24/04/2009

Il Viaggio della Donna Guerriero (II)

Il pavimento della grossa stanza circolare vibrò. Era una cupola enorme, illuminata solo dall'arcano bagliore di un grosso cerchio d'oro fuso e in perpetuo movimento, che scavava sul pavimento un solco largo e fumante. Non c'erano ingressi né uscite, solo solide rocce levigate che componevano un unica tondeggiante parete. Al centro della sala si ergeva un trono, anch'esso fatto di pietra, ma scolpito e lavorato da un unico enorme blocco. Imponente nella statura, posta sul trono, sedeva una figura umana dalle dimensioni abnormi. La muscolatura era delineata in modo perfetto, le orecchie erano particolarmente lunghe e la testa era dura e altera. Con le mani poggiate sulle ginocchia, la schiena curva in avanti, tale figura avrebbe torreggiato su chiunque la guardasse da terra.
Briciole di pietra si sgretolarono come fossero sabbia, scivolando verso il basso e percorrendo i solchi della statua. Le palpebre si aprirono lentamente. Due occhi profondi e bianchissimi erano il contorno di pupille di un rosso intenso.
«L'anello di pietra è caduto».
La testa si piegò in avanti, come volesse guidare il resto del corpo. La pietra rimase salda e immobile. I muscoli del collo si contrassero facendo cadere gli ultimi residui di pietra attorno alla sua testa.
«L'anello di pietra è caduto». La frase risuonò più volte nella cupola. Il tono era sempre crescente. Divenne lentamente un urlo. L'aria vibrò e increspature, come create dal vento sul mare, solcarono la superficie del fiume dorato. Il figlio maledetto degli Dei si era svegliato.


***


Due occhi grigi, nascosti nel buio di un cappuccio, scintillarono per un attimo dentro uno sguardo vacuo e cieco. «Dove vai, ragazza?»
Heléna arrestò il passo. Era ferita e quasi priva di forze, al punto che faticava a reggersi in piedi. Alzò lo sguardo, prima fisso sul terreno, e si voltò verso colui che le aveva parlato. Sembrava un vecchio. L'uomo si appoggiava su di un bastone ricurvo a cui erano legati una moltitudine di fili sottilissimi. Il corpo era avvolto in un mantello verde scuro, provato dal tempo e dalla pioggia. Da esso emergeva solo un accenno di barba mal curata, grigia e sporca, e dei piedi nudi, fasciati con panni che coprivano le piaghe.
«Non temi la guerra?»
«Chi dei soldati in guerra oserebbe attaccare, ferire o uccidere un bardo incapace di difendersi, con la condanna poi di attirare su di sé la collera degli Dei?»
Heléna rimase in silenzio. L'uomo aveva risposto alla sua domanda con un'altra domanda ma ella non capì se il vecchio si aspettasse una risposta.
«Nessuno ragazza mia. Se c'è una cosa che ho imparato degli Dei è che essi apprezzano la musica e le parole di noi mortali».
Facendo due passi, l'uomo si avvicinò verso un masso e vi si sedette. Rimase in silenzio per un attimo e allargò un braccio come se volesse che Heléna si avvicinasse. La pelle era coperta di piaghe e ferite che sembravano essersi rimarginate e poi riaperte. Il vecchio doveva soffrire molto.
Heléna si guardò attorno, nel timore di veder giungere soldati nemici. Nessuno stava più combattendo nei paraggi.
«Violare le leggi degli Dei è un peccato che danna per sempre il corpo e l'anima e non rimane impunito. Per questo io continuo a cantare e scrivere racconti, perché è ciò che mi salva dai mortali e mi avvicina ancora...» il vecchio fece una pausa. Heléna percepì che lo sguardo dell'uomo, seppur nascosto dal cappuccio, si era innalzato verso il cielo.
«Mi avvicina ancora alle volte celesti».
«Cosa vuoi da me?» Il tono di Heléna si fece serio, quasi cinico.
«Dov'è il tuo martello?»
Alla domanda del vecchio la donna strinse il pugno e si guardò alle spalle. Lo aveva lasciato indietro, come parte della sua vita. Lo aveva fatto di proposito perché esso, insieme al corpo di Albert erano il legame con il tempo che ella voleva dimenticare. Rimase in silenzio.
«Dunque non hai più con te il martello. Eppure avrai sentito mille volte cento storie diverse su di lui, il famoso Antozh. Non mi sarei mai aspettato che lo abbandonassi così». Le dita tremanti del vecchio si avvicinarono alle corde del bastone e cominciarono a pizzicarle, creando una melodia armoniosa e al tempo stesso triste come un canto funebre. Heléna abbassò lo sguardo e rimase immobile.
«Nel silenzio di questo campo di morte, ti narrerò una storia...»


***


Gli Dei erano compiaciuti di ciò che avevano creato. In mezzo ai comuni mortali essi volevano diffondere la conoscenza e le doti che li avrebbero resi non più semplici esseri inferiori ma creature capaci di dare un senso al mondo. Per questo avevano seminato l'arte, la scrittura, la musica e dotato alcuni eletti di voci soavemente sopraffini, altri di mente scaltra, altri ancora di mano abile. Ma al tempo stesso, gli Dei erano consapevoli che affinché questo potesse dare i suoi frutti, dovevano diffondere la conoscenza della magia, sublime e più alta forma di tutte le arti. Per questo motivo avevano creato Antozh, il figlio degli Dei. Egli era l'invenzione delle divinità più autorevoli ed era dotato di grande bellezza e grande potenza. Nelle sue mani risplendeva il metallo di un martello che da lui aveva preso il nome.
Esso poteva disegnare la magia e diffonderne la conoscenza e, all'occorrenza, distruggerla e riporla nella dimenticanza. Era lo strumento che Antozh avrebbe dovuto usare per ripartire nel giusto modo i semi degli Dei tra i mortali.
Mischiare mortale e immortale è pericoloso. Le ambizioni degli uomini, le loro lotte e la loro sete di potere, la brama di vittoria e il desiderio di piacere erano cose che si erano evolute nel tempo ed erano andate fuori da ciò che gli Dei avevano pensato. Queste cose avevano corrotto il figlio degli Dei.
Nato per un giusto fine, divenuto desideroso di sovrastare i suoi stessi creatori Antozh aveva cominciato a costruire il suo esercito, il suo regno e le sue armi. Usando il martello si era dato poteri che mescolati ad altri lo rendevano più forte anche di alcuni dei suoi padri.
Piansero gli Dei e sulla terra si riversarono infinite gocce di pioggia. Versarono lacrime quasi mortali mentre rinchiudevano il proprio figlio dentro una tomba di pietra, prima che dalla sua forza corrotta nascesse un impero inarrestabile. Raccolsero il martello e lo innalzarono come simbolo di rispetto e di forza. Esso aveva perso buona parte dei suoi poteri, rimasti sepolti con il suo vecchio portatore, ma da quel momento avrebbe ricordato sempre a tutti che cosa era accaduto in quel tempo. Il suo possessore avrebbe sempre avuto il rispetto di tutti gli altri Dei poiché era il portatore del ricordo.
Antozh, il figlio maledetto degli Dei, aveva violato le leggi dei padri. Ciò non poteva rimanere impunito. Come non poteva rimanere impunita nessuna violazione...
Sebbene il concetto di tempo sia molto difficile da capire per gli Dei, ne era trascorso molto. Malyn, una ninfa dei cieli, creatura di una divinità molto potente, si era innamorata. La musica e l'arte oratoria di una creatura l'avevano stregata, e a dir poco ammaliata. Giorno dopo giorno ella di nascosto planava in un bosco, unico luogo dove poteva incontrare all'ombra dei pini il suo amato. Era un uomo mortale, dotato dei migliori doni degli Dei. Divenne in brevissimo tempo un amore intenso e irrazionale. Ma l'uomo era solo un mortale e l'unico modo che avevano per vivere insieme felici sarebbe stato che egli divenisse immortale. Malyn pensò che se lo avesse preso come compagno d'amore, gli Dei lo avrebbero elevato al loro stesso rango. Così la ninfa cominciò a raccontare ai padri che si era innamorata e che era rimasta affascinata dall'arte e dalla divina poesia creata dal suo amore. Gli Dei ne gioirono e si domandarono chi fosse il fortunato tra i discendenti della stirpe immortale. Malyn lo tenne nascosto per molto tempo, rispetto alla vita di un mortale.
Un giorno, la ninfa conobbe la storia di Antozh. Nella sua mente confusa dai sentimenti suppose che se un uomo avesse brandito quel martello, gli Dei lo avrebbero accettato senza obiettare, così decise di andare dai padri e chiedere il martello affinché potesse darlo al suo compagno e rivelare così chi fosse. Agli Dei piacque l'idea perché se qualcuno era riuscito a creare tanta magia nel cuore della piccola ninfa, egli doveva sicuramente essere qualcuno degno di portare anche solo per un giorno il martello del ricordo.
Lo scompiglio e l'ira sconvolsero i cieli quando Malyn attirò lo sguardo degli Dei sul giovane uomo con in mano Antozh. Questa volta fu Malyn a piangere e non gli Dei. Uno per uno la guardarono sdegnati.
Il loro amore era uno scempio nei confronti della stirpe degli immortali, e lo era ancor di più perché il martello era finito nelle mani di un misero mortale. L'arma era stata contaminata, nessun essere divino l'avrebbe mai più voluta toccare. Fu gettata in un fiume, perché non fosse più trovata né brandita. Malyn fu condannata a volare per i cieli appena al di sotto delle dimore dei padri, fino a quando il suo amore non si fosse del tutto consumato. Quanto all'uomo non gli fu concessa semplicemente la morte perché sarebbe stata troppa clemenza.
Egli fu condannato a proseguire lungo la via che l'aveva reso colpevole, affinché non potesse dimenticare l'offesa che aveva perpetrato agli Dei. Avrebbe dovuto suonare le sue ballate, cantare le sue poesie e ballare le sue musiche. Una piaga aperta per ogni ora trascorsa senza l'arte, una piaga guarita per ogni ora in cui avesse adempiuto al suo dovere. L'arte sarebbe stata il più dolce ricordo e la più grande sofferenza.
Sebbene egli sapesse che l'esistenza del suo amore Malyn fosse legata alla sua stessa vita, un uomo deve mangiare, deve dormire, deve riposare... e la forza di volontà può lentamente scemare.
Pochi bardi ora narrano di come un cantore, pieno di piaghe, continui a girare il mondo, cercando di sopravvivere per il solo amore di Malyn, e di come egli prosegua con la sola speranza che la ninfa, sua amata, lo ami ancora e non abbia nel frattempo perso le sue ali.


***


«Perché mi racconti questa storia?» Heléna parlò senza alzare gli occhi.
«Perché se questa non fosse solo una storia, allora il martello che brandivi potrebbe essere l'oggetto del desiderio di molti, di tutti coloro che conoscono la storia di Antozh, quella vera, e sanno che al di sotto di questa cinta di pietra che lentamente si sbriciola, egli attende di riavere la sua arma». L'uomo proseguì nella sua melodia che si fece più tetra.
«Il figlio maledetto degli Dei ha lasciato in eredità ai mortali le storie, quelle che attirano i potenti e i bramosi. Egli ha lasciato la leggenda che chi avesse conquistato queste mura, questo forte, avrebbe avuto il potere degli Dei. Nessuno può dargli torto. Non hai idea di cosa potrebbe accadere se quel martello finisse nelle mani sbagliate» concluse il vecchio con tono solenne.
«Ma... è solo una storia... e poi... il martello della tua storia è andato perduto» Heléna alzò lo sguardo dubbiosa e turbata.
«Non a caso esso è arrivato fino a te, ma attraverso le mani ferite di un uomo, tuo padre, che lo trovò e te lo lasciò in eredità perché sapeva che esso ti avrebbe potuto dare ciò che a lui non era stato concesso...»
«Basta! Tu... dici solo menzogne». Heléna tremò nel riportare alla mente la dura infanzia che aveva avuto e con essa tutti i sogni e gli incubi in cui cercava suo padre e sua madre, e si chiedeva perché non era potuta essere una bimba normale in una famiglia normale.
«Sono un bardo... racconto solo delle storie». Il tono dell'uomo divenne indecifrabile. A tratti pareva sorridente, in altri momenti la voce tremava di estrema tristezza mista a nervosismo.
Heléna fissò l'ombra dell'uomo per lunghi istanti. Strinse ancora i pugni e sentì scivolarle una lacrima sulla guancia. «Non ho tempo per le storie». Con passi, per quanto possibile, veloci, Heléna riprese il suo cammino verso l'accampamento, voltando le spalle al vecchio, e allontanandosi pian piano.
L'uomo singhiozzò. Interruppe la melodia e rimase in silenzio. E una piaga sanguinante si aprì sulla sua mano.

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Scritto da: immortalbard | 01/05/2009

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