovato Karjha, una vecchia sacerdotessa ritiratasi a vita eremitica che si diceva fosse una delle poche persone a conoscenza della vera storia del martello.
La cattiveria dipinta negli occhi di Larke spaventarono la sacerdotessa. Ma essa non temeva per la sua vita ma per ciò che egli avrebbe potuto fare con quel potere tra le mani. E dunque gli raccontò la storia che voleva sapere, ma non come egli sperava. Gli raccontò del forte di pietra e del potere che derivava dall'anello di pietra, muro magico in grado di forgiare armature indistruttibili. Esso trasudava del potere che serviva per imprigionare il figlio maledetto degli Dei e, come cantavano i bardi, chi avesse trovato quel forte e l'avesse conquistato avrebbe ottenuto un grande potere. Ma Larke capì che non era una forza sufficiente per il suo scopo. Volle sapere come trovare e usare il martello.
«Il martello è inconfondibile. Io non posso descriverlo perché non l'ho mai visto, ma qualunque uomo creda in lui lo percepisce. Esso però è maledetto dagli Dei, come il loro figlio imprigionato dall'anello. Qualunque uomo lo sfiori e tenti di brandirlo muore e la sua forza viene donata al muro. Soltanto se il figlio degli Dei, Antozh, verrà liberato allora ogni maledizione verrà distrutta».
«Come posso distruggere il muro?»
«Nessuno può. Nessuna creatura dal sangue mortale può brandire il martello e soltanto Antozh ha il potere di distruggere l'Anello di Pietra» replicò Karjha.
«Tu menti!»
«Morirai a causa di quel martello. Devi desistere dalla tua ricerca». Lo sguardo fermo di Karjha fece raggelare l'uomo. Un profondo senso di paura si radicò nel suo animo e fece presa sulle debolezze del suo cuore.
Larke uscì contrariato dalla casa della sacerdotessa. Non aveva ottenuto ciò che desiderava se non una versione più credibile delle leggende che già conosceva.
«Che gli Dei lo tengano lontano dal martello...» Karjha rivolse la sua preghiera sollevando gli occhi ciechi verso il cielo, mentre udiva la porta chiudersi con violenza.

 

***


Il desiderio di potere continuava a crescere e già dopo poco tempo Larke era arrivato a desiderare ben più delle terre della Costa del deserto. Voleva rendere illimitata la grandezza del suo impero. Aveva bisogno del potere di Antozh, il figlio degli Dei.
Larke continuava a combattere per il suo esercito ma dentro di sé costruiva le strategie per forgiare il suo impero. La brama di conquista cresceva con la sua fama. Ma la soluzione ai suoi problemi stava per arrivare durante un allenamento incrociato con le unità dell'armata del sud di Estarien.

 

***


Larke non credette ai suoi occhi. Sentì il cuore battergli più forte di quanto avesse mai fatto. Un soldato, una donna, brandiva nelle sue mani un martello che emanava una strana aura di fascino. Era Antozh, ne era sicuro.
L'uomo osservò la donna e quanto gelosamente non permettesse a nessuno neppure di sfiorare la sua arma. Fu emblematico quando, disarmata dal suo comandante, egli provò a raccogliere il martello da terra ed ella lo fermò decisa. «Come desideri Heléna» aveva detto l'uomo, allontanandosi dall'arma. Quel nome si impresse bene nella mente di Larke.
Giunse la notte. I soldati dormivano sparsi tra le baracche e le tende dell'accampamento dove le due unità stavano allenandosi insieme. Larke vide Heléna stesa. Il martello era sorprendentemente libero da ogni corda o catena e giaceva accanto a lei. Forse era troppo stanca e si è addormentata prima di metterlo al sicuro, pensò. Capita anche ai migliori, disse a se stesso.
Larke si avvicinò silenzioso all'arma. Rimase immobile per diversi istanti. Si guardò attorno. Non c'era nessuno che potesse vedergli rubare quell'arma. Era un'occasione perfetta. Allungò la mano. Improvvisamente sentì un brivido lungo la schiena. Fu assalito da sensazioni di disagio che lentamente si trasformarono in puro terrore. La mano cominciò a tremare e non osò andare oltre. Fuggì dietro una tenda sconvolto. Heléna aprì gli occhi, incurante e ignara dell'accaduto.
Non posso toccarlo. Come è possibile che quella donna lo brandisca. Il martello è Antozh, ne sono sicuro. Come posso sfidare la collera e le maledizioni degli Dei?
«Io», esitò. «Io non posso farlo» concluse. Per la prima volta Larke aveva trovato davanti a sé tutta la sua codardia a ostacolarlo.
Larke trascorse la notte sveglio a riflettere su ciò che era accaduto. Doveva trovare una soluzione alternativa. Insieme al sole, all'alba giunse anche l'illuminazione che aspettava. Perché devo fare io ciò che può fare un altro? Ho costruito quello che sono anche su questo principio. Farò così anche con lei. Devo solo trovare il modo...
«Heléna devo confessarti una cosa».
Larke udì le parole di un giovane che si era messo in luce durante gli allenamenti. Sembrava l'unico ad avere un qualche genere di rapporto di amicizia con la donna. Il soldato di Jhary intese subito che tra i loro cuori c'era qualcosa di ben più grande dell'amicizia. Ancora una volta la soluzione ai suoi problemi aveva trovato un nome.
«Albert...». Heléna si accoccolò tra le braccia del compagno, vicino al fuoco che scaldava la sera umida nell'accampamento.
«Tu sei molto importante per me». Albert concluse la sua confessione abbracciando Heléna e poggiando la sua guancia sulla testa della donna. Poi fu silenzio.
Larke aveva a disposizione tanti mezzi per influenzare l'opinione di generali, comandanti e con facilità di semplici soldati. Alcuni tra i bardi più meschini sono disposti a raccontare pure menzogne per pochi denari.
L'ambizione e i sentimenti spesso non vanno d'accordo... e l'ambizione può essere uno strumento perfetto per plasmare la mente di un uomo. Larke lasciò che i suoi pensieri lo coccolassero nei sogni di gloria.
Albert era la risposta a tutti i suoi problemi. Doveva lavorare con pazienza seguire, passo dopo passo, la strada verso la vittoria. Il suo legame con Heléna era la chiave di tutto.
Larke poteva dunque iniziare il suo piano di conquista. Avrebbe Lottato ancora per l'esercito di Jhary ma dentro il suo cuore avrebbe saputo di farlo solo per poter stare vicino ad Albert e per preparare ciò che sarebbe stata la svolta della sua vita.

 

***


Nonostante la sua grandezza, Larke era uno che non aveva mai brillato per coraggio e coerenza e aveva costruito buona parte della sua posizione sull'immagine e sulle parole. Basò il suo impero sugli stessi principi. Inventò un nome fittizio sotto il quale agire e trascinare con sé i suoi guerrieri.
Larke svanì nel nulla. Cercò per un anno il forte di pietra di cui parlava la leggenda e infine lo trovò e ne raccolse il potere. Quando tornò seppe trascinare con sé i suoi vecchi sudditi. Diede loro il potere delle armature di pietra, impenetrabili e impregnate di magia. Iniziò col trasformare la rocca e farla diventare il suo quartier generale, poi invase piccole città, villaggi, terre e castelli. Non si fermò più e costruì passo dopo passo quello che era il regno del Signore di Pietra. Soltanto lui sapeva che quel misterioso re, altero e severo, non era lo sconosciuto che tutti credevano che fosse. Ma tutto ciò non era sufficiente per dominare il mondo.
I frutti di ciò che aveva seminato cominciavano a nascere. Heléna era coinvolta nell'anima e nella mente. Albert, tradito dalla donna cui tanto era legato, aveva seguito Larke ed era stato trasformato nel Signore di Pietra. Ormai tutto era pronto.
La guerra proseguiva tra i regni delle terre della Costa del deserto e l'impero di pietra e i burattinai disseminati da Larke continuavano a svolgere il loro semplice ma utilissimo lavoro. Presto l'unità in cui Heléna, colei che possedeva il martello in grado di distruggere la prigione dell'anello di pietra, sarebbe arrivata al suo forte. Avrebbe aspettato solo che quella donna, distruggesse il muro per lui e cancellasse ogni maledizione per ucciderla e prenderle il martello.
Ancora una volta, senza apparire codardo, con il minimo sforzo personale e al costo della vita di altri, avrebbe ottenuto ciò che desiderava. Avrebbe soltanto dovuto attendere.

 

***


La mano si strinse attorno all'impugnatura di Antozh. Larke sentì una strana forza assalirlo. Un alito di vento lo colpì in volto, sentì brividi lungo la spina dorsale. Larke fece forza sul braccio, più di quanta ne fosse necessaria per sollevare un martello comune. Chiuse gli occhi nel timore della morte. Sollevò Antozh e lo protese verso il cielo. Un urlo di vittoria echeggiò in tutta la vallata.
Il respiro dell'uomo si fece affannoso come se avesse corso per ore. L'emozione era tangibile. Poteva percepire il suo stesso corpo che emanava vibrazioni, simili a gemiti di piacere. Accarezzò ancora il martello. Tutto ciò che era, tutto ciò che era stato non aveva più importanza. La sola cosa che divenne fondamentale fu il futuro imminente.
Stringendo nel pugno il martello, Larke sentì tutta la sua potenza entrargli in corpo. Forse l'adrenalina, forse l'emozione o forse davvero la magia dell'arma gli fecero sentire brividi vibranti lungo la schiena.
Guardando i soldati morti per lui, credette di sentire le voci delle loro anime che lo imploravano di ridare loro ciò che gli era stato tolto. Li ignorò.
Vi ho addestrato, vi ho dato forza e delle armature impregnate della magia rubata all'anello di pietra, mia ultima vera conquista. Ora questo muro non ha altra utilità. Grazie alla sua caduta potrò avere molto di più. Vi sarò sempre grato per l'aiuto nelle conquiste e nella guerra ma avete avuto il vostro momento di gloria, non vi devo null'altro.
«Io sarò il nuovo signore di queste terre». Larke strinse con forza l'impugnatura del martello. La voce inizio come un sibilo, poi seguì un altro urlo liberatorio. Con Antozh proteso in alto, l'intera vallata poté udire il sommo gaudio di Larke, il Signore di Pietra.

24/04/2009

Il Viaggio della Donna Guerriero (II)

Il pavimento della grossa stanza circolare vibrò. Era una cupola enorme, illuminata solo dall'arcano bagliore di un grosso cerchio d'oro fuso e in perpetuo movimento, che scavava sul pavimento un solco largo e fumante. Non c'erano ingressi né uscite, solo solide rocce levigate che componevano un unica tondeggiante parete. Al centro della sala si ergeva un trono, anch'esso fatto di pietra, ma scolpito e lavorato da un unico enorme blocco. Imponente nella statura, posta sul trono, sedeva una figura umana dalle dimensioni abnormi. La muscolatura era delineata in modo perfetto, le orecchie erano particolarmente lunghe e la testa era dura e altera. Con le mani poggiate sulle ginocchia, la schiena curva in avanti, tale figura avrebbe torreggiato su chiunque la guardasse da terra.
Briciole di pietra si sgretolarono come fossero sabbia, scivolando verso il basso e percorrendo i solchi della statua. Le palpebre si aprirono lentamente. Due occhi profondi e bianchissimi erano il contorno di pupille di un rosso intenso.
«L'anello di pietra è caduto».
La testa si piegò in avanti, come volesse guidare il resto del corpo. La pietra rimase salda e immobile. I muscoli del collo si contrassero facendo cadere gli ultimi residui di pietra attorno alla sua testa.
«L'anello di pietra è caduto». La frase risuonò più volte nella cupola. Il tono era sempre crescente. Divenne lentamente un urlo. L'aria vibrò e increspature, come create dal vento sul mare, solcarono la superficie del fiume dorato. Il figlio maledetto degli Dei si era svegliato.


***


Due occhi grigi, nascosti nel buio di un cappuccio, scintillarono per un attimo dentro uno sguardo vacuo e cieco. «Dove vai, ragazza?»
Heléna arrestò il passo. Era ferita e quasi priva di forze, al punto che faticava a reggersi in piedi. Alzò lo sguardo, prima fisso sul terreno, e si voltò verso colui che le aveva parlato. Sembrava un vecchio. L'uomo si appoggiava su di un bastone ricurvo a cui erano legati una moltitudine di fili sottilissimi. Il corpo era avvolto in un mantello verde scuro, provato dal tempo e dalla pioggia. Da esso emergeva solo un accenno di barba mal curata, grigia e sporca, e dei piedi nudi, fasciati con panni che coprivano le piaghe.
«Non temi la guerra?»
«Chi dei soldati in guerra oserebbe attaccare, ferire o uccidere un bardo incapace di difendersi, con la condanna poi di attirare su di sé la collera degli Dei?»
Heléna rimase in silenzio. L'uomo aveva risposto alla sua domanda con un'altra domanda ma ella non capì se il vecchio si aspettasse una risposta.
«Nessuno ragazza mia. Se c'è una cosa che ho imparato degli Dei è che essi apprezzano la musica e le parole di noi mortali».
Facendo due passi, l'uomo si avvicinò verso un masso e vi si sedette. Rimase in silenzio per un attimo e allargò un braccio come se volesse che Heléna si avvicinasse. La pelle era coperta di piaghe e ferite che sembravano essersi rimarginate e poi riaperte. Il vecchio doveva soffrire molto.
Heléna si guardò attorno, nel timore di veder giungere soldati nemici. Nessuno stava più combattendo nei paraggi.
«Violare le leggi degli Dei è un peccato che danna per sempre il corpo e l'anima e non rimane impunito. Per questo io continuo a cantare e scrivere racconti, perché è ciò che mi salva dai mortali e mi avvicina ancora...» il vecchio fece una pausa. Heléna percepì che lo sguardo dell'uomo, seppur nascosto dal cappuccio, si era innalzato verso il cielo.
«Mi avvicina ancora alle volte celesti».
«Cosa vuoi da me?» Il tono di Heléna si fece serio, quasi cinico.
«Dov'è il tuo martello?»
Alla domanda del vecchio la donna strinse il pugno e si guardò alle spalle. Lo aveva lasciato indietro, come parte della sua vita. Lo aveva fatto di proposito perché esso, insieme al corpo di Albert erano il legame con il tempo che ella voleva dimenticare. Rimase in silenzio.
«Dunque non hai più con te il martello. Eppure avrai sentito mille volte cento storie diverse su di lui, il famoso Antozh. Non mi sarei mai aspettato che lo abbandonassi così». Le dita tremanti del vecchio si avvicinarono alle corde del bastone e cominciarono a pizzicarle, creando una melodia armoniosa e al tempo stesso triste come un canto funebre. Heléna abbassò lo sguardo e rimase immobile.
«Nel silenzio di questo campo di morte, ti narrerò una storia...»


***


Gli Dei erano compiaciuti di ciò che avevano creato. In mezzo ai comuni mortali essi volevano diffondere la conoscenza e le doti che li avrebbero resi non più semplici esseri inferiori ma creature capaci di dare un senso al mondo. Per questo avevano seminato l'arte, la scrittura, la musica e dotato alcuni eletti di voci soavemente sopraffini, altri di mente scaltra, altri ancora di mano abile. Ma al tempo stesso, gli Dei erano consapevoli che affinché questo potesse dare i suoi frutti, dovevano diffondere la conoscenza della magia, sublime e più alta forma di tutte le arti. Per questo motivo avevano creato Antozh, il figlio degli Dei. Egli era l'invenzione delle divinità più autorevoli ed era dotato di grande bellezza e grande potenza. Nelle sue mani risplendeva il metallo di un martello che da lui aveva preso il nome.
Esso poteva disegnare la magia e diffonderne la conoscenza e, all'occorrenza, distruggerla e riporla nella dimenticanza. Era lo strumento che Antozh avrebbe dovuto usare per ripartire nel giusto modo i semi degli Dei tra i mortali.
Mischiare mortale e immortale è pericoloso. Le ambizioni degli uomini, le loro lotte e la loro sete di potere, la brama di vittoria e il desiderio di piacere erano cose che si erano evolute nel tempo ed erano andate fuori da ciò che gli Dei avevano pensato. Queste cose avevano corrotto il figlio degli Dei.
Nato per un giusto fine, divenuto desideroso di sovrastare i suoi stessi creatori Antozh aveva cominciato a costruire il suo esercito, il suo regno e le sue armi. Usando il martello si era dato poteri che mescolati ad altri lo rendevano più forte anche di alcuni dei suoi padri.
Piansero gli Dei e sulla terra si riversarono infinite gocce di pioggia. Versarono lacrime quasi mortali mentre rinchiudevano il proprio figlio dentro una tomba di pietra, prima che dalla sua forza corrotta nascesse un impero inarrestabile. Raccolsero il martello e lo innalzarono come simbolo di rispetto e di forza. Esso aveva perso buona parte dei suoi poteri, rimasti sepolti con il suo vecchio portatore, ma da quel momento avrebbe ricordato sempre a tutti che cosa era accaduto in quel tempo. Il suo possessore avrebbe sempre avuto il rispetto di tutti gli altri Dei poiché era il portatore del ricordo.
Antozh, il figlio maledetto degli Dei, aveva violato le leggi dei padri. Ciò non poteva rimanere impunito. Come non poteva rimanere impunita nessuna violazione...
Sebbene il concetto di tempo sia molto difficile da capire per gli Dei, ne era trascorso molto. Malyn, una ninfa dei cieli, creatura di una divinità molto potente, si era innamorata. La musica e l'arte oratoria di una creatura l'avevano stregata, e a dir poco ammaliata. Giorno dopo giorno ella di nascosto planava in un bosco, unico luogo dove poteva incontrare all'ombra dei pini il suo amato. Era un uomo mortale, dotato dei migliori doni degli Dei. Divenne in brevissimo tempo un amore intenso e irrazionale. Ma l'uomo era solo un mortale e l'unico modo che avevano per vivere insieme felici sarebbe stato che egli divenisse immortale. Malyn pensò che se lo avesse preso come compagno d'amore, gli Dei lo avrebbero elevato al loro stesso rango. Così la ninfa cominciò a raccontare ai padri che si era innamorata e che era rimasta affascinata dall'arte e dalla divina poesia creata dal suo amore. Gli Dei ne gioirono e si domandarono chi fosse il fortunato tra i discendenti della stirpe immortale. Malyn lo tenne nascosto per molto tempo, rispetto alla vita di un mortale.
Un giorno, la ninfa conobbe la storia di Antozh. Nella sua mente confusa dai sentimenti suppose che se un uomo avesse brandito quel martello, gli Dei lo avrebbero accettato senza obiettare, così decise di andare dai padri e chiedere il martello affinché potesse darlo al suo compagno e rivelare così chi fosse. Agli Dei piacque l'idea perché se qualcuno era riuscito a creare tanta magia nel cuore della piccola ninfa, egli doveva sicuramente essere qualcuno degno di portare anche solo per un giorno il martello del ricordo.
Lo scompiglio e l'ira sconvolsero i cieli quando Malyn attirò lo sguardo degli Dei sul giovane uomo con in mano Antozh. Questa volta fu Malyn a piangere e non gli Dei. Uno per uno la guardarono sdegnati.
Il loro amore era uno scempio nei confronti della stirpe degli immortali, e lo era ancor di più perché il martello era finito nelle mani di un misero mortale. L'arma era stata contaminata, nessun essere divino l'avrebbe mai più voluta toccare. Fu gettata in un fiume, perché non fosse più trovata né brandita. Malyn fu condannata a volare per i cieli appena al di sotto delle dimore dei padri, fino a quando il suo amore non si fosse del tutto consumato. Quanto all'uomo non gli fu concessa semplicemente la morte perché sarebbe stata troppa clemenza.
Egli fu condannato a proseguire lungo la via che l'aveva reso colpevole, affinché non potesse dimenticare l'offesa che aveva perpetrato agli Dei. Avrebbe dovuto suonare le sue ballate, cantare le sue poesie e ballare le sue musiche. Una piaga aperta per ogni ora trascorsa senza l'arte, una piaga guarita per ogni ora in cui avesse adempiuto al suo dovere. L'arte sarebbe stata il più dolce ricordo e la più grande sofferenza.
Sebbene egli sapesse che l'esistenza del suo amore Malyn fosse legata alla sua stessa vita, un uomo deve mangiare, deve dormire, deve riposare... e la forza di volontà può lentamente scemare.
Pochi bardi ora narrano di come un cantore, pieno di piaghe, continui a girare il mondo, cercando di sopravvivere per il solo amore di Malyn, e di come egli prosegua con la sola speranza che la ninfa, sua amata, lo ami ancora e non abbia nel frattempo perso le sue ali.


***


«Perché mi racconti questa storia?» Heléna parlò senza alzare gli occhi.
«Perché se questa non fosse solo una storia, allora il martello che brandivi potrebbe essere l'oggetto del desiderio di molti, di tutti coloro che conoscono la storia di Antozh, quella vera, e sanno che al di sotto di questa cinta di pietra che lentamente si sbriciola, egli attende di riavere la sua arma». L'uomo proseguì nella sua melodia che si fece più tetra.
«Il figlio maledetto degli Dei ha lasciato in eredità ai mortali le storie, quelle che attirano i potenti e i bramosi. Egli ha lasciato la leggenda che chi avesse conquistato queste mura, questo forte, avrebbe avuto il potere degli Dei. Nessuno può dargli torto. Non hai idea di cosa potrebbe accadere se quel martello finisse nelle mani sbagliate» concluse il vecchio con tono solenne.
«Ma... è solo una storia... e poi... il martello della tua storia è andato perduto» Heléna alzò lo sguardo dubbiosa e turbata.
«Non a caso esso è arrivato fino a te, ma attraverso le mani ferite di un uomo, tuo padre, che lo trovò e te lo lasciò in eredità perché sapeva che esso ti avrebbe potuto dare ciò che a lui non era stato concesso...»
«Basta! Tu... dici solo menzogne». Heléna tremò nel riportare alla mente la dura infanzia che aveva avuto e con essa tutti i sogni e gli incubi in cui cercava suo padre e sua madre, e si chiedeva perché non era potuta essere una bimba normale in una famiglia normale.
«Sono un bardo... racconto solo delle storie». Il tono dell'uomo divenne indecifrabile. A tratti pareva sorridente, in altri momenti la voce tremava di estrema tristezza mista a nervosismo.
Heléna fissò l'ombra dell'uomo per lunghi istanti. Strinse ancora i pugni e sentì scivolarle una lacrima sulla guancia. «Non ho tempo per le storie». Con passi, per quanto possibile, veloci, Heléna riprese il suo cammino verso l'accampamento, voltando le spalle al vecchio, e allontanandosi pian piano.
L'uomo singhiozzò. Interruppe la melodia e rimase in silenzio. E una piaga sanguinante si aprì sulla sua mano.

23/04/2009

Il Viaggio della Donna Guerriero (I)

Il viaggio della donna guerriero


***

Una stella è nulla di fronte all'universo, eppur brilla. La brevità del tempo concesso a un uomo racconta storie uniche. Forse un bardo non può narrare in poche parole i dettagli di anni, ma di sicuro attimi possono essere tanto intensi, da regalare l'amore, la violenza, la passione, la vita e una guerra tra due persone, in un solo cortissimo istante...


***


La mano sanguinante stringeva il martello. La testa dell'arma pesava come quintali, aggravata dall'impietosa stanchezza e dalle ferite. Si affidava al bastone dell'arma, appoggiandovisi, quasi chiedendogli una speranza. Era il martello che Heléna aveva temprato, battendolo più e più volte sui propri nemici. Lo aveva ricevuto in dono da suo padre, uomo che neppure aveva conosciuto, e su di esso erano da sempre circolate leggende che lo dipingevano come unico nel suo genere, in grado di distruggere ogni sorta di magia. Quell'arma l'aveva accompagnata sin da bambina, quando era stata presa in cura dalle ancelle della guarnigione dei soldati. Antozh, nome scritto con un'incisione sull'impugnatura, era divenuto ormai la sua stessa anima.
Heléna si guardò attorno. C'era solo un campo di battaglia desolato. Pochi erano gli scontri, ormai tutti duelli e tutti a grande distanza da lei, ma combattuti con violenza tale da farle udire i rintocchi del metallo sugli scudi, l'incrocio delle lame e le vibrazioni del ferro che risuonavano di morte.
La battaglia sembrava essere giunta al termine. I due eserciti erano spossati e le ondate di uomini che si erano susseguite negli scontri erano quasi esaurite. Heléna tossì e sputò sangue. Guardò le chiazze ai suoi piedi e in esse rivide tutta la sofferenza che aveva provato, quella che l'aveva temprata e che l'aveva resa guerriera, ma che al tempo stesso le aveva rubato emozioni e sicurezza.
Uno dei portoni della cinta muraria del forte si aprì rumorosamente, attirando l'attenzione di tutti. Altri guerrieri uscirono, gridando e digrignando i denti. Le lame scintillavano nel crepuscolo e con passi veloci si avvicinavano ai superstiti.
Il comandante Xander guardò la scena con occhi disperati. Sebbene fossero meno di venti, egli sapeva bene che avrebbero lottato come cento, protetti da quelle armature rafforzate dall'anello magico del Signore di Pietra. Lanciò un'occhiata verso Heléna e la richiamò. Urlò affinché tutti ripiegassero, compresa la sua unica guerriera giunta sino alla cinta di mura di pietra.
Heléna rimase immobile. Ispirò e afferrò a due mani il martello. Facendo forza con il busto, lo sollevò e lo fece roteare. Colpì il muro davanti a sé. Un'altra crepa si aprì profonda. Era un muro spesso, ed era alto almeno cinque metri. Appariva impenetrabile ed era la fonte della magia del suo signore. Esso era l'Anello di Pietra. Si narrava che chi avesse trovato e conquistato le mura di quel forte, avrebbe ottenuto la forza degli Dei e avrebbe potuto regnare sui mortali. Su quel lago di sangue ove si combatteva nessuno avrebbe osato negarlo.
Xander gridò ancora il nome di Heléna e le ordinò nuovamente di ripiegare. La donna non si mosse e colpì un'altra volta. Le braccia cedettero al secondo colpo e la testa del martello cadde al suolo. Heléna si sostenne con l'impugnatura, lo sguardo basso, il respiro affannoso. Era da sola, davanti al muro che doveva abbattere.
Aprire una breccia significava avere una possibilità di vincere la battaglia e con essa la guerra contro il Signore di Pietra.
I pensieri di Heléna si ruppero in un sol colpo. Una mazza scese violenta sulla sua schiena, facendola cadere accanto al suo martello. Al contrario dei suoi compagni impegnati a inseguire l'esercito di Xander, un guerriero di pietra aveva scelto come bersaglio la solitaria Heléna. Si avvicinò ridendo sadicamente, fissando la donna inerme di fronte a lui.
Heléna era stanca e ferita, ma il suo nemico peggiore era la disperazione. Vide la testa chiodata della mazza sollevarsi in aria e coprire la luna nascente. Un lampo di forza le corse nelle vene e con un movimento quasi innaturale ruotò su se stessa agganciando con le gambe le ginocchia del nemico. Il guerriero cadde, perdendo la presa sull'arma. Heléna balzò in piedi, afferrò il suo martello e con un solo colpo pose fine alla vita del nemico. Antozh era un'arma fuori dal comune.
Non aveva più un filo di energia. Heléna si trovò di nuovo sola, contro un muro. Alzò lo sguardo e il suo viso si illuminò di una strana e incomprensibile sorpresa. Il Signore di Pietra era in piedi sopra il muro. La osservava con sguardo impassibile e inespressivo, esattamente sopra il punto in cui i colpi del martello avevano prodotto le crepe più profonde.
Heléna si sentì morire. Un turbinio di emozioni le confuse la mente. In un attimo immaginò di abbandonarsi alla sconfitta, quello dopo sentì la determinazione di voler vincere a ogni costo. Ancora una volta strinse il martello e diede un sonoro colpo al muro. Alzò lo sguardo e fissò per pochi eterni istanti gli occhi vuoti del Signore di Pietra. Un piccolo scintillio dormiva sulla sua guancia. Heléna lo vide. Soltanto lei poteva sapere cosa fosse quella lacrima.


***


La mente tornò indietro a quando aveva appena terminato l'addestramento. Lunghe erano state le giornate e ancor più le notti. Al suo fianco c'erano solo uomini che spesso la guardavano come un essere incapace di fronteggiare il nemico. Era solo una donna. Il petto prorompente, il fisico snello e scattante, i capelli e gli occhi neri e profondi, come poteva una ragazza così bella essere capace in battaglia? In molti avrebbero voluto combattere con lei ben altre lotte eppure solo uno era stato in grado di avvicinarla. Il suo nome era Albert.
Col passare del tempo Heléna aveva guadagnato il rispetto di molti, e non soltanto quello. Albert la ammirava e sapeva che il suo giudizio contava molto anche per lei. Più il tempo passava e più Heléna faceva del compagno il suo confidente. Albert, dal canto suo, le raccontava dei sogni della sua vita, delle sue ambizioni e dei suoi desideri. Ma c'era qualcosa in lui che la metteva a disagio. Era come se un suo lato molto importante fosse imperscrutabile, quasi troppo perfetto nel suo essere.
«Un giorno sarò re» disse Albert una sera, proiettando il suo sguardo verso le stelle. Gli occhi tornarono su Heléna, seduta al suo fianco sul tronco di legno che fungeva da panca.
«Come farai?»
«Non lo so» rispose Albert alla domanda sincera di Heléna.
Il sole era appena tramontato, un altro giorno era andato e quello seguente sarebbe stato molto importante: dovevano andare per la prima volta in battaglia.
Albert rimase più di un'ora seduto a riflettere, dopo che Heléna era andata via. Quella donna stava diventando troppo importante e la paura di perderla in un combattimento era grande. Provare qualcosa per un compagno di battaglia può far saltare strategie complesse e compromettere l'esito della contesa, così aveva studiato. Sebbene il suo cuore palpitasse alla sola vista di Heléna, pensò ancora che in guerra è bene non avere preferenze né di compagni né di armi. Questi erano gli insegnamenti del suo maestro.
Il giorno della battaglia giunse. Albert ed Heléna erano coi piedi sulla polvere, fianco a fianco, spada e martello. Danzarono come se fossero un unico corpo, volteggiando tra i nemici con colpi leggiadri alla vista, coordinati e tanto micidiali quanto eleganti. Erano stati un corpo e una sola mente, ma il destino e le ambizioni, si sa, spesso non sono concordanti. Albert, battaglia dopo battaglia, divenne sempre più padrone delle sue potenzialità. Sapeva che sarebbe potuto diventare qualcuno importante e questo lo allontanò sempre di più da Heléna. Ella invece percepì che dentro quell'impenetrabile cotta di maglia che si era attaccata alla pelle dell'uomo, batteva ancora il cuore di un sognatore, con tante debolezze e tanta tenerezza. Ma l'evidenza di ciò che era più forte nel loro rapporto attendeva solo l'occasione giusta per emergere.
Giunse la prima sconfitta. Heléna dovette affrontare un nemico più forte di lei e Albert neppure se ne accorse. Era troppo occupato a uccidere soldati nemici e a farsi largo per permettere alla sua squadra di aprire un varco tra le linee avversarie. Fu il comandante a salvarla da morte certa.
La stessa sera, le ballate terminarono presto nell'accampamento. Non c'era aria gioiosa dato l'esito della battaglia. Heléna e Albert si trovarono soli al tavolo. Bevvero e parlarono di ciò che era accaduto, come spesso facevano durante l'addestramento. Si confidarono come un tempo e i cambiamenti di Albert divennero subito acqua passata. Rimasero sul cortile fino a tardi. Sorrisero insieme. Si baciarono, ma quel bacio non c'erano le stesse emozioni del primo e unico contatto che tempo prima avevano avuto.
«Io... non posso farlo» disse Albert con una strana oscurità negli occhi.
«Perché? Forse è osare troppo?»
«Non posso...» continuò in maniera criptica.
Heléna sentì il suo cuore spezzarsi. La sensazione che tutto fosse finalmente giunto a ciò a cui aveva sempre anelato era svanita in poche e semplici parole. E scoprì che non poteva fidarsi di Albert, non più come aveva fatto fino a quel momento. Lasciò trascorrere la notte e il mattino seguente firmò la lettera in cui chiedeva il trasferimento a un'altra unità. Non provò nemmeno a immaginare quanto quel gesto potesse aprire una profonda ferita nel cuore di Albert quando lo avesse saputo.
Pianse mentre camminava con la sacca in spalla. Heléna stava raggiungendo i suoi nuovi compagni di battaglia. Lo sguardo basso incrociò il volo di un insetto rosso. Questo si poggiò sulla corteccia di un albero lì vicino. Incuriosita, Heléna si avvicinò. Era una piccola coccinella. Accanto all’insetto v’era una goccia di resina indurita che aveva catturato un’altra coccinella. Vide la prima raschiarla con le zampette. La piccola coccinella non avrebbe mai potuto aprire quel guscio e anche se ci fosse riuscita sapeva che lì dentro, l’altro insetto non sarebbe più stato in vita. Ma la creaturina non aveva perso la speranza. C’era sempre qualcosa da scoprire. C’era sempre qualcosa da salvare.
Heléna giunse all’accampamento pochi minuti dopo. La scena appena vista le rimase impressa tanto che si fermò all’emporio e cercò un pendente a forma di coccinella. Ed ebbe fortuna. Lo comprò e lo indossò subito. Sentì che anche una minuscola creaturina poteva guidarla attraverso grandi difficoltà.
Nel buio e nel silenzio della sua stanza, Heléna pensava spesso ad Albert. Nella sua mente figuravano la difesa e la maschera che Albert aveva costruito e frapposto tra lei e le sue ambizioni. Anche se non l'aveva mai sentito dalle labbra dell'uomo, sapeva che il motivo per cui egli non aveva mai lasciato che sbocciasse qualcosa tra loro, era la sua voglia di realizzare i suoi sogni. Ciò che non riusciva a spiegarsi e che spesso si chiedeva, piangendo sul cuscino, era perché ella fosse sempre seconda a tutti gli altri desideri. Provò a scrivere una lettera. Non una, non due né tre volte. Più di cento volte accartocciò il foglio e lo gettò nel cestino. Non trovò mai la forza di scrivergli e il tempo per farlo divenne sempre meno tra una battaglia e l'altra. Imparò a ignorare quelle poche lettere che le arrivavano da lui, in cui le chiedeva il motivo della partenza, le chiedeva di tornare a trovarlo e al tempo stesso le raccontava dei suoi progressi, delle battaglie vinte e del prestigio che man mano acquisiva.
E così passarono gli anni. Le battaglie e le sofferenze, i compagni caduti e le ferite, nel corpo e nell’anima, disegnarono cicatrici nello spirito di Heléna. E tutto si nascose in un perverso oblio.
Un giorno di pioggia, un messaggero giunse con una notizia che era corsa di bocca in bocca e di regno in regno. C'era un nuovo tiranno che stava conquistando ogni terra. Si diceva che i suoi guerrieri fossero invincibili e che nessuna spada potesse trafiggere le loro corazze. Erano le armate del Signore di Pietra. Lo scompiglio più totale aveva colpito molti soldati alla notizia che un arcano potere magico avvolgesse quei soldati e le mura di un castello rimasto nascosto ai mortali per molti secoli. Heléna ripensò alle parole impresse sulla pergamena lasciata da suo padre insieme al martello, dentro il grosso cesto che abbandonò all'accademia dei soldati: Antozh abbatterà ogni muro magico e con esso ti darà l'amore e la gloria.
Un giovane irruppe nella sala comune del battaglione di Xander. L'armata del sud si sarebbe mossa per prima contro l'avamposto di pietra. Heléna sentì raggelarsi l'animo. Era la sua vecchia unità, quella dove lottava Albert.
«Capitano Xander, voglio andare anche io a combattere» le parole di Heléna furono quasi un'implorazione.
«Dobbiamo riflettere sullo spostamento strategico, lo sai bene» le rispose, perplesso dalla sua determinazione.
«Io posso abbattere le difese del Signore di Pietra» affermò stringendo il suo martello.
«Non comprendo la tua determinazione. Dobbiamo lottare tutti insieme, non possiamo permetterci di agire d'impulso» provò a tranquillizzarla.
«Xander, tu non capisci...» Heléna trattenne un singhiozzo e le lacrime che volevano fuggire dai suoi occhi, quindi uscì dalla tenda, alla ricerca di solitudine.
Lo scontro tra i battaglioni delle terre libere e l'esercito del Signore di Pietra era iniziato e le notizie giungevano ogni giorno all'accampamento dove Heléna attendeva trepidante. Il solo pensiero che avrebbe potuto combattere di nuovo con Albert la poneva in agitazione.
Heléna strofinava la stoffa contro il suo martello per lucidarlo e a un tratto la tenda dove si era rifugiata si aprì. Era Xander che con il volto scuro le annunciava che era giunto il loro momento. Heléna trattenne un gemito di gioia e subito lasciò spazio alla sua razionalità. Se era giunto il loro momento, era solo perché molti altri soldati erano morti nel tentativo di fermare il Signore di Pietra. Heléna tremò e perse la presa sul martello. Non le era mai accaduto.
Un passo dopo l'altro Heléna avanzò sul campo di battaglia a fianco dei suoi compagni. Poteva vedere la tensione nei loro occhi, la paura e lo sgomento. Ossa strappate dai cadaveri, teste e arti tranciati, ancora giacevano sparsi per la vallata. Sperava solo di non vedere il corpo di Albert.
L'eco di un urlo risuonò da ogni lato. I soldati di Pietra partirono alla carica. Erano di gran lunga inferiori in numero ma questo non li aveva fermati dal trucidare i soldati nemici né dal resistere a ogni assalto.
Heléna si guardò attorno cercando Albert tra i guerrieri alleati ma non lo vide. Tutto parve fermarsi quando lo stesso Signore di pietra apparve sul campo di battaglia. Spiccava per la sua armatura rosso porpora, come il sangue mischiato a fango delle sue vittime. La sua spada roteava e colpiva inarrestabile. Nessuno poteva più negare che un arcano potere si nascondesse dietro le sue conquiste.
Il tiranno avanzò tra i soldati avversari e a un certo punto la sua attenzione fu attratta da Heléna. Il re dei soldati di pietra cambiò la sua direzione e con passo sempre più determinato si spostò verso la donna. Heléna sentì le gambe irrigidirsi. Aveva appena abbattuto uno dei nemici e ora il più temibile tra gli avversari si stava dirigendo verso di lei. Desiderò che Albert fosse al suo fianco, che potessero danzare ancora. Morire in quel modo sarebbe stato il modo migliore che avrebbe mai potuto desiderare in quel momento.
L'elmo scuro lasciò uscire il vapore del fiato nell'umido freddo della valle. Il Signore di Pietra si fermò dinnanzi a Heléna.
«Unisciti a me. Il potere dell'anello di pietra, le mura del mio forte, mi rendono invincibile. Tutto questo sarà tuo quanto mio». Quelle parole la sconvolsero. La mano sinistra del tiranno sollevò la visiera: «l'ho fatto per me». Heléna rimase impietrita. «L'ho fatto per te». Il viso di Albert era segnato dal tempo ma era bello come quando l'aveva conosciuto. Era lui il Signore di Pietra.
«Perché?» Heléna rabbrividì. In un istante vide dissolversi tanti sogni e per certi versi sentì che la scelta che Albert l'aveva spinta a fare molti anni prima era stata giusta.
Il martello roteò e colpì pesantemente il petto del Signore di Pietra. Albert non reagì e cadde indietro. Non era mai accaduto in anni di vittorie. La spada, la stessa che aveva usato negli anni dell'accademia, tintinnò contro la pietra e la polvere. Albert rimase immobile, fragile. In un solo istante il nome che era nato dall'impossibilità di scorgere debolezza, tremò. Quasi tutti vedevano nel Signore di Pietra solo un potente e impietoso re tiranno, ma Heléna conosceva il cuore che batteva dietro quel freddo metallo.
Ogni soldato del tiranno corse in ritirata vedendo il proprio re rifugiarsi dentro le mura del suo impenetrabile forte.
Heléna rientrò nel suo accampamento ignorando i sorrisi gioiosi dei compagni. Antozh era riposto nel fodero e tra le mani ella teneva la spada che un tempo era stata di Albert. Una sorta di legame tra loro si era inspiegabilmente ristabilito... o forse non si era mai reciso. Pianse a lungo sul piatto della lama di quell'arma. I suoi singhiozzi echeggiarono nell'accampamento. Poi, la notte stessa, Heléna andò da Xander. Doveva parlargli.
«So come distruggere il Signore di Pietra».
«Cosa vuoi dire?» Xander guardò Heléna con aria perplessa.
«Non importa. Domani voglio andare in prima linea».
«Ma...» Xander provò a obiettare ma lo sguardo di Heléna gli fece intendere che ogni tentativo di contraddirla sarebbe stato vano. Si rassegnò. Non poteva dire di no alla guerriera che aveva portato in casa la prima vittoria dopo innumerevoli sconfitte.
Giunse l'alba. Heléna era già pronta. Strinse la coccinella al collo, quasi pregandola di indicarle la via giusta, poi corse nella mischia combattendo e abbattendo ogni nemico che le si parava davanti. Giunse di fronte al muro e lo colpì con tutta la forza che aveva in corpo. Non avrebbe smesso, non finché non avesse aperto una breccia.


***


La sottile linea che legava i loro sguardi era quasi tangibile. Era ancora una lacrima quella che bagnava la guancia di Albert, immobile sopra la magica cinta di pietra. Lo sguardo annebbiato dal sangue e dalle lacrime non fermò Heléna. Il suo martello ricominciò a battere contro il muro. Era la forza della disperazione, era la forza che per anni era rimasta sopita e mascherata, era lo spettro di una rabbia repressa di chi è impotente contro certe situazioni. Heléna era diventata una donna straordinaria. Era diventata capace di aprire brecce ben più profonde in muri ben più resistenti. E con un grido, l’ultimo colpo creò la crepa che fece vibrare il muro. Parve quasi che tremasse la terra. Albert rimase immobile sopra di esso, in attesa che cadesse. Ricordò quando ella gli aveva chiesto perché non avesse osato sognare, lasciare che tutto fosse spontaneo, lasciare che i sogni li legassero. Questa volta stava osando. Rimase ancora impassibile, lo sguardo fisso sulla donna.
In un attimo il muro crollò. Un rombo immobilizzò ogni persona, ogni combattente e ogni spada. Albert giaceva a terra in una pozza di sangue. Gli occhi erano rossi e stanchi ma la sua espressione era vera. Soffriva. Era debole. Anche lei piangeva. Heléna si avvicinò trascinando i piedi. Superò le macerie e raggiunse Albert. Lasciò cadere il martello accanto a lui, sentiva di non averne più bisogno. Si chinò. Lacrime bagnarono il viso insanguinato di Albert.
«Finalmente hai abbattuto il mio muro»
«Finalmente hai osato essere vero»
Heléna poggiò le sue labbra su quelle di Albert. Sentì l’amaro sapore del sangue mischiato al dolce sapore della passione. Lo strinse forte a sé. Si sfilò dal collo il pendente a forma di coccinella e lo appoggiò sul corpo dell'uomo. Gli occhi di Albert erano chiusi. Heléna si alzò in piedi e, disarmata, si avviò indietro verso l’accampamento.


La sua guerra era finita.

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